

Un’email inviata all’1:04 di notte. Un pranzo definito “importante”. Tre uomini a tavola il giorno in cui la storia americana ha preso la direzione che conosciamo. Dai file di Epstein, una storia che nessuno ha ancora raccontato per intero.
È Venerdì 7 ottobre 2016, quando, verso le 12.30, tre uomini si siedono a tavola a New York.
Non è una data qualsiasi: quel giorno avvengono molte cose che segnano il destino delle elezioni statunitensi. E neanche i commensali sono persone qualsiasi. La casa in cui si svolge l’incontro infatti appartiene al noto pedofilo faccendiere milionario Jeffrey Epstein e, a tavola con lui, ci sono due uomini degni di nota.
Nei file dell’inchiesta su Jeffrey Epstein spesso non sono gli scambi diretti a raccontare la storia, ma le email più innocue. Una di queste è quella di Lesley Groff, assistente di Epstein. La invia all’1:04 del mattino di mercoledì 5 ottobre 2016. Il messaggio è semplice:
“Jeffrey ha un pranzo importante venerdì con Peter Thiel e Vitaly Churkin. Vi farò sapere l’orario esatto, ma probabilmente verso le 12:30.”

Uno dei recipienti non oscurati è Merwin dela Cruz. Si tratta dell’house manager di Epstein nella sua residenza di New York. Questo ci fa capire che il pranzo si terrà lì, a casa.
L’orario di invio è piuttosto insolito, ma non è quello a catturare la nostra attenzione, quanto la parola “importante”. Insomma, non è un pranzo d’affari qualsiasi, per questo controlliamo la data. Così capiamo che questo pranzo, tra quei tre uomini, proprio quel giorno, ha una rilevanza storica.
Uno degli ospiti, Peter Thiel, è il fondatore di PayPal e di Palantir. È anche principale finanziatore esterno di Facebook, e tra i principali sostenitori della campagna presidenziale di Donald Trump. Con Epstein non è solo un conoscente ma un socio. Epstein ha infatti investito 40 milioni di dollari in Valar Ventures, il fondo di Thiel. Il loro rapporto non si limita al capitale: da almeno due anni Epstein promuove attivamente contratti di difesa per Palantir, sfruttando una rete di relazioni che spazia fino ai vertici di numerosi paesi. È più di un semplice investitore. È un facilitatore di relazioni finanziarie e politiche.
Vitaly Churkin è l’ambasciatore della Federazione Russa presso le Nazioni Unite, voce ufficiale di Mosca a New York.
Fermiamoci a questo pranzo. Non sappiamo a che ora finisca e se, quando gli eventi cominciano a susseguirsi, siano ancora insieme, ma tutti e tre hanno interessi profondi nelle elezioni statunitensi: per tutti e tre è importante che quelle elezioni le vinca Donald Trump e tutti e tre sono direttamente o indirettamente coinvolti in quanto sta per avvenire.
Ad aprire le danze è un colpo duro alla campagna di Trump. Alle 16:05, il Washington Post pubblica un video del settembre 2005: Trump e il conduttore televisivo Billy Bush sono su un bus, diretto a girare un episodio di Access Hollywood. In una conversazione, il futuro presidente degli Stati Uniti descrive il suo tentativo di sedurre una donna con una frase destinata a restare celebre: “Grab ’em by the pussy.” – “Le puoi acchiappare per la figa.”
La pubblicazione del nastro è una risposta alla campagna trumpiana, combattuta a colpi di WikiLeaks su Hillary Clinton, avvenuti tra marzo e luglio 2016, anche se nessuno è stato determinante. Manca meno di un mese alle elezioni e lei è ancora in testa ai sondaggi.
Ma il contrattacco dei Democratici non si ferma qui. Ormai hanno capito che i loro account sono stati violati da un hacker. Ora, però, sanno chi è stato a farlo e a inviare i file a Julian Assange. Così, meno di un’ora dopo l’articolo del Washington Post, il Dipartimento per la Sicurezza Interna e l’Office of the Director of National Intelligence pubblicano un comunicato congiunto: sono stati i russi.

L’hacker utilizzava lo pseudonimo: Guccifer 2.0. Per mesi gli investigatori avevano seguito la sua traccia digitale, ritrovandosi ogni volta davanti a un vicolo cieco: un indirizzo IP in Francia, un nodo di uscita di un servizio VPN chiamato Elite VPN, con sede in Russia. Questo, finché, in un’occasione, chi operava l’account dimenticò di attivare il client prima di connettersi, lasciando nei log un indirizzo IP moscovita che conduceva a una delle sedi del GRU in via Grizodubovoy, a Mosca. Successivamente, nel luglio 2018, il Dipartimento di Giustizia incriminò dodici ufficiali dell’intelligence militare russa e confermò ufficialmente che Guccifer 2.0 faceva parte di un’operazione militare.
A quel punto, il 7 ottobre 2016, la compagna di Trump sembrava finita: le affermazioni sessiste diffuse dal Washington Post, l’interferenza di Mosca nella campagna elettorale resa pubblica dalla Casa Bianca. Come uscirne?
E qui sorgono due domande: i tre, a quel tavolo, sapevano in anticipo che cosa sarebbe uscito sul Washington Post? o che l’amministrazione Obama avrebbe denunciato le interferenze russe?
Non lo sappiamo. Quello che però è certo, è che la risposta è così immediata da lasciare pochi dubbi sul fatto che tutto fosse stato programmato in anticipo.
Il colpo di scena, infatti, arriva meno di un’ora dopo. Ed è una bomba.
WikiLeaks inizia a pubblicare migliaia di email di John Podesta, capo della campagna di Hillary Clinton. I dump di Assange inondano la rete con una tempistica perfetta. I più scottanti riguardano Bengasi: email che mostrano che nel 2015 il team di Clinton era intervenuto sulla bozza della sua testimonianza alla Commissione d’inchiesta. Poi, la questione di Bernie Sanders, con un’email scritta durante le primarie da Joel Johnson, un alleato di Clinton, che diceva a Podesta che Sanders andava “ridotto in poltiglia”.
Il video di Trump scivola in secondo piano. L’accusa contro Mosca scompare e, col tempo, sarà addirittura relegata al regno delle teorie cospiratorie, malgrado l’interferenza russa, sarà processualmente accertata, con inciminazioni a dodici ufficiali del GRU e condanne penali per Paul Manafort, Michael Flynn e Roger Stone.
Ma torniamo al nostro pranzo. Cosa c’entrano questi tre uomini?
Cominciamo da Churkin. Tra il 2010 e il 2016 è stato il volto pubblico della rottura tra la Russia e gli Stati Uniti, attraverso i suoi interventi all’ONU. È la voce delle narrazioni di Mosca contro la politica di Obama, e Trump è un candidato gradito al Cremlino: il suo isolazionismo, il suo scetticismo nei confronti della NATO, la sua avversione per l’ordine multilaterale. Tutte cose che piacciono a Mosca. Ma la vicinanza non è solo relativa al candidato: è con il GOP. L’Ucraina è da anni il campo dove si combatte una guerra proxy tutta americana: i Repubblicani più vicini a Mosca, i Democratici più vicini a Bruxelles. Paul Manafort, che ha guidato la campagna di Trump fino all’agosto 2016, è stato il consulente politico di Viktor Yanukovich – il presidente ucraino filorusso deposto dalla rivoluzione di Maidan – ed è stato alle dipendenze di Oleg Deripaska, oligarca russo tra i più vicini al Cremlino. Paul Manafort è anche socio di Roger Stone, l’uomo che ha inventato e lanciato il Trump politico.
Epstein è il ponte tra l’élite americana e i diplomatici russi. Crea incontri, in cambio, offre al figlio di Churkin, Maxim, assistenza per entrare nel settore del wealth management statunitense, proponendo di attrarre capitali occidentali verso Mosca.
Quanto a Thiel, non è un semplice finanziatore: il suo sostegno è economico, ideologico e mediatico insieme. Sovvenziona reti di propaganda come MAGA3X e operazioni di meme-warfare; un suo ex collaboratore, Jeff Giesea, coordina direttamente gruppi di troll pro-Trump.
Insomma, il triangolo è perfetto: il capitale tecnologico e l’intelligence privata da un lato, la Russia istituzionale dall’altro, e al centro Epstein – il facilitatore, l’uomo che trasforma le relazioni in leva.
Insomma, tutto è pronto a partire quando le email di Podesta iniziano a uscire.
Quello che accade nelle ore successive non è spontaneo. WikiLeaks fornisce il materiale grezzo, hackerato dai servizi d’intelligence russi; l’alt-right sa cosa farne. Blog, forum e canali affini a InfoWars selezionano i frammenti più rilevanti, li applicano a una cornice narrativa già pronta – l’élite cospiratrice, la corruzione sistemica, i legami con Wall Street, e li fanno esplodere nelle metriche di condivisione. Alcune email di Podesta vengono interpretate come codici in un linguaggio cifrato riferiti alla pedofilia e al satanismo: nasce così Pizzagate, la teoria del complotto alimentata da QAnon.
L’alt-right decide quali frammenti rendere virali. E Thiel, seduto a quel tavolo, ha sovvenzionato la macchina.
Ma non è la prima campagna a cui Thiel ed Epstein lavorano insieme. Pochi mesi prima, in occasione della vittoria del referendum sulla Brexit. Epstein aveva scritto a Thiel: “Brexit, just the beginning.” – Brexit, solo l’inizio.

Thiel, d’altra parte, aveva avuto molto a che fare con la Brexit, insieme a Steve Bannon – allora a capo di Breitbart News, presto consigliere di Trump e ideatore di Cambridge Analytica, la società di consulenza politica che aveva sviluppato tecniche di argeting, costruendo profili di milioni di utenti a partire dai loro comportamenti su Facebook, per poi somministrare loro contenuti calibrati sulla loro struttura emotiva e sui loro bias cognitivi. Messaggi progettati per muovere comportamenti, non solo opinioni.
Il legame tra Cambridge Analytica e Palantir era strutturale. Dipendenti di Palantir avevano contribuito a sviluppare parte dell’architettura tecnica che consentiva a Cambridge Analytica di raccogliere, organizzare e analizzare quei dati su scala industriale.
La Brexit era stata la prova generale. Aveva funzionato. Ora andava applicata alle elezioni presidenziali statunitensi.
Dai file scopriamo anche che il giorno prima del pranzo Epstein aveva avuto un altro incontro.
Giovedì, 6 ottobre, Sergey Belyakov – ex viceministro russo, uomo d’affari e braccio finanziario di Mosca negli USA – aveva scritto a Lesley Groff, chiedendole di trasmettere a Epstein informazioni su Ruben Vardanyan, che definiva il suo “attuale partner”: oligarca russo-armeno, cofondatore di Troika Dialog, a quel tempo la più grande banca d’investimento russa, condannato poi recentemente da un tribunale di Baku a vent’anni per crimini di guerra.

Poi, lo stesso giovedì, Belyakov si era recato a casa di Epstein.

Sempre dai file risulta anche che il sabato mattina, all’1:24, Tom Barrack scrive a Epstein e gli invia il link a un’email di Podesta appena pubblicata da WikiLeaks. Barrack è uno dei principali fundraiser della campagna Trump, con rapporti di lunga data con i paesi del Golfo e con ambienti finanziari internazionali.

Alle 2:01, è il turno di Kathryn Ruemmler.

Ex procuratrice federale, ex White House Counsel di Obama dal 2011 al 2014, poi partner a Latham & Watkins e infine chief legal officer di Goldman Sachs: Ruemmler aveva qualcosa di più di una relazione professionale con Epstein: decine di incontri, oltre cento messaggi dal tono confidenziale, regali costosi. Lo chiamava “Uncle Jeffrey”. Nel febbraio 2026, dopo l’ultima ondata di documenti resi pubblici, Ruemmler si è dimessa da Goldman Sachs. Secondo speculazioni, era la “talpa” di Epstein in campo democratico.
Trump fu eletto un mese dopo quel pranzo.
Forse i tre non avevano nulla a che fare con quanto avvenne quel giorno; forse era solo una coincidenza che fossero lì, insieme, mentre partivano le email di John Podesta.
Forse.
Certo è che quattro settimane dopo l’insediamento di Trump, Vitaly Churkin venne trovato morto nel suo ufficio. Decesso per attacco cardiaco fu il responso. In quel periodo i diplomatici russi morivano spesso. L’8 novembre 2016, per esempio – il giorno stesso delle elezioni americane – Sergei Krivov, diplomatico del consolato russo di New York, era caduto dal tetto. La versione ufficiale oscillò: prima caduta accidentale, poi attacco cardiaco. L’autopsia rivelò contusioni e un colpo violento alla testa, entrambi antecedenti alla caduta. Non fu aperta alcuna inchiesta.
Jeffrey Epstein morì il 10 agosto 2019 nel Metropolitan Correctional Center di New York, dove era detenuto. Il medico legale certificò il suicidio per impiccagione. Ma la dinamica descritta era controversa: inizialmente si era parlato di strangolamento; le telecamere di sorveglianza non funzionavano; le guardie si erano addormentate; ed Epstein era stato tolto dal regime di sorveglianza speciale appena sei giorni prima.
Il terzo commensale, Peter Thiel, è vivo, e più potente che mai.
Quanto a Trump, dopo la sconfitta del 2020 è tornato a fare esattamente ciò che piace al Cremlino: ha minato i rapporti con l’Europa; ha sospeso gli aiuti militari all’Ucraina. Si è offerto come mediatore tra Russia e Ucraina, ma sul tavolo c’erano solo le opzioni di Mosca. Ha colpito gli alleati con dazi; ha minacciato la sovranità della Groenlandia e del Canada; minaccia di lasciare la NATO. Ha scatenato una guerra in Medio Oriente, facendo salire il prezzo del petrolio, principale fonte di finanziamento dell’economia di guerra russa. Ha rimosso le sanzioni contro Mosca.
Otto anni dopo quel pranzo, la direzione è quella intrapresa quel giorno.
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