


Brent intorno ai 100 dollari, gasolio oltre i 6,5 dollari al gallone e Treasury decennali vicini al 5%: l’economia americana ha superato le linee rosse indicate dagli analisti. Mentre famiglie e investitori affrontano gli effetti della crisi, il patrimonio di Trump continua a crescere. In vista delle elezioni di midterm, riaprire Hormuz e Bab el-Mandeb diventa una necessità economica ed elettorale.
“L’amministrazione Trump ha ormai superato le linee rosse economiche”, avvertono gli analisti di Bloomberg, che avevano indicato con una sorta di no-fly zone tre indicatori dei conti americani: il Brent sopra i 100 dollari al barile, il gasolio vicino a 5 dollari al gallone e i rendimenti dei Treasury USA oltre il 4,5%.
Al 23 settembre il Brent si muove intorno ai 100,3 dollari al barile, il gasolio negli Stati Uniti ha raggiunto i 6,527 dollari al gallone e il rendimento del Treasury decennale oscilla intorno al 4,9%.
Se a questi risultati si aggiunge il recente aumento di 25 punti base dei tassi praticato dalla Fed per contenere l’inflazione, che ha portato il costo del denaro in una forchetta compresa tra il 3,75 e il 4%, lo scenario d’incertezza sull’andamento dell’economia USA diventa da incubo per la guida della macchina elettorale di Donald Trump.
La militarizzazione del mercato è ciò di peggiore che gli operatori economici possono sostenere in termini di prospettive, ed è ciò che sta accadendo a Hormuz e Bab el-Mandeb.
A calmare i mercati ci prova in questi giorni la longa manus mediatica di Trump, in questo caso Fox News, la quale annuncia che il presidente degli Stati Uniti sarebbe “probabilmente disponibile” a incontrare il presidente iraniano Pezeshkian a margine dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, iniziata il 22 settembre.
A dare una maggiore consistenza a questa prospettiva, che di per sé farebbe ritornare agevolmente il Brent sotto i 100 dollari, il più autorevole Financial Times riferisce che “il fatto che gli Stati Uniti affermino che i negoziati restano sul tavolo spiega il calo del prezzo del petrolio”.
Il Brent, che nei giorni scorsi aveva raggiunto i 105 dollari, il 23 settembre si muove intorno ai 100,3 dollari al barile. “Le prime due settimane di ottobre potrebbero rappresentare il momento ideale per una sorta di compromesso tra Stati Uniti e Iran”, scrive ancora il Financial Times.
Ma sarebbe sufficiente a ridare slancio alla politica economica della Casa Bianca?
In realtà, la no-fly zone degli indicatori economici risulta essere più larga di petrolio, gasolio e bond.
Per delinearla meglio, proviamo a osservare i risultati dell’amministrazione USA nello spazio temporale che va dalla data del suo insediamento a oggi: il debito federale è salito di circa 3.800 miliardi di dollari, raggiungendo la cifra monstre di 40 mila miliardi. Gli interessi sul debito hanno sfondato il tetto dei 1.000 miliardi, contro gli 880 di inizio mandato. L’inflazione è salita dello 0,4%. Tiene la disoccupazione e sale di 164 mila posti il mercato degli occupati.
Oltre le linee rosse e ogni suggestiva metafora per indicare i risultati economici negativi, ci sono i consumatori, i risparmiatori e gli investitori americani.
Si dovrebbe presumere che, con gli americani alle prese con gli effetti economici della crisi, ci sia anche il loro commander in chief. E invece il patrimonio personale di Donald Trump sta macinando utili record.
Come segnala Bloomberg, da quando Trump è presidente, i suoi gestori hanno effettuato 28.700 operazioni di compravendita azionaria. Oltre seimila in più delle 22.200 transazioni effettuate da tutti i parlamentari messi assieme: 19.400 di deputati e 2.900 di senatori.
A rivelare l’ampiezza dell’attività sui mercati finanziari, con al centro la compravendita di singoli titoli – fatto senza precedenti per un presidente -, sono i documenti di disclosure finanziaria previsti dalla legge.
Trump è l’unico presidente in epoca recente ad aver fatto trading a un ritmo pari a circa 80 operazioni in media al giorno. Questo nonostante il moltiplicarsi di polemiche sui conflitti di interesse, visti il suo accesso a informazioni privilegiate e segrete e la sua capacità di influenzare con le sue scelte i mercati, le aziende e interi settori industriali.
Per non parlare della sua presenza nel mercato delle criptovalute e del suo rapporto con i big dell’AI. Il suo patrimonio è cresciuto di quasi 3 miliardi da quando è tornato alla Casa Bianca.
Ritorniamo quindi alla logica dei calcoli elettorali in previsione delle elezioni di midterm.
La logica di Trump non può essere che quella di provare a togliere il tappo agli stretti di Hormuz e Bab el-Mandeb per non mandare in recessione gli USA e trascinarsi dietro mezzo mondo.
Quella degli elettori dovrebbe condurre a emettere un giudizio oltremodo severo sulle strategie fallimentari che impattano sui propri conti, mentre migliorano quelli personali del presidente.
Ma nella vastità geografica e culturale degli Stati Uniti, la logica resta una variabile e il condizionale un obbligo.
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