


Nel suo ultimo discorso all’Assemblea generale, Antonio Guterres ha riservato a Israele le parole più dure del proprio mandato. Il confronto con il linguaggio adoperato per Sudan, Congo, Yemen, Iran e Hamas rivela un’asimmetria sistematica che ha compromesso la credibilità dell’ONU come mediatore neutrale e trasformato il diritto internazionale in uno strumento applicato a targhe alterne.
Il 22 settembre 2026, dal podio dell’81ª Assemblea generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres ha pronunciato il suo ultimo discorso da segretario generale.
Ha scelto di usarlo per dire che “la violenza, gli sfollamenti e l’espansione degli insediamenti da parte di Israele nella Cisgiordania occupata stanno spianando la strada alla distruzione della pace ed evocando lo spettro della pulizia etnica“.
E che quello che è seguito al 7 ottobre 2023 è stato “un assalto ai palestinesi a Gaza, con una scala di uccisioni e distruzione a cui non ho assistito in tutti i miei anni come segretario generale“.
Dichiarazioni che meritano di essere lette con attenzione. Per quello che rivelano su Guterres e sull’istituzione che ha guidato per quasi un decennio.
Il problema del confronto
Guterres è diventato segretario generale dell’ONU nel gennaio 2017. In questi quasi dieci anni ha assistito, e presieduto, ad alcune delle crisi umanitarie più devastanti della storia recente.
In Sudan, dal 2023, la guerra civile tra le forze armate sudanesi e le Rapid Support Forces ha prodotto oltre 150.000 morti, secondo le stime più prudenti, e 8 milioni di sfollati: la peggiore crisi umanitaria al mondo, secondo le stesse Nazioni Unite.
Guterres non ha mai detto che fosse una scala di uccisioni e distruzione a cui non aveva mai assistito.
Nel Congo orientale, un conflitto che dura da decenni ha accumulato oltre 6 milioni di morti dal 1998. Nessuna dichiarazione comparabile.
In Yemen, dove gli Houthi finanziati dall’Iran hanno prodotto una delle peggiori crisi umanitarie documentate, oltre 150.000 morti diretti e centinaia di migliaia per fame e malattie, Guterres non ha mai evocato lo spettro della pulizia etnica.
Gaza ha prodotto, secondo il Ministero della Salute controllato da Hamas, circa 70.000 morti in tre anni di conflitto. Una fonte che le stesse Nazioni Unite hanno, in altri contesti, qualificato come inattendibile.
Eppure Guterres la assume implicitamente come riferimento per definire il conflitto a Gaza come il più devastante della sua carriera.
Il Sudan, con 150.000 morti e 8 milioni di sfollati, non gli ha mai strappato un superlativo. Il Congo, con 6 milioni di morti, nemmeno. Lo Yemen, con 150.000 morti diretti e centinaia di migliaia per fame, nemmeno.
L’unica guerra che supera ogni altra nella scala della distruzione, agli occhi di Guterres, è quella che Israele combatte contro Hamas. Il resto del mondo brucia in silenzio.
L’asimmetria sistematica
Il 24 ottobre 2023, diciassette giorni dopo il massacro del 7 ottobre, Guterres si presentò davanti al Consiglio di Sicurezza e disse che gli attacchi di Hamas “non sono avvenuti nel vuoto”, contestualizzando il peggior attacco terroristico contro gli ebrei dalla Shoah come conseguenza dell’occupazione israeliana.
La reazione fu immediata: il ministro degli Esteri israeliano Eli Cohen dichiarò di rifiutarsi di incontrarlo; l’ambasciatore Gilad Erdan ne chiese le dimissioni immediate.
Guterres, “scioccato dal fraintendimento”, si difese citando i passaggi del discorso in cui condannava Hamas. Il danno era fatto e rivelava qualcosa di preciso sulla sua postura.
A dicembre 2023, due mesi dopo il 7 ottobre, Guterres twittò che “niente può giustificare i terribili attacchi terroristici lanciati da Hamas“. Una condanna, sì.
Ma confrontatela con il linguaggio usato ieri contro Israele: “spettro della pulizia etnica“, “assalto ai palestinesi”, “scala di uccisioni e distruzione a cui non ho mai assistito“.
L’intensità è diversa. Il registro è diverso. L’urgenza è diversa.
Hamas ha massacrato 1.200 persone in un giorno, ha preso 250 ostaggi, ha violentato donne e bambini, come documentato da testimonianze e filmati. Guterres ha aspettato due mesi per twittare una condanna.
Per Israele ha trovato le parole più dure del suo decennio di mandato, nell’ultimo discorso prima di andarsene. Ipocrisia documentata.
Perché l’ONU non può mediare
Un’istituzione che aspira a essere un mediatore neutrale in un conflitto deve essere percepita come equidistante da entrambe le parti. L’ONU ha smesso di esserlo da tempo, e per ragioni che vanno ben oltre le dichiarazioni del segretario generale uscente.
Il Consiglio di Sicurezza è stato bloccato dal veto americano cinque volte dal 2023 in poi su risoluzioni che chiedevano il cessate il fuoco a Gaza, l’ultima il 4 giugno 2025, con 14 voti favorevoli e il solo veto contrario di Washington.
Ma quelle stesse risoluzioni non contenevano alcuna condanna dell’attacco di Hamas del 7 ottobre. Il Consiglio di Sicurezza chiedeva la pace senza nominare chi aveva sparato per primo.
Sul fronte opposto, la presenza cinese nelle agenzie specializzate dell’ONU ha prodotto modifiche retroattive di documenti storici, l’inserimento del lessico della Belt and Road Initiative nei report tecnici, la normalizzazione di un framework alternativo sui diritti umani attraverso dichiarazioni congiunte di 72 paesi.
L’ONU è un campo di battaglia in cui le grandi potenze si contendono il vocabolario e le categorie interpretative del dibattito internazionale.
Guterres lo sa. Ha presieduto tutto questo per quasi dieci anni senza mai denunciarlo con la stessa intensità con cui ieri ha denunciato Israele.
L’ultimo discorso come atto politico
Guterres ha scelto il suo ultimo discorso per pronunciare le parole più dure del suo mandato contro Israele. Questo discorso conferma una postura che ha tenuto per dieci anni, coerente e documentata.
Il 24 ottobre 2023 contestualizzava il 7 ottobre come conseguenza dell’occupazione. A dicembre 2023 twittava una condanna tiepida due mesi dopo il massacro. Ieri evocava lo spettro della pulizia etnica.
È la stessa linea, portata alla sua conclusione logica nell’ultimo atto pubblico. Un segretario generale che ha sempre parlato così e che, nell’ultimo discorso, lo fa senza più nemmeno la necessità di fingere l’equidistanza.
Nel gennaio 2026, in Iran, il regime di Khamenei ha massacrato decine di migliaia di manifestanti. Giovani, per lo più.
Le forze di sicurezza sparavano alla nuca. I corpi venivano sepolti in fosse comuni prima dell’identificazione. Le famiglie dovevano pagare riscatti per riaverli e firmare dichiarazioni false per ottenerne la restituzione.
Il Guardian, Amnesty International e la relatrice speciale dell’ONU Mai Sato hanno documentato tutto.
Guterres non ha mai usato le parole “spettro della pulizia etnica” per l’Iran. Non ha mai detto che fosse “una scala di uccisioni e distruzione a cui non aveva mai assistito”.
Ha espresso estrema preoccupazione. Lo stesso linguaggio diplomatico che usa per tutto, riservando il registro dell’indignazione esclusivamente a Israele.
L’ONU non è un mediatore
Un mediatore credibile parla con lo stesso linguaggio a entrambe le parti. Usa le stesse categorie giuridiche – pulizia etnica, crimine di guerra, assalto – con la stessa intensità quando si applicano, indipendentemente da chi le commette.
Verifica le fonti prima di usarle come riferimento implicito. E soprattutto, non aspetta l’ultimo discorso del mandato per dire quello che avrebbe dovuto dire nei primi.
I dati lo dimostrano senza bisogno di interpretazioni.
Sudan, 150.000 morti: linguaggio diplomatico. Congo, 6 milioni di morti: silenzio. Yemen, 150.000 morti diretti: appelli generici. Iran, decine di migliaia di giovani massacrati in piazza: “estrema preoccupazione”. Gaza, 70.000 morti secondo Hamas: “spettro della pulizia etnica”, “scala di uccisioni a cui non ho mai assistito”.
L’ONU di Guterres ha applicato il diritto internazionale a targhe alterne. Durissima con Israele, prudente con Hamas, silenziosa sugli Houthi, tiepida sull’Iran, assente sull’Africa.
Quando i fatti vengono messi in fila, la postura emerge da sola, senza bisogno di aggiungerci un giudizio. È già un giudizio di per sé.
Addio, Guterres. Non ci mancherai.
Inserisci la tua mail per non perdere nessuno dei contenuti di InOltre. Ogni volta che pubblicheremo qualcosa sarete i primi a saperlo. Grazie!
*Iscrivendoti alla nostra newsletter accetti la nostra privacy policy

Il Club InOltre nasce per creare una community tra chi InOltre lo scrive, chi lo legge e chi lo sostiene. È il desiderio di creare punti di incontro digitali e, quando possibile, anche fisici – dove scambiarsi idee, discutere, conoscersi da vicino.
Un Club che unisce tutti quelli che contribuiscono alla buona riuscita d’InOltre e al suo successo.
InOltre è completamente gratuito ed è il frutto della competenza e della passione di molte persone che lavorano senza fini di lucro. Se desideri contribuire con un piccolo supporto, puoi farlo effettuando un bonifico come di seguito specificato oppure cliccando sui pulsanti che vedi, scegliendo l’opzione che più preferisci. Le donazioni verranno utilizzate per i costi di mantenimento del sito e per altre attività editoriali.
Grazie per il vostro supporto!
Bonifico bancario intestato a Inoltre Ente del Terzo Settore con Causale: donazione/erogazione liberale a favore di Inoltre ETS.
Codice Iban: IT55A0306909606100000404908



Scopri di più da InOltre
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Dieci anni a bilanciare la diplomazia col bilancino del farmacista, dove la voce si alza solo quando è sicuro farlo e si fa di pietra di fronte alle vere autocrazie, António Guterres ha trasformato il Palazzo di Vetro nel tempio della realpolitik pelosa, risultando severo con i bersagli comodi ed ecumenico e prudente quando si tratta di toccare i fili scoperti dell’ asse di Teheran, delle ombre di teocrati e fondamentalisti, o delle coperture diplomatiche offerte a regimi come quello di Caracas. Non è difesa del diritto internazionale, bensì la quieta coerenza di chi sa che il doppiopetto delle Nazioni Unite serve a proteggere tutti, tranne la verità. Speriamo che il prossimo o la prossima siano all’ altezza del ruolo, anche se ormai l’ ONU è dichiaratamente non neutrale da molti anni.
Che se ne vada dovrebbe essere, in teoria, una buona notizia, ma il fatto è che a essere marcio non è Guterres, è l’Onu, a partire (almeno) da quella primavera del ’67 in cui Nasser ha intimato “Toglietemi i caschi blu dal Sinai che devo andare a distruggere Israele” e 48 ore più tardi, regnante U Thant, nel Sinai non c’era più un solo casco blu.