
Questa è un’opinione. Ed è un’opinione che si colloca deliberatamente sul crinale tra provocazione e analisi, perché talvolta solo una tesi netta consente di illuminare un fenomeno che, per accumulo di ambiguità, è diventato opaco.
L’antifascismo contemporaneo – non quello storico, non quello delle lotte partigiane, non quello fondativo della Repubblica – è oggi un contenitore vuoto, progressivamente svuotato da una parte della politica che ne ha fatto un uso improprio, strumentale e regressivo.
Non è una tesi comoda, ma è una tesi che merita di essere discussa, perché riguarda il rapporto tra linguaggio politico, conflitto e qualità della democrazia.
L’antifascismo, nella sua origine, non è mai stato un’identità esclusiva né un marchio ideologico. È stato un principio trasversale, condiviso da culture politiche diverse – liberali, cattoliche, socialiste, repubblicane, azioniste – unite non da una visione uniforme del mondo, ma dal rifiuto dell’autoritarismo, della soppressione del pluralismo, della riduzione della politica a obbedienza.
L’antifascismo non nasce per essere “contro qualcuno”, ma per rendere possibile il conflitto democratico senza che questo degeneri in dominio.
Il problema non è che oggi il fascismo venga evocato. Il problema è come viene evocato, contro chi, e soprattutto a cosa serve questa evocazione.
Quando l’antifascismo diventa un’arma di delegittimazione
I fatti di Torino – lo scontro violento tra manifestanti legati a un centro sociale sgomberato e le forze dell’ordine, culminato nell’aggressione brutale a un poliziotto isolato – non sono rilevanti solo per la violenza in sé.
Sono rilevanti per il frame simbolico che li accompagna. La violenza viene inscritta in un racconto antifascista che non distingue più tra Stato, governo, funzione pubblica e colore politico. Tutto viene compresso in un’unica categoria morale: il nemico.
Qui avviene uno slittamento decisivo. L’antifascismo smette di essere un principio che limita i mezzi e diventa una narrazione che li giustifica. Non ordina il conflitto, lo assolutizza. Non chiede responsabilità, ma adesione emotiva.
E quando questo accade, la violenza non è più un incidente: diventa una possibilità latente, sempre disponibile, perché il nemico non è più un avversario politico, ma un soggetto moralmente illegittimo.
Questo stesso meccanismo emerge con chiarezza nella comunicazione politica istituzionale. Il caso del video diffuso dal Partito Democratico in vista del referendum sulla separazione delle carriere è emblematico: associare il voto favorevole a immagini di fascisti in bianco e nero non è un’argomentazione politica, è una scomunica simbolica.
Non si entra nel merito di una riforma complessa, non si riconosce la legittimità del dissenso, non si accetta che su una questione istituzionale possano esistere posizioni diverse all’interno del perimetro costituzionale.
Qui l’antifascismo viene usato non per difendere la Costituzione, ma per ridurre il campo del legittimo. Chi non si allinea non è semplicemente in disaccordo: viene collocato fuori dal perimetro morale.
È una torsione profonda, perché l’antifascismo costituzionale nasce per includere nel patto democratico, non per espellere. Quando diventa uno strumento di delegittimazione preventiva, perde la sua funzione originaria e si trasforma in linguaggio di esclusione.
Dal punto di vista politologico, questo segnala un declino della capacità di gestire il conflitto. La politica non distingue più tra avversario e nemico, tra dissenso e minaccia.
Tutto viene semplificato in una contrapposizione binaria che produce mobilitazione, ma erode la qualità democratica.
Il paradosso internazionale e il declino dell’ideologia
La crisi dell’antifascismo contemporaneo emerge in modo ancora più netto sul piano internazionale. Gli stessi ambienti politici che si dichiarano antifascisti mostrano spesso una sorprendente tolleranza – se non giustificazione – verso regimi apertamente autoritari.
Russia, Venezuela, Iran: sistemi che concentrano il potere, reprimono il dissenso, cancellano libertà fondamentali vengono relativizzati, spiegati, talvolta difesi in nome dell’anti-imperialismo, del contesto geopolitico, della colpa dell’Occidente.
In tal senso, il problema non è la critica all’Occidente – che in alcuni casi può anche essere legittima – ma la selettività morale. L’antifascismo diventa un principio applicabile solo quando coincide con l’avversario politico interno o con il nemico geopolitico di turno.
Cessa di essere un criterio universale e diventa una bandiera intermittente, utile a mobilitare consenso, non a orientare il giudizio.
Sociologicamente, questo segnala qualcosa di più profondo e più inquietante del semplice declino ideologico. Le grandi ideologie come sistemi coerenti di pensiero sono scomparse da tempo; ciò che resta non è una visione del mondo, ma un uso selettivo e semplificato di categorie morali.
L’antifascismo, valore fondante della Repubblica e principio costituzionale trasversale, non fa eccezione: sopravvive non come cultura politica, ma come dispositivo di riduzione.
Perché, allora, questo antifascismo svuotato continua a funzionare, soprattutto in alcuni ambienti della sinistra?
La risposta non è politica in senso stretto, ma sociologica e generazionale. L’antifascismo contemporaneo sopravvive non come memoria storica, ma come dispositivo identitario.
Per una parte rilevante delle generazioni più giovani, il fascismo non è un’esperienza storica né una minaccia concreta, ma un simbolo astratto, una categoria morale pronta all’uso.
Non avendo memoria diretta, né indiretta mediata da un racconto condiviso, l’antifascismo smette di essere un’eredità e diventa un linguaggio. Serve a collocarsi, a segnalare appartenenza, a distinguere un “noi” da un “loro”, più che a comprendere un fenomeno storico-politico.
Ma la responsabilità non è solo dei giovani. Le generazioni che avrebbero dovuto trasmettere la complessità dell’esperienza antifascista spesso non hanno saputo – o voluto – farlo.
Non perché mancasse la testimonianza partigiana, ma perché quella testimonianza non è stata trasformata in cultura politica. Il racconto si è cristallizzato in rituale, commemorazione, liturgia civile, perdendo la capacità di interrogare il presente.
Così si è spezzata la catena della trasmissione: ciò che era esperienza è diventato mito; ciò che era conflitto storico è diventato parola sacra.
In questo vuoto, l’antifascismo sopravvive non come strumento di comprensione, ma come scorciatoia identitaria, tanto più utilizzabile quanto meno è conosciuto.
Non organizza più la complessità del reale, la contrae. Non aiuta a comprendere i processi che producono autoritarismo, li sostituisce con un’etichetta.
Ogni conflitto, ogni dissenso, ogni scelta sgradita viene ricondotta a un’unica spiegazione morale: il fascismo. È una reductio ad antifascismo, in cui la parola smette di descrivere un fenomeno storico-politico e diventa una scorciatoia retorica per evitare l’analisi.
C’è poi un effetto boomerang che raramente viene riconosciuto. L’uso inflazionato e improprio dell’antifascismo non indebolisce solo il dibattito democratico: finisce per normalizzare ciò che dovrebbe restare eccezionale.
Quando ogni dissenso viene ricondotto al fascismo, il fascismo smette di essere una categoria grave e diventa una metafora generica del disaccordo. In questo modo, il concetto perde potenza analitica e forza simbolica. L’allarme continuo produce assuefazione, non vigilanza.
Ancora più paradossale è l’effetto politico: chi viene sistematicamente etichettato come “fascista” finisce per essere rafforzato, non delegittimato.
L’accusa totale, quando non è sostenuta da analisi e proporzione, trasforma l’avversario in vittima di un eccesso morale. Il risultato è una dinamica rovesciata: l’antifascismo performativo non isola l’autoritarismo, ma contribuisce a renderlo plausibile, perché spinge una parte crescente dell’opinione pubblica a percepire la categoria di “fascismo” come un’arma retorica, non come un pericolo reale.
Così, ciò che dovrebbe funzionare come argine diventa rumore di fondo. E il rumore, in politica, non protegge: copre.
In questo schema, l’antifascismo non produce più coscienza democratica, ma polarizzazione permanente. Non serve a interrogarsi sulle condizioni materiali, istituzionali e culturali che rendono possibile una deriva autoritaria; serve a stabilire chi sta “dalla parte giusta” e chi, per definizione, non può avere ragione.
Il conflitto politico viene così moralizzato, e la politica smette di essere uno spazio di confronto regolato per diventare un campo di legittimazione simbolica.
Il risultato è paradossale: un principio nato per impedire la semplificazione autoritaria del mondo viene usato per semplificare autoritariamente il conflitto.
E quando l’antifascismo diventa un riflesso automatico, perde la sua funzione critica e diventa ciò che pretendeva di combattere: uno strumento che non spiega, ma chiude; che non apre domande, ma distribuisce colpe.
In questo senso, l’antifascismo di oggi non è più una cultura politica, ma un dispositivo identitario. Non costruisce un orizzonte comune, ma una frontiera simbolica.
E una democrazia che vive di frontiere morali invece che di conflitto regolato è una democrazia più fragile, non più forte.
L’antifascismo è morto
Dire che l’antifascismo contemporaneo è diventato un contenitore vuoto non significa negarne il valore storico né la necessità di vigilare contro derive autoritarie reali. Significa, al contrario, prendere sul serio quella tradizione e riconoscere che il suo uso inflazionato e strumentale ne ha eroso la forza.
Quando una parola nata per impedire l’autoritarismo viene usata per delegittimare il dissenso, per giustificare la violenza simbolica o fisica, per ridurre la complessità politica a una dicotomia morale, quella parola smette di proteggere la democrazia e comincia a consumarla.
L’antifascismo non è morto perché il fascismo non esiste più. È morto perché una parte della politica ha smesso di trattarlo come un principio ordinatore e ha iniziato a usarlo come arma polemica.
E quando un fondamento diventa strumento, perde la sua funzione.
Il paradosso finale è questo: un antifascismo ridotto a slogan non rafforza la democrazia. La indebolisce.
Perché una democrazia che non distingue più tra avversario e nemico, tra critica e colpa, tra dissenso e tradimento, è una democrazia che ha già iniziato a perdere il senso dei propri limiti.
E senza limiti condivisi, nessuna parola – nemmeno la più nobile – può salvarla.

Il Club InOltre nasce per creare una community tra chi InOltre lo scrive, chi lo legge e chi lo sostiene. È il desiderio di creare punti di incontro digitali e, quando possibile, anche fisici – dove scambiarsi idee, discutere, conoscersi da vicino.
Un Club che unisce tutti quelli che contribuiscono alla buona riuscita d’InOltre e al suo successo.
InOltre è completamente gratuito ed è il frutto della competenza e della passione di molte persone che lavorano senza fini di lucro. Se desideri contribuire con un piccolo supporto, puoi farlo effettuando un bonifico come di seguito specificato oppure cliccando sui pulsanti che vedi, scegliendo l’opzione che più preferisci. Le donazioni verranno utilizzate per i costi di mantenimento del sito e per altre attività editoriali.
Grazie per il vostro supporto!
Bonifico bancario intestato a Inoltre Ente del Terzo Settore con Causale: donazione/erogazione liberale a favore di Inoltre ETS.
Codice Iban: IT55A0306909606100000404908



Scopri di più da InOltre
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Il problema storico del termine abusato dell’antifascismo è che una certa parte politica avversa al fascismo rimane ancora oggi politicamente legata ad un’ideologia autoritaria ben nota, dove la violenza e l’uso della forza sono giustificati per arrivare a un fine più o meno definito.
E questo non è compatibile con la democrazia.
Credo poi che il termine antifascismo abbia fatto il suo tempo, perché si presta ad ambiguità e manipolazioni come evidenziato nell’articolo. Bisogna essere contro tutte le dittature, non solo fasciste.
Bisogna iniziare a parlare di anti-dispotismo, anti-autoritarismo, avere una chiara idea di cosa non è democratico e non abusare di essa quando fa comodo e per raggiungere determinati scopi.
Assolutamente d’accordo, grazie per questo articolo
magistrale, grazie davvero
è un’opinione, ma un’opinione fondatissima e ragionata e per niente paradossale o provocatoria.
basti vedere l’iniziativa di qualche giorno fa delle sinistre di okkupare la sala stampa della Camera per impedire ai “fascisti” di parlare e di esporre una proposta di legge. iniziativa e azione che si possono tranquillamente etichettare come “fascistissime”. avendo del fascismo storico quasi tutti gli ingredienti: sopraffazione fisica, impedimento violento, tacitazione ideologica e materiale di chi non piace, ostracismo ed esclusione, il tutto recitando brani della costituzione.
non fossero dei pagliacci farebbero quasi preoccupare, ma il fez se lo meritano in pieno