

La storia di Jeffrey Epstein è il racconto di un sistema di potere costruito su informazioni, relazioni, ricatti e intermediazioni politiche. Ridurla a una sequenza di crimini individuali significa perdere il quadro più ampio: Epstein non era solo un predatore, ma un nodo strategico in una rete globale.
Per capire davvero cosa rappresentasse, occorre tenere distinti due piani, senza mai separarli del tutto.
Due piani, un unico meccanismo
Il primo piano è quello degli abusi sessuali, che includono lo sfruttamento sistematico di donne, ragazze minorenni e, in casi documentati, di bambini (sia maschi che femmine). Il secondo è il piano politico-finanziario: rapporti con capi di governo, ex leader, grandi aziende, banche, think tank, consulenti e apparati statali.
Va chiarito che non tutte le persone che hanno avuto rapporti con Epstein erano coinvolte nei suoi crimini sessuali. Ma quei due piani erano funzionalmente intrecciati. Il sesso, soprattutto quando coinvolge minori, diventava una leva. Il potere, a sua volta, garantiva protezione e impunità.
La raccolta sistematica del kompromat
Epstein registrava tutto. Conversazioni, telefonate, incontri. Le sue residenze erano dotate di telecamere nelle camere da letto. Conservava email, file audio, immagini.
Quel materiale aveva tre funzioni precise:
- difesa, nel caso qualcuno avesse provato a colpirlo;
- pressione, per ottenere favori, accessi e silenzi;
- intermediazione, perché chi possiede segreti diventa indispensabile.
Il punto centrale è che non tutti i segreti hanno lo stesso peso. Una relazione extraconiugale difficilmente distrugge una carriera. Un coinvolgimento in atti con minori sì. Epstein lo sapeva e costruiva su questo squilibrio.
La “honey trap” come cultura organizzata
Epstein non si limitava a mettere in contatto persone. Creava un ambiente. Feste, viaggi, lusso, accesso privilegiato a donne e ragazze, spesso vulnerabili. In molti casi le richieste erano esplicite, in altri implicite, ma il messaggio era chiaro: l’accesso al suo mondo comportava l’accettazione delle sue regole.
Secondo molte testimonianze, non si trattava, appunto, soltanto di adolescenti. Ci sono foto di bambini. Tanti. Troppi. Questo è il punto più disturbante: anche chi non partecipava non poteva non vedere. Il silenzio, in questi casi, diventa una forma di complicità.
Lobbying invisibile e influenza “legale”
Sul piano politico Epstein operava come intermediario informale. Ex premier, ex ministri e figure di vertice suggerivano nomi, legittimavano aziende, aprivano porte. Formalmente tutto legale. Sostanzialmente devastante per l’integrità delle istituzioni.
È in questo contesto che emerge una registrazione del febbraio del 2013 tra Epstein e l’ancora premier israeliano Ehud Barak (un mese prima della fine del suo mandato) che evidenzia il ruolo di Epstein nel mostrare come capitalizzare reti e influenza una volta usciti dalla politica attiva.
Compare anche il nome della compagnia Palantir, all’epoca ancora poco conosciuta, ma destinata a diventare centrale nei sistemi di analisi dei dati e sicurezza. Un anno dopo, Israele firmerà contratti molto rilevanti con la società.
Ma l’elemento chiave è il modello: privati che penetrano le istituzioni democratiche attraverso reti personali, bypassando le valutazioni indipendenti e i controlli trasparenti.
Epstein investiva direttamente nelle società di Peter Thiel.
Thiel, Palantir e l’asse con Bannon
Il quadro si allarga ulteriormente quando si osserva la convergenza tra:
- l’universo tecnologico e dei dati legato a Palantir e all’ecosistema di Peter Thiel;
- la dimensione politica movimentista incarnata da Steve Bannon.
Dopo il 2016, Bannon promuove un progetto transnazionale per frammentare l’Unione Europea rafforzando i movimenti sovranisti. In parallelo, l’uso di dati, il micro-targeting, le infrastrutture informative e l’amplificazione sui social diventa centrale. Epstein appare come una figura di collegamento: qualcuno che comprende che informazioni, segreti e vulnerabilità personali sono una valuta geopolitica.
Epstein si muove anche nell’orbita russa, tramite il suo contatto Sergei Belyakov, un ex agente del FSB che faceva da tramite tra Epstein e il Cremlino (anche se Epstein incontra spesso personalmente Putin) e il tutto converge in una comunione di interessi: distruggere l’Unione Europea.
Non è un caso che lo stesso ecosistema tecnologico e politico emerga sia nella Brexit sia nelle elezioni statunitensi. L’elemento ricorrente è l’uso sistemico dell’informazione come arma.
Il caso Mandelson: quando lo scandalo diventa sicurezza nazionale
Il capitolo più grave riguarda Peter Mandelson, figura chiave del New Labour e per anni ai vertici del potere nel Regno Unito. Dai documenti emersi risultano contatti prolungati con Epstein, trasferimenti di denaro e scambi di informazioni sensibili.
Mandelson avrebbe comunicato in anticipo:
- decisioni economiche del governo,
- orientamenti su politiche bancarie,
- dinamiche europee cruciali durante la crisi finanziaria.
Questo va oltre la corruzione. La vera domanda è un’altra: a chi arrivavano davvero quelle informazioni?
Epstein non era un semplice destinatario. Aveva rapporti in più direzioni: Stati Uniti, Israele, Russia, Medio Oriente, Africa. Se fungeva da intermediario, quelle informazioni potevano essere:
- rivendute,
- usate come leva negoziale,
- condivise con potenze ostili.
In questo scenario, non si parla più di scandalo politico, ma di una falla di sicurezza nazionale. Un canale informale, non controllato, che collega il cuore dello Stato britannico a un soggetto in grado di trafficare informazioni a livello globale.
Il nodo russo: il patrimonio personale di Vladimir Putin
Una delle affermazioni più esplosive emerse dai documenti riguarda un testimone che nel novembre del 2017, durante un interrogatorio con l’FBI, sostiene che Jeffrey Epstein amministrava il patrimonio personale di Vladimir Putin (nello stessa testimonianza, si parla anche di un hacker italiano – con varie cittadinanze, compresa quella vaticana – al quale il governo italiano avrebbe chiesto aiuto – aiuto poi declinato poi dall’hacker che lo riteneva incompetente):

Plausibile che Epstein amministrasse il patrimonio di Putin?
Sì. Vediamo perché.
Il punto di partenza è la figura di Robert Maxwell, padre di Ghislaine Maxwell. Maxwell era un personaggio centrale nel mondo dei media occidentali, ma aveva anche rapporti profondi con l’Unione Sovietica e Israele. Per anni è stato sospettato di fungere da intermediario tra apparati sovietici, israeliani e interessi finanziari occidentali; secondo diverse inchieste, era in contatto con esponenti della nomenclatura e con strutture dell’intelligence, in un’epoca in cui il trasferimento di capitali fuori dal blocco sovietico era una priorità assoluta per le élite del regime.
Negli anni del collasso dell’URSS, tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, si verifica infatti una delle più grandi migrazioni di capitali della storia contemporanea. Immense quantità di denaro vengono spostate all’estero attraverso società offshore, conti schermati, fondazioni e veicoli finanziari creati appositamente per rendere quei fondi irrintracciabili. Si trattava di mettere al sicuro risorse strategiche prima del crollo definitivo del sistema sovietico.
È in questo contesto che assume rilievo il profilo di Epstein. Prima di diventare una figura mondana e un intermediario del potere globale, Epstein si era costruito una reputazione molto specifica: quella di recuperare, rintracciare e amministrare patrimoni, spesso legati a fallimenti, frodi, bancarotte o trasferimenti illeciti. Il suo lavoro consisteva proprio nel districare reti di società fittizie, conti offshore e strutture finanziarie complesse, riportando sotto controllo capitali che sembravano scomparsi.
Dopo la morte di Robert Maxwell, avvenuta in circostanze mai del tutto chiarite, è Ghislaine Maxwell a stringere un contatto stretto con Epstein. Ufficialmente per aiutarla nella gestione dell’eredità. Ufficiosamente, secondo questa ricostruzione, anche per recuperare e riorganizzare fondi che Maxwell aveva spostato all’estero, inclusi (forse) capitali che non appartenevano esclusivamente al suo gruppo editoriale, il Mirror Group.
Nickolai Kruchina, tesoriere dell’URSS, che avrebbe lavorato con Maxwell al trasferimento di questi fondi, fu assassinato nell’agosto del ‘91. Maxwell fece la stessa fine a novembre dello stesso anno, due settimane prima che Eltsin assumesse il controllo di ciò che restava del Tesoro Sovietico.
Ed è qui che il cerchio si chiude. Epstein e Robert Maxwell si conoscevano e collaboravano già dalla metà degli anni ‘80, e allora è possibile che Epstein stesso avesse trasferito quei fondi. Non è dunque implausibile che, alla morte di Maxwell, l’amministrazione di quei patrimoni sia rimasta nelle sue mani, compreso quello di Putin.
Questo spiegherebbe diversi elementi altrimenti difficili da comprendere:
- perché Epstein disponesse di risorse enormi;
- perché fosse protetto a livelli altissimi e considerato “intoccabile”;
- perché avesse accesso a reti di potere russe, israeliane e occidentali senza appartenere formalmente a nessuna di esse;
Trump, i file e la manipolazione della narrazione
I documenti emersi coinvolgono anche Donald Trump. Questo ha avuto un effetto su quell’area politica che aveva costruito la narrazione secondo cui Trump era “nemico dell’élite pedofila globale”.
La rimozione progressiva di centinaia di documenti, nei giorni successivi alla loro pubblicazione, la selezione di ciò che resta pubblico e ciò che sparisce, suggeriscono una lotta sulla narrazione più che sulla verità. Nasce il sospetto che alcuni file a Trump non piacessero e siano stati stati rimossi dal DoJ: circa 200 dopo 24 ore, altri 40 dopo 48 ore. Non si tratta solo di stabilire chi è colpevole, ma di decidere quale storia possa essere raccontata.
Le vittime e il silenzio collettivo
Al centro restano le vittime: oltre duecento persone, in gran parte ragazze minorenni estremamente vulnerabili, reclutate con promesse di carriera e protezione, poi isolate, controllate, abusate.
È difficile credere che tutto questo sia accaduto senza che nessuno sapesse. Il vero scandalo non è solo Epstein, ma il sistema che lo ha reso possibile: paura, convenienza, ambizione, e una cultura del potere in cui chi vede sceglie di non parlare.
La mia intervista su Radio Radicale:
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Ottimo (e opportuno) articolo che mi offre lo spunto per una segnalazione “personale”: mia figlia, che lavora per un’azienda britannica, mi ha chiesto più volte come mai “da noi” in italia, nei TG e nei media in generale, la faccenda Epstein risulti “di fatto” confinata nel gossip invece che nella sua dimensione di brutalità e potere che Lei, nel Suo aricolo, ha così ben descritto.