


Prima che la destra europea diventasse una formula capace di contenere esperienze nazionali molto diverse, il Novecento conobbe una “destra intransigente”. Perry Anderson ne individuò i padri in Oakeshott, Schmitt, Strauss e Hayek: pensatori provenienti da discipline differenti, accomunati dalla crisi del liberalismo e dal confronto con Hobbes.
Prima parte di due.
Chi oggi parla di destra europea forse bara? È infatti possibile mettere in un unico contenitore le idee e i programmi di Giorgia Meloni, Marine Le Pen, Alice Weidel, Nigel Farage, Santiago Abascal, Andrej Babiš (Cechia), Herbert Kickl (Austria) e compagnia cantante?
Le identità nazionali hanno certo guadagnato un peso crescente, ma sono ormai gli imperativi della crisi della globalizzazione a dettare le linee d’azione. La destra continua a richiamarsi ai suoi valori di sempre (Dio, patria e famiglia), ma il campo delle grandi questioni etico-politiche resta disseminato di divergenze e contrasti. Basti pensare ai nodi del federalismo, dell’immigrazione, dei diritti civili, dei rapporti con gli Usa e la Russia.
Eppure nel secolo alle nostre spalle una «destra intransigente» c’è stata. Uno storico di orientamento marxista, Perry Anderson, intitolò così un indovinato saggio apparso nel 1992. I suoi padri nobili? Secondo l’editorialista della «New Left Review», sono stati quattro: Michael Oakeshott, Carl Schmitt, Leo Strauss e Friedrich von Hayek.
Dal punto di vista anagrafico, Strauss (1899-1973), Hayek (1899-1991) e Oakeshott (1901-1990) sono quasi perfettamente coetanei. Più anziano di un decennio, Schmitt (1888-1985) fu attivo nello stesso arco di tempo.
Benché provenienti da discipline differenti – rispettivamente dalla filosofia, dall’economia, dalla storia, dal diritto – i loro interessi si sono incrociati sotto la spinta del collasso della società europea, sfibrata tra le due guerre mondiali dal tracollo industriale, dalle rivolte operaie e dalla violenta reazione dei ceti medi.
Schmitt, originario della Vestfalia, si mette subito in luce durante la Repubblica di Weimar come il più fiero avversario cattolico del socialismo e del liberalismo. Impegnato in dispute vibranti sul precario parlamentarismo della Germania, non esita a bollarli come annacquate teologie laiche, destinate a essere travolte dalla mitologia nazionalistica («Cattolicesimo romano e forma politica», 1923).
Le sue riflessioni sfociano così in quel «decisionismo» su cui sono stati versati fiumi d’inchiostro. Teoria che mirava a proiettare sul terreno dei moderni conflitti collettivi lo stato di natura descritto da Hobbes nel «Leviatano».
In questa prospettiva, il compito del potere sovrano non era più quello di garantire la pace reciproca, bensì quello di determinare i confini della comunità, distinguendo gli amici dai nemici.
Una cruda visione dell’autonomia del «politico», che derivava da uno scenario regionale nel quale – ai suoi occhi – la scelta obbligata era tra rivoluzione e controrivoluzione: «Nell’Europa centrale – dirà in un discorso pronunciato a Barcellona nel 1929 – viviamo “sous l’œil des Russes”».
Ammiratore di Joseph de Maistre e di Donoso Cortés, la sua preferenza per la seconda soluzione non verrà mai meno.
In Inghilterra, dove il manifesto filocattolico di Schmitt viene pubblicato nel 1931 nella collana «Essays in Order» (insieme a testi di Jacques Maritain e Nicolaj Berdjaev), lo scontro politico non era altrettanto polarizzato. Negli anni Venti Cambridge era un’oasi accademica riparata.
La curiosità di Oakeshott, comunque, era indirizzata altrove. La sua prima pubblicazione è un trattatello sulla religione d’impronta ancora anglicana, volto a dimostrare il carattere sostanzialmente unitario di civiltà e cristianità («Society Pamphlet», 1927).
Quando però la sua attenzione si sposta sulla politica, il «Leviatano» diventa per lui «forse l’unico capolavoro di filosofia politica in lingua inglese» («Hobbes on Civil Association», 1946). Ma non è questo l’unico punto di contatto con il pensiero di Schmitt.
Al giurista tedesco lo univa anche l’aperto disprezzo per le teorie democratiche. E i toni con cui giudicava il nume tutelare della tradizione liberale della madrepatria erano quelli tipici della destra radicale: «[…] il governo parlamentare, il progresso, la discussione, l’etica della produttività, sono tutti concetti – inseparabili dal liberalismo di Locke – […] assurdi e screditati».
Oakeshott scrive questo atto d’accusa per la «Cambridge Review» nel novembre 1932, alla vigilia della vittoria nazista in Germania. Pochi mesi dopo, Schmitt – che già era stato consigliere dei cancellieri Heinrich Brüning e Kurt von Schleicher – si schiererà con Hitler.
Analizzando i misfatti del Führer, verso la fine del decennio Oakeshott ammetterà che la democrazia rappresentativa – per quanto fragile nei suoi presupposti istituzionali – aveva tutto sommato qualche pregio.
Nondimeno, «[…] m’arrischio a suggerire che l’origine di molti dei principi che appartengono al pensiero conservatore è da rintracciare nella tradizione cattolica», si affrettava a precisare con un esplicito riferimento alla forma costituzionale dell’Austria di Engelbert Dollfuss e del Portogallo di Antonio Salazar («The Social and Political Doctrines of Contemporary Europe», 1939).
Nel frattempo, Strauss era entrato nel movimento sionista e aveva cominciato ad approfondire prima l’esegesi biblica di Spinoza e poi l’opera di Hobbes. Proprio le ricerche su Hobbes lo mettono in comunicazione con Schmitt, con il quale a Berlino stabilisce una salda amicizia.
Nel 1932 gli dedica un libello – insieme elogiativo e ammonitore – in cui sosteneva che, nel rigettare lodevolmente i principi del liberalismo, Schmitt ne aveva però frainteso la genesi filosofica. Perché la teoria hobbesiana dello Stato, lungi dal rappresentare un antidoto contro il moderno liberalismo, ne costituiva l’autentico fondamento.
Enfatizzando l’ostilità come sentimento dominante nella vita associata, egli aveva creato un involontario «liberalismo con davanti il segno meno».
Schmitt accolse l’obiezione dell’amico senza battere ciglio. Anzi, prima che le camicie brune bruciassero il palazzo del Reichstag, lo aiutò a raggiungere la Francia.
Trasferitosi a Londra nel 1934, Strauss cerca di dimostrare che l’opera di Hobbes tendeva a rimpiazzare il modello classico dell’ordinamento politico, basato sui privilegi aristocratici, con una teoria della sovranità giustificata dalla paura. Un edificio costruito, quindi, sulle sabbie mobili del «rifiuto di ogni graduazione del genere umano» («The Political Philosophy of Hobbes», 1936).
Tesi in qualche misura accolta dallo stesso Oakeshott, per il quale tuttavia l’ideatore del «pactum subiectionis» non aveva inteso sacrificare sul suo altare le virtù eroiche della parte migliore della società: nel suo realismo, le aveva soltanto conferite a pochi privilegiati, «a causa della scarsità di nobili caratteri».
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