

Quella di Jeffrey Epstein non è solo la vicenda di un trafficante di minori che gestiva una cerchia di pedofili altolocati. Dietro c’è molto di più.
La sua complessa figura attraversa oltre trent’anni di Storia, e dalla sua vicenda emergono tutte le contraddizioni, gli estremi, gli intrecci del nostro tempo. E se c’è almeno una cosa positiva riguardo a lui, è che rappresenta una chiave di comprensione non solo della storia più recente, ma anche del nostro presente.
Negli anni, gli eventi sono spesso apparsi come tasselli scollegati e incomprensibili nelle dinamiche. Invece, attraverso Epstein, possiamo provare a rimetterli insieme.
Chi era Epstein? E perché la sua vicenda è così rilevante, al punto da influenzare ancora, a sei anni dalla sua morte, la politica statunitense? Come ha potuto un uomo plasmare il corso storico del Regno Unito? E come mai l’ascesa stratosferica e inarrestabile del sovranismo europeo, rallenta e si ferma, alla sua morte?
Non ci sono risposte semplici: tutto ciò che possiamo fare è cercare delle risposte nelle tappe salienti della sua vicenda.
Tutto comincia nel 1991, quando Robert Maxwell, ex deputato laburista, magnate dell’editoria e proprietario del Mirror Group, muore in circostanze mai chiarite cadendo dal suo yacht. Maxwell era noto per i legami profondi con l’Europa dell’Est e con Israele; era sospettato di collaborare con il Mossad, ma anche con il KGB e l’MI6. Forse tutte e tre. Nulla è mai stato provato.
Subito dopo la morte del padre, Ghislaine Maxwell si trasferisce a New York, ed è lì che incontra Jeffrey Epstein. Lui è un ex insegnante di fisica e matematica che si è fatto strada nel mondo della finanza, distinguendosi per spregiudicatezza e affari opachi; lei è in difficoltà tra debiti e l’impero editoriale del padre da liquidare. Ma Ghislaine porta con sé un capitale più prezioso del denaro: è cresciuta in un ambiente elitario, tra aristocrazia, alta borghesia e i circuiti politici britannici, israeliani ed ex sovietici frequentati da Robert Maxwell. In cambio del sostegno economico di Epstein, Maxwell mette sul tavolo una rete di relazioni di valore inestimabile, aprendo al giovane enterpreneur le porte di un mondo al quale, da solo, difficilmente avrebbe avuto accesso. Il loro sodalizio comincia così.
Tramite Ghislaine Maxwell, Jeffrey Epstein entra in contatto con il principe Andrew, amico intimo di lei. Da lì in avanti è difficile stabilire cosa venga prima: se le inclinazioni di Andrew abbiano favorito un sistema che le assecondava, oppure se vi fosse qualcosa di più pianificato. Probabilmente non lo sapremo mai. Quel che conta è il contesto. Siamo ora verso la metà degli anni ’90: la Guerra fredda è finita, democratici negli Stati Uniti e laburisti nel Regno Unito occupano i centri del potere, ed è in quegli ambienti che Epstein si muove.
Sono anche anni in cui la politica vuole divertirsi, in cui le feste spinte cominciano a fare parte del paesaggio. Sono gli stessi anni di Berlusconi e del bunga bunga: un’epoca in cui la politica si trasforma in spettacolo sessualizzato, in parata di corpi, e nessuno sembra trovarci nulla di problematico. Quanto a Epstein, bè, lui sfrutta il momento e lo capitalizza. Almeno all’esterno, non si parla di minorenni: per il mondo sono semplicemente feste con donne. Ed è proprio questa normalizzazione dell’eccesso a permettergli di operare senza destare sospetti.
Sono anche gli anni della Russia di Boris Eltsin. Gli oligarchi si spartiscono il bottino dell’ex Unione Sovietica e approdano negli Stati Uniti, nel Regno Unito e nel resto d’Europa carichi di denaro. È su di loro che si concentra l’attenzione: le relazioni con Mosca diventano centrali perché gli affari si trovano in quella congiunzione. Gli oligarchi russi, molti dei quali ex KGB, oltre a essere immensamente ricchi, portano con loro due asset ben noti: la disponibilità di donne come strumento di intrattenimento e una lunga tradizione nell’uso del kompromat come leva di potere.
Jeffrey Epstein impara presto come fare. D’altra parte, sono tanti i suoi clienti facoltosi, alla ricerca di sesso con minori: pagano bene. Lui offre un servizio completo, poi tiene le registrazioni. I kompromat.
Non ci sono prove che, almeno a questo punto della storia, Epstein lo faccia per qualcuno. È un cavallo selvaggio, indipendente. Lavora per sé. Il potere gli serve per ottenere favori, per accedere, per controllare, per indirizzare, per mettere in contatto personalità e, soprattutto, per arricchirsi.
A differenza di Peter Thiel — che incontrerà di lì a poco — Epstein non è un ideologo. Non ha una visione del mondo da imporre. È un pragmatico, un affarista puro. Se si muove sul terreno politico, lo fa in funzione della propria sopravvivenza e centralità: non per cambiare il mondo, ma per assicurarsi di restare sempre al centro del potere, qualunque sia il vento che soffia.
Quando, nei primi anni 2000 l’asse politico si sposta, Jeffrey Epstein inizia a intrecciare rapporti più stretti in ambito repubblicano, in particolare con Donald Trump, con il quale la frequentazione diventa più assidua. In quegli anni Trump viene incoraggiato politicamente da Roger Stone a valutare una candidatura presidenziale. Intanto, in Russia, inizia il nuovo corso di Vladimir Putin.
Tutto si interrompe il 23 luglio 2006, quando Jeffrey Epstein viene arrestato a Palm Beach con l’accusa di sollecitazione alla prostituzione e di approvvigionamento di una minore. L’indagine nasce da una denuncia del 2005 e porta a perquisizioni nelle proprietà di Epstein, dove emergono prove di abusi su decine di ragazze. La polizia di Palm Beach identifica almeno 14 vittime minorenni, reclutate con il pretesto di “massaggi”. Rilasciato su cauzione poco dopo, Epstein finisce nel mirino federale: nel 2006 l’FBI avvia un’inchiesta. È un repubblicano a correre in suo soccorso: il procuratore Alexander Acosta, che nel giugno del 2008 offre un patteggiamento: Epstein si dichiara colpevole di due capi minori, sconta 13 mesi di carcere con permessi giornalieri di lavoro e una sorveglianza successiva. L’accordo garantisce immunità ai co-imputati.
È uno scandalo e, subito, l’operato di Acosta diventa il simbolo dell’impunità dell’élite e della corruzione strutturale del potere. D’altra parte, sono ormai anni che Epstein sfrutta minorenni sia nella villa di Palm Beach sia sulla sua isola privata, dove le stanze sono dotate di telecamere. Ha un’enorme porzione dell’élite statunitense in pugno e abbastanza kompromat da garantirgli protezione e impunità. Il suo è materiale che scotta, perché già da allora si sospetta che non si tratti soltanto di stupri di minori. Diverse vittime parlano di sevizie e addirittura di omicidi. Ma non si può fare nulla: Acosta ha messo un sigillo.
Dopo la scarcerazione, per alcuni anni, Epstein riduce l’esposizione mediatica e limita le apparizioni mondane. Ma non scompare: ricostruisce le sue reti, si muove con maggiore cautela.
Sul piano finanziario continua a operare tramite J. Epstein & Co., con investimenti in hedge fund e consulenze per miliardari come Leon Black. Sul fronte delle relazioni, mantiene contatti con figure politiche di primo piano, tra cui Bill Clinton ed Ehud Barak; dal 2012 agisce da fixer per iniziative di sicurezza privata, facilitando Barak con contatti presso l’ONU e in Costa d’Avorio. In parallelo, coltiva legami con Peter Thiel e con l’ex ministro laburista Peter Mandelson.
In quel periodo, Epstein entra anche in contatto con Sergei Belyakov, un ex funzionario dell’FSB, e nel 2014, in seguito all’annessione della Crimea, i loro rapporti si intensificano. L’imposizione delle sanzioni occidentali rende Epstein utile agli interessi russi. Ne nasce un accordo: Epstein ottiene visti e l’accesso a funzionari di alto livello; in cambio, offre a Belyakov consigli su come aggirare le sanzioni. I due si incontrano spesso, delineando un canale informale di scambio tra capitali, relazioni e influenza proprio nel momento in cui Mosca cerca di rompere l’isolamento internazionale.
Nel luglio 2015, Epstein chiede aiuto a Sergei Belyakov per gestire il caso di Guzel Ganieva, una modella russa che ricatta uomini d’affari statunitensi con accuse di abusi sessuali. Belyakov è un ex funzionario dell’FSB e, dopo aver aiutato Epstein a risolvere il problema, gli propone alcuni incontri con alti funzionari russi.
È a questo punto che, si sospetta, Epstein inizi a utilizzare modelle ed escort come strumenti di compromissione per conto di Belyakov: situazioni costruite per ottenere materiale sensibile, utile a esercitare pressione su uomini potenti. È un terreno su cui Epstein, per esperienza, infrastruttura e rete di relazioni, risulta funzionale. In questo contesto, il contatto con Belyakov rafforza l’idea di Epstein non come agente di un apparato, ma come facilitatore informale, capace di mettere in relazione interessi russi, la finanza occidentale e meccanismi di ricatto personale.
Tra il 2015 e il 2016, Epstein investe 40 milioni di dollari in Valar Ventures, un fondo legato a Peter Thiel. È in questa fase che si delinea l’avvicinamento definitivo di Epstein al fronte repubblicano e sovranista: Thiel sostiene apertamente Donald Trump e la Brexit, mentre Cambridge Analytica, guidata da Steve Bannon, consigliere di Trump, beneficia del supporto di personale proveniente da Palantir, società fondata da Thiel.
Epstein diventa doppiamente utile: da un lato, per i contatti con ambienti russi, mediati da Belyakov, che lo rendono un canale verso élite statunitensi resistenti alle sanzioni; dall’altro, per la sua intoccabilità nel Regno Unito. Lo scandalo legato a Virginia Giuffre, che nel 2011 aveva affermato di essere stata trafficata da Epstein e costretta a partecipare a incontri sessuali con Andrew quando aveva diciassette anni, era stato a malapena tenuto fuori dai riflettori mediatici. Per gli inquirenti britannici, indagare sui canali di Epstein significa muoversi su un terreno minato, con il rischio di far saltare la Corona. Perché si sa (o almeno si sospetta) che dietro al rapporto tra Andrew ed Epstein c’è molto di più del rapporto sessuale con una diciassettenne. È questo il nodo che rende l’indagine politicamente esplosiva. Secondo alcuni giornali britannici, i possibili crimini di Andrew furono alla base dell’assenza di un’indagine effettiva sulle interferenze russe nella Brexit.

Dopo la Brexit, quando gli interessi di Thiel e Bannon — ormai in piena convergenza con quelli russi — si proiettano verso l’obiettivo successivo, cioè frammentare ulteriormente l’Unione Europea, Bannon si trasferisce di fatto in Europa per incontrare i leader dei movimenti populisti e costruire un grande fronte sovranista transnazionale.



In questo passaggio, Jeffrey Epstein torna a ricoprire un ruolo chiave come facilitatore, capace di mettere in relazione capitali, contatti, logistica e canali informali di influenza.

Le email desecretate mostrano che nel 2018 Jeffrey Epstein discuteva con Bannon piani concreti per costruire una “maggioranza sovranista” nel Parlamento europeo post-Brexit, sostenendo in Uk figure come Farage, Boris Johnson e Jacob Rees-Mogg contro Theresa May. Le conversazioni riguardano aspetti operativi — soldi, logistica, tattiche mediatiche per le elezioni europee del 2019 — con Bannon che parla di una struttura dedicata e Epstein che offre suggerimenti strategici, lamentando la debolezza della classe dirigente britannica.
Nel novembre del 2018, Epstein arriva a fare da vero e proprio assistente logistico a Bannon durante un viaggio nel Regno Unito, organizzando spostamenti e incontri. Parallelamente, Bannon offre a Epstein consigli su media strategy e sulla gestione dell’immagine pubblica, arrivando a pianificare riprese sull’isola caraibica di Epstein fino a poche settimane prima del suo arresto nel luglio 2019.
Epstein viene trovato morto nella sua cella il 1o agosto 2019.
Le relazioni tra Epstein e Trump possono essere riassunte in due documenti emersi dai file.
In uno Epstein scrisse a Larry Summers, ex Segretario del Tesoro:
“Ho incontrato persone davvero cattive, nessuna quanto Trump. Non c’è una cellula decente nel suo corpo… quindi sì, pericoloso”.

In un altro scambio con Bannon, invece, Epstein lascia intendere di avere kompromat sia sul principe Andrew che su Trump.

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Il dramma è che probabilmente questa situazione orribile quanto moralmente deprimente non è un eccezione ma la regola in quegli ambienti.
Una vicenda torbida e intricata, peggio di quella che si potesse pensare inizialmente.
Epstein non poteva che trovare un suo simile come Trump per fare ciò che ha fatto, l’ossessione per la depravazione e l’abuso di innocenti, la spregiudicatezza, la violazione delle regole anche morali, ma soprattutto sembra condividessero il risentimento e la vendetta verso coloro che li avevano emarginati dal mondo degli affari o li avessero messi in guai finanziari.
La Russia di Putin non poteva trovare migliori alleati per inserirsi nel sistema e nelle istituzioni americani e occidentali in generale.
Non si può che inorridire.