


Trump ha trasformato l’accesso al mercato americano in un’arma negoziale, ma l’imprevedibilità dei dazi sta spingendo governi e imprese verso partner più affidabili. Con nuovi accordi dall’India al Canada, l’Unione Europea può convertire la propria lentezza regolatoria in un vantaggio competitivo: offrire regole stabili in un sistema commerciale sempre più caotico.
Nel suo discorso sullo Stato dell’Unione, Ursula von der Leyen ha insistito sulla necessità di «reinventare» i partenariati europei e di costruire coalizioni economiche più ampie. La proposta di nominare il Canada come membro associato è il segno, seppure simbolico, di un cambio di passo della politica commerciale dell’UE.
Il caos creato da Donald Trump nel commercio mondiale sta offrendo all’Unione Europea la possibilità di agire su un «vantaggio competitivo nascosto», come lo ha definito Jonas Nahm, economista della Johns Hopkins University, ex consigliere strategico nell’amministrazione Biden. La capacità di «negoziare sulla base di regole precise e stabili» genera fiducia, valore insostituibile di ogni relazione commerciale.
La fiducia è come una valuta invisibile, una leva strategica che riduce i costi di transazione, accelera le decisioni e rende possibili scambi, investimenti e collaborazioni che altrimenti non avverrebbero.
La strategia economica dell’amministrazione Trump mostra tutti i segni di un fallimento che si prepara a fare i conti con le imminenti elezioni di mid-term. L’idea era apparentemente semplice: gli Stati Uniti sono il più grande mercato di consumo del mondo. L’accesso a quel mercato rappresenta quindi una leva enorme nei confronti dei partner commerciali. Dazi, minacce tariffarie e negoziati condotti attraverso la pressione avrebbero dovuto costringere gli altri Paesi a fare concessioni a Washington.
L’effetto di questa politica commerciale unito a quello della strategia militare della guerra all’Iran sta scassando i conti pubblici americani, con il ritorno dell’inflazione e gli insostenibili costi del debito.
Il commercio internazionale non funziona soltanto sulla base del potere contrattuale. Funziona anche sulla base delle aspettative degli operatori economici. E imprese e governi, quando aumenta l’incertezza, a causa della scarsa affidabilità dell’interlocutore, non cercano necessariamente il partner più potente: cercano reliability, il partner più affidabile, più «prevedibile».
Il capitale non ama l’incertezza. Le catene globali del valore ancora meno. Quando la politica commerciale della maggiore economia mondiale diventa imprevedibile, aumenta il valore relativo di chi è in grado di offrire regole stabili, accesso a un mercato enorme e accordi internazionali duraturi. È precisamente ciò che l’Europa sta facendo.
Dall’inizio dell’offensiva commerciale di Trump, l’Unione Europea ha chiuso grandi accordi con India, Mercosur, Australia, Indonesia e Canada. Questi accordi rappresentano, in questa prospettiva, qualcosa di più di nuovi mercati per le esportazioni europee. Sono nodi di una strategia di diversificazione: diversificare i clienti, i fornitori, le materie prime, le catene produttive e, soprattutto, il rischio geopolitico. È una strategia diametralmente diversa dalla logica dell’«America First».
Naturalmente l’Europa non parte da una posizione ideale. Il deficit commerciale con la Cina è arrivato a circa un miliardo di euro al giorno e la dipendenza da Pechino per molte materie prime critiche supera l’80%. Von der Leyen ha riconosciuto esplicitamente che questa situazione non è sostenibile.
La quota del manifatturiero nel PIL UE è scesa dal 17 per cento nel 2000 al 14 per cento oggi. Un sistema che richiede consenso tra 27 Stati membri non è costruito per una risposta rapida alle crisi, e il blocco rimane sfidato dagli effetti persistenti della crisi energetica, dall’ombra dell’aggressione russa e dalle divisioni interne sulle guerre in Medio Oriente. Quando gli eventi richiedono agilità geopolitica, la lentezza istituzionale dell’UE è un peso, non una risorsa.
Ma l’Europa ha l’occasione e la capacità di costruire un sistema di relazioni economiche nel quale molti Paesi abbiano interesse a commerciare sulla base di regole conosciute e relativamente stabili. In altre parole, il caos commerciale americano rischia di produrre un effetto controintuitivo: invece di aumentare la dipendenza del mondo dagli Stati Uniti, può accelerare la ricerca di alternative.
Il ritmo dei nuovi accordi economici stabiliti dall’UE è senza precedenti e in parte una risposta alla volatilità degli Stati Uniti. Ma rivela anche un crescente riconoscimento globale che, sebbene l’UE sia relativamente lenta, gli accordi che firma sono affidabili. Il suo processo burocratico e la letargia istituzionale si stanno rivelando una risorsa in un’epoca di instabilità.
I paesi si stanno avvicinando all’UE non solo per la dimensione del suo mercato di consumatori, secondo solo agli Usa, ma anche perché offre condizioni commerciali e d’investimento durature.
I recenti accordi in Asia e Sudamerica nonché la membership commerciale con il Canada così pregna di significato politico sono una conferma della consistenza del grande progetto di Unione Europea. Ma la sfida esistenziale è in pieno svolgimento e si giocherà con l’ascesa di forze politiche che hanno l’obiettivo non solo di affermare la supremazia nazionale sul diritto UE e sfidare l’autorità regolatoria di Bruxelles, ma soprattutto di divenire parte integrante e «colluse» con progetti di supremazia geopolitica ancor prima che di sviluppo e indipendenza economica.
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Speriamo che i nuovi \”partners to be\” aiutino l\’Europa ad accelerare il cambio di passo. Nadia Mai
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