

Per molti, la sterzata di Donald Trump verso la Russia sembra piovere dal nulla. In realtà, gli avvenimenti che stanno sconvolgendo il mondo hanno radici in una storia lunga e complessa, che non si limita alla nota vicinanza di Trump con la Russia, ma ha molti protagonisti: volti e nomi di personaggi che attraversano la politica statunitense da decenni. Per Mosca, fare di Washington un alleato è stato un percorso pieno di intoppi ma il piano è andato avanti per trent’anni, fino alla situazione odierna.
In questo articolo, cercherò di spiegare il filo che lega la storia dell’Ucraina a quella degli Stati Uniti, per fare chiarezza su quella che altrimenti sembrerebbe solo pura follia.
È noto che i russi costruiscono la propria propaganda accusando gli altri di cose che loro stessi commettono. Così che nel 2014, al tempo di Euromaidan, diffusero la narrazione del colpo di stato Americano. In effetti, qualcosa di vero sull’interferenza americana nella politica ucraina c’era. Ma il presidente insediato grazie agli americani non era stato Petro Poroshenko nel 2014 bensì il filo-russo Viktor Yanukovich nel 2010, e i due americani che avevano favorito il suo insediamento erano Paul Manafort e Roger Stone.

I due si conoscevano dai primi anni ‘80. Da allora, fino a ridosso degli anni 2000 avevano condiviso uno studio legale, il Black, Manafort, Stone & Kelly. Insieme, avevano lavorato alle campagne di Gerald Ford, Ronald Reagan, George H. W. Bush, e Bob Dole.

Manafort era lo stratega, specializzato nel creare un’immagine, la comunicazione e il posizionamento, Stone invece, da sempre, è il lobbista per eccellenza, il “fixer”, quello che insomma sistema le cose, legalmente o meno.

Per Stone vale tutto: dall’affare pulito alla corruzione, dai consigli amichevoli alla coercizione, frequenta gente per bene quanto gang criminali, e si muove con una certa disinvoltura tra i gruppi di estremisti. È l’uomo dietro le maggiori ombre della politica americana: dal Watergate di Nixon,

al riconteggio in Florida per l’elezione di George W. Bush contro Al Gore; dall’elezione di Yanukovich in Ucraina a quella di Trump nel 2016 negli USA; dalla campagna “Stop the Steal” del 2020 che portò all’assalto a Capitol Hill, fino ai suoi intrallazzi con i fratelli Andrew e Tristan Tate oggi. Per molti, è lui il burattinaio di Donald Trump.

Manafort iniziò a lavorare con Yanukovich subito dopo la Rivoluzione Arancione del 2004. Negli anni precedenti aveva affiancato numerosi dittatori ed ex dittatori, come il filippino Ferdinand Marcos, Mobutu Sese Seko nello Zaire, e il leader angolano Jonas Savimbi. Le sue relazioni in Ucraina risalivano al 2003, quando l’oligarca russo Oleg Deripaska aveva assunto Bob Dole, precedente candidato di Manafort, per fare pressioni sul Dipartimento di Stato americano affinché gli venisse concesso il visto che gli serviva per poter offrire azioni della sua azienda, RusAL, a investitori istituzionali. Successivamente, nei primi mesi del 2004, Deripaska incontrò il socio di Manafort, Rick Davis, anch’egli ex consigliere di campagna di Bob Dole, con l’obiettivo di riportare Igor Giorgadze, ex Ministro della Sicurezza di Stato della Georgia, alla ribalta della politica georgiana.

Tuttavia, alla fine del 2004, Deripaska mise da parte i suoi piani in Georgia e inviò Manafort in Ucraina per incontrare Rinat Akhmetov e aiutarlo, insieme alla sua holding, System Capital Management, a superare la crisi politica scatenata dalla Rivoluzione Arancione. Fu Akhmetov a introdurre Manafort a Viktor Yanukovich, il cui partito politico, il Partito delle Regioni, beneficiava dei suoi contributi. (Da notare che, malgrado all’epoca Akhmetov propendesse apertamente per Yanukovich, e che fino al 2021 avesse pessimi rapporti con Volodymyr Zelensky, dopo l’invasione russa del 2022, ha supportato pubblicamente ed economicamente gli sforzi del governo ucraino, condannando la Russia).

La società Davis Manafort cominciò così ad operare in Ucraina, fornendo analisi e orientamenti strategici che aiutarono Yanukovich a costruire un racconto attraente per gli elettori. Stone operò principalmente dagli Stati Uniti, sfruttando le sue connessioni nei circoli politici statunitensi per rafforzare la legittimità di Yanukovich.
Manafort e Stone però non si limitarono a dare consigli; aiutarono il presidente filo-russo ad arrivare al potere. Attraverso attività di lobbying e accordi sottobanco, affinarono la narrativa filo-russa in Ucraina, presentandolo come un riformatore moderno, pro-europeo, cercando al tempo stesso di assicurarsi che l’Ucraina rimanesse nella sfera d’influenza della Russia. In breve, lo stesso gioco d’immagine che avremmo visto successivamente in Georgia con il Partito Sogno Georgiano: la creazione di un’immagine pulita e pro-europea gradita all’elettorato per portare forze filo-russe al potere e riallineare i Paesi in direzione di Mosca.
In Ucraina, quanto in Georgia, fino agli Stati Uniti i meccanismi sono gli stessi: mentire all’elettorato e sfruttare i processi democratici per piazzare gli uomini giusti in posizioni ritenute strategiche.
Nel 2007 e 2008, Paul Manafort partecipò a investimenti con Oleg Deripaska—l’acquisizione di una compagnia di telecomunicazioni ucraina—e con l’oligarca ucraino Dmytro Firtash per la riqualificazione dell’area dell’ex Drake Hotel a New York. Manafort negoziò un contratto annuale da 10 milioni di dollari con Deripaska per promuovere gli interessi russi negli Stati Uniti.

Nel 2014, dopo l’impeachment e la fuga di Yanukovich, Putin invase e annetté la Crimea, si servì poi di Wagner e varie milizie private per conquistare parte del Donbas. Manafort continuò a lavorare per oligarchi allineati con la Russia, creando anche il partito Opposition Bloc, fino al 2016 quando rientrò negli USA diventando, insieme al vecchio socio Roger Stone, una delle figure centrali nella campagna presidenziale di Donald Trump, giocando un ruolo chiave nell’interferenza russa (Russiagate) nelle elezioni presidenziali statunitensi.

Secondo il Mueller Report, l’inchiesta sulle interferenze russe nelle elezioni presidenziali del 2016, Manafort trasferì dati interni della campagna a Konstantin Kilimnik, un individuo legato all’intelligence russa. Questo passaggio di informazioni costituì un chiaro collegamento tra la campagna di Trump e gli sforzi russi per plasmare l’esito delle elezioni a favore di Trump.

Roger Stone (che aveva suggerito per la prima volta a Trump di candidarsi alla presidenza all’inizio del 1998) lavorò per mantenere e amplificare i legami con Julian Assange (con cui aveva contatti frequenti) e WikiLeaks, facilitando la diffusione di informazioni dannose per la campagna di Hillary Clinton. Inoltre, (sempre da quanto emerse dall’inchiesta sul Russiagate) creò migliaia di falsi account di Facebook per diffondere disinformazione online.
Durante le indagini, Stone ammise di aver avuto scambi di messaggi con Guccifer 2.0, un hacker che aveva rivendicato la responsabilità per il furto di email dal Comitato Nazionale Democratico (DNC), tra cui quelle di Hillary Clinton, e per la loro pubblicazione tramite WikiLeaks. Sebbene, non si sia mai giunti a scoprire l’identità di Guccifer 2.0, le ricerche confermarono che gli indirizzi IP utilizzati da Guccifer 2.0 durante le operazioni di hacking erano associati al GRU, i servizi segreti russi, sollevando questioni significative riguardo la sicurezza elettorale e l’influenza straniera nelle politiche democratiche americane.
Successivamente al Rapporto Mueller, Paul Manafort fu condannato per Frode fiscale e bancaria, cospirazione contro gli Stati Uniti e di ostruzione alla giustizia. Anche Roger Stone fu condannato per reati legati al Russiagate: falsa testimonianza e ostruzione alla giustizia (intimidì i testimoni durante le indagini). Entrambi furono poi graziati da Donald Trump nel 2020.

Dopo aver ricevuto la grazia presidenziale, Roger Stone ha ripreso un ruolo attivo nella politica. Fu lui a suggerire a Trump di imporre la legge marziale se avesse perso le elezioni; a creare lo slogan “Stop the Steal” e ad organizzare il raduno del 5 gennaio 2021 e ad incitare i presenti a combattere il giorno successivo quando si sarebbe tenuto il voto al Congresso.

Ed era stato sempre lui, attraverso i propri collegamenti con i gruppi militanti di estrema destra, come gli Oath Keepers, a gettare le basi per l’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021.

Mentre Paul Manafort sembra ora mantenere un basso profilo, ritroviamo Roger Stone al centro di una nuova questione, quella che vede per protagonisti i fratelli Andrew e Tristan Tate. Esistono abbastanza elementi nel passato di Roger Stone per farci sospettare che questo legame sia in qualche modo strumentale a un obiettivo che al momento sembra ancora indecifrabile. Ma sull’evoluzione di questa vicenda tratteremo altrove.

Per ora, ci basta comprendere come la presidenza di Trump non sia stata un evento isolato, ma il risultato di un lungo e complesso processo di riallineamento politico e di influenze estere che legano a doppio filo la storia recente dell’Ucraina a Washington. L’insediamento di un leader filo-russo alla Casa Bianca rappresenta il culmine di una serie di eventi che hanno seguito una direzione orientata a consegnare Kyiv al Cremlino e ampliare la sfera d’influenza russa fino ai vertici USA, servendosi di influenti mercenari dalle profonde radici nell’establishment politico americano.
In mezzo naturalmente ci sono stati alcuni ostacoli: la destituzione di Yanukovich e l’Euromaidan, la mancata rielezione di Trump nel 2020, il fallito colpo di stato nel gennaio 2021, la posizione netta di Zelensky nel non voler abbandonare l’Ucraina, l’appoggio di Biden e la posizione dell’Unione Europea. Tutte questioni che hanno rallentato ma non fermato il processo. Ci sono state però anche molte opportunità colte al volo, come la deriva woke, poco gradita alle moltitudini, la perdita identitaria del Partito Democratico, l’assenza di una reale e credibile opposizione.
Questo percorso di graduale erosione trova paralleli anche nel contesto italiano, anche se da noi è da considerarsi ancora un “work in progress” (con un governo che è, almeno sulla carta, ancora europeista): lo stesso smarrimento di una sinistra priva di identità e incapace di comunicare o proporre, la stessa polarizzazione del dibattito, la fortissima ingerenza russa a livello di lobby negli ambienti politici, accademici e mediatici.
In Italia, le posizioni apertamente filorusse, un tempo marginali, sono diventate sempre più preponderanti, fino ad essere completamente sdoganate (diremmo addirittura gridate) dopo l’elezione di Trump, perfino da politici della maggioranza (prima, almeno dicevano “non siamo con Putin, ma…”). Personaggi filo-russi sia di destra che di sinistra, hanno gradualmente guadagnato visibilità, rendendo la propaganda del Cremlino dominante nella comunicazione televisiva e nella stampa.
Questo cambiamento non è casuale o isolato. È strategico. Come è avvenuto negli USA, almeno alcune di queste figure non stanno semplicemente esercitando la loro libertà di espressione, sono asset in una manovra le cui conseguenze potrebbero diventare evidenti solo quando potrebbe essere troppo tardi per contrastarle.
E se pensate che questa sia fantapolitica, beh, non stiamo prestando abbastanza attenzione, come è avvenuto negli Stati Uniti.
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Grazie Alessandra, sembra davvero fantapolitica, ma la fantascienza ci ha insegnato che prima o poi quello che si immagina può diventare possibile. È terrificante pensare che una parte sostanziale del mondo se ne stia a guardare o addirittura sembrando parteggiare per chi vuole distruggere la democrazia. Io ho fiducia nelle persone che, come te, sanno descrivere i fatti riportandoli per come sono e mettendo a margine l’opinione personale che è sempre ovvia. Grazie!
Terrificante.
Rosemary’s baby…
Meravigliosa ricostruzione storica e politica di una complessità davvero impressionante!
Distruggere il sistema geopolitico attuale preluderà necessariamente all’instaurazione di uno nuovo, nel quale gli USA non potranno che avere un ruolo meno rilevante di quello che hanno ora. Soprattutto dovendo trovare un equilibrio sulle aree di influenza con soggetti inaffidabili ma a quel punto più spavaldi (vediamo già le esercitazioni congiunte Cina-Russia-Iran). Poteva “bastare” sovvertire – come sta facendo – l’ordine democratico interno e trasformare gli USA nell’ennesima autocrazia, ma conservando la posizione esterna predominante…
Innanzitutto complimenti per l’analisi, cosa a cui ormai il sistema dell’informazione ci ha disabituato. Ma se la convenienza di questa strategia per la Russia è evidente, quale può essere invece il disegno per Trump nel far recedere gli USA dalla posizione dominante fin qui occupata? Vedendo il tipo, si sarebbe portati a cercarvi l’interesse economico personale, ma questo non renderebbe ancora ragione della portata del danno che sta causando.
Trump di per sé non ha strategie, è un Manchurian candidate, è marketing dietro al quale si intrecciano gli interessi congiunti di Mosca, della Heritage Foundation, di Elon Musk e Peter Thiel.
L’intento è esattamente quello di distruggere tanto gli USA quanto l’intero sistema geopolitico, finanziario ed economico globale.
È più serio di quanto pensiamo. Naturalmente, non è detto che ci riescano.
complimenti
Grazie.