


Ogni generazione sembra voler costruire la propria Lizzie Borden, riempiendo con nuove spiegazioni il vuoto lasciato dalla storia. Anche Monster restituisce una psicologia alla donna accusata del massacro di Fall River. Ma il vero mistero non consiste più soltanto nello stabilire chi impugnò l’accetta: riguarda la nostra incapacità di accettare una violenza priva di spiegazione.
Sono passati 134 anni dagli eventi che hanno reso celebre, direi quasi immortale, la figura di Elizabeth Borden, la giovane donna accusata di aver ucciso a colpi di accetta il padre e la matrigna una calda mattina di agosto del 1892, a Fall River, nel Massachusetts.
Siamo in piena epoca vittoriana: senso del dovere e moralità sono i pilastri fondanti del pensiero tardo-ottocentesco. Pilastri che Elizabeth abbatterà non solo metaforicamente, ma anche letteralmente, con atti che ancora oggi non trovano risposta nelle scelte di una tipica donna vittoriana.
Numerose sono state le interpretazioni in ambito televisivo e letterario del massacro di Fall River; ogni generazione sembra voler produrre la propria Lizzie.
Da Elizabeth Montgomery nel 1975 fino alla nuova serie Monster del 2026, con protagonista la figlia d’arte Ella Beatty. Ma cos’hanno in comune tutti questi tentativi di addomesticazione di una donna quantomeno singolare? L’incapacità di tollerare il vuoto.
Perché, da un punto di vista storico, gli elementi raccolti contro Elizabeth erano sì sufficienti ad alimentare i sospetti, ma non abbastanza schiaccianti da condannare la giovane Borden oltre ogni ragionevole dubbio.
Niente risveglia psichicamente l’essere umano come l’incertezza davanti a un apparente e immotivato gesto di spietata crudeltà: una spiegazione è doverosa.
La lettura femminista cerca riscontro nella repressione, la cultura pop opta per l’identità sessuale, Monster si affida alla female rage.
Il mistero di Lizzie Borden non consiste più soltanto nel chiedersi chi abbia impugnato l’accetta quella mattina d’agosto. Consiste nel domandarsi perché, dopo più di un secolo, siamo ancora incapaci di lasciarla a terra.
È naturale voler cercare una risposta che si traveste da soluzione. Tuttavia, adattare alle categorie sociali di ogni epoca un caso che potrebbe essere l’effetto collaterale di regole oggi decedute diventa la costruzione di una prigione con finestra su giardino.
È qui che Monster compie un’altra operazione: prende una lacuna storica e le restituisce una psicologia.
Ryan Murphy non accetta che il giudizio di un essere umano sia riconducibile meramente al momento peggiore della sua frustrazione: non a caso, Lizzie viene rappresentata come dolce, empatica, capace di amare, amante degli animali e delle sensibilità europee.
Elementi che concordano parzialmente con le azioni compiute durante la vita dalla vera Elizabeth Borden: quando morì, nel 1927, lasciò il suo patrimonio non solo ad amici e parenti, ma anche, in parte, alla Lega per la protezione degli animali.
Monster differisce nella sua interpretazione perché non riduce un mostro a un fenomeno separato dall’esperienza umana; uccidere può trovare una spiegazione in una vita come tante, non necessariamente una giustificazione.
Per questa ragione, la presunta efferatezza degli omicidi è ripresa, ma spogliata del morboso sensazionalismo e dello stupore davanti alla privazione di una vita umana.
Non c’è curiosità dietro la perdita di sangue, bensì solo stoica precisione nella riproduzione di un momento di mostruosità.
Se la società vittoriana esercitava violenza ignorandola fino a estraniarla, ricevendo poi il conto da pagare per il suo evitamento, la società moderna infligge un altro tipo di violenza: chi merita davvero la nostra assoluzione?
Esiste forse una gerarchia sul tipo di bassezza umana contemplabile? Ma soprattutto, esiste un’assoluzione senza spiegazione?
Monster non solo ci dice che non esiste, ma ci ricorda anche, da quattro anni a questa parte, che la creazione di un mostro è l’accoglienza della violenza in tutte le sue sfumature quotidiane, tranne nella sua forma finale: l’ammissione senza vergogna di averla interiorizzata.
Cosa cerchiamo allora davvero nella storia di Elizabeth Borden? Una vittima e un carnefice che utilizzano la stessa maschera.
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