


Il governo introduce un tetto agli alunni stranieri nelle prime classi, ma il provvedimento finirà per riguardare meno di uno studente su duecento. Resta invece irrisolto il problema decisivo: nella scuola italiana quasi nessuno ha il compito specifico di insegnare l’italiano agli stranieri e promozioni, diplomi e finanziamenti continuano a certificare la presenza, non le competenze realmente raggiunte.
Arrivano quasi sempre a stagione iniziata. Un ragazzo che a febbraio entra in una classe seconda con una cartellina in mano, il nome scritto male sul registro e non una parola di italiano.
La scuola fa quello che può: qualche ora ritagliata, un docente libero in quel buco d’orario, un progetto se ci sono i fondi. Nessuno di questi adulti ha il compito di insegnargli l’italiano. Semplicemente, capita che lo facciano.
Il governo ha appena approvato un decreto-legge che rende obbligatorio il tetto del 30 per cento di alunni stranieri nelle prime classi di ogni ciclo. Lo prevedeva già una circolare del 2010, rimasta in buona parte sulla carta.
Conteranno solo gli alunni che, secondo i criteri del decreto, non sanno l’italiano e chi eccede verrà spostato nella scuola vicina. L’intenzione – evitare classi dove nessuno riesce più a seguire – è seria.
Ma il decreto usa la lingua per contare gli alunni, non per insegnargliela. E il ragazzo di febbraio, che entra in seconda ad anno iniziato? Stando alla bozza, non è nemmeno chiaro se lo riguardi.
Spostarlo nella scuola accanto, comunque, non gli insegnerebbe una parola.
Stamattina mi è arrivata in classe una ragazzina di quindici anni, iscritta al primo anno di liceo scientifico. Ha fatto le medie in Italia. Parla l’italiano della ricreazione e poco altro.
Le ho chiesto che cosa capisce durante le lezioni. Mi ha risposto: niente.
Non è colpa sua. Secondo le linee guida ministeriali, il piano didattico personalizzato dovrebbe essere un’eccezione temporanea.
Nelle scuole che conosco è diventato la regola: si attiva quasi per ogni alunno straniero, dalle elementari alle superiori, e prende il posto dell’insegnamento che nessuno ha il compito di fare.
Si abbassano gli obiettivi, si semplificano le verifiche, si promuove. Intorno girano progetti e finanziamenti, ma nessuno misura se servono.
La presenza diventa merito.
Le prove Invalsi, che sono esterne e non passano dai consigli di classe, raccontano la stessa storia.
In seconda elementare un bambino nato qui da genitori stranieri, in italiano, è quasi come un compagno nato all’estero: nascere qui, da solo, non basta.
A fine terza media, tra i ragazzi nati all’estero, due su cinque non hanno le competenze di base, più del doppio dei coetanei italiani. E con quel bagaglio arrivano alle superiori.
Il decreto non vede nessuno dei due problemi. Il ragazzo di febbraio, se lo vede, lo vede come un numero da redistribuire.
Il bambino nato qui esce dal conteggio perché per la legge sa l’italiano: parla benissimo quello della ricreazione e nessuno si accorge che non possiede quello dei manuali finché non sbatte contro un capitolo di storia.
Alle medie e alle superiori, poi, esce dal conteggio chi ha frequentato la scuola italiana “con esito positivo, per almeno tre anni scolastici”. Cioè chi è stato promosso.
Come la mia alunna: tre anni di medie e una licenza in tasca. Per la legge, la promozione vale come prova della lingua. In classe, non capisce niente.
La presenza diventa merito e adesso lo scrive un decreto. Alla fine, secondo i calcoli pubblicati dall’Huffington Post su dati del ministero, il tetto riguarderà meno di uno studente su duecento.
Il fatto è che quel compito di insegnare l’italiano, nella scuola italiana, quasi non esiste. La classe di concorso per l’italiano per stranieri, la A-23, è nata solo nel 2016.
Dall’anno scorso è entrata anche nelle medie e nelle superiori, ma con meno di mille posti in tutta Italia, e quest’anno sono ancora meno, in un Paese dove due alunni su dieci non hanno la cittadinanza italiana.
Alle elementari, dove si concentrano le classi con più neoarrivati, non c’è nemmeno quella. Il resto lo fa chi capita: insegnanti di altre materie, senza una formazione specifica, senza un programma, senza un livello da raggiungere entro giugno.
Il decreto obbliga anche i genitori che non sanno l’italiano a seguire un corso gratuito almeno di Alfabetizzazione, fino al livello A2, pena una multa fino a mille euro: la scuola li segnala, i servizi sociali organizzano i corsi.
Ma il posto dove oggi un adulto impara l’italiano gratis sono i CPIA, i centri per l’istruzione degli adulti. Vale la pena sapere che cosa ci trova.
I corsi di base li tengono, per regola, i maestri della primaria: formati per insegnare ai bambini, non ad adulti che l’italiano non lo parlano. Gli specialisti di italiano per stranieri sono due per centro.
Chi vuole arrivare al livello B1, quello richiesto per la cittadinanza, al CPIA non trova un certificato: trova la vecchia licenza media per adulti, dove l’italiano è una materia fra le altre, accanto a storia, geografia, matematica e scienze.
Alla fine riceve un diploma che lo Stato accetta come prova della lingua. Per le prefetture, del resto, basta qualsiasi titolo di studio italiano, dalla licenza elementare in su.
La domanda giusta, allora, non è quanti stranieri stanno in una classe.
È: che cosa premia questo sistema? La presenza.
Si pagano le ore svolte, non i livelli raggiunti. Chi insegna è anche chi certifica e bocciare non conviene a nessuno.
Anche per i 14 milioni promessi dal decreto – qualche centinaio di stipendi per tutto il Paese – nessuno ha detto come se ne misurerà l’effetto. Un sistema misura ciò che paga e ottiene ciò che misura.
In Germania hanno separato le due cose. Chi insegna tedesco agli immigrati deve essere abilitato dallo Stato per quel compito, con una laurea specifica o una formazione apposita.
E l’esame finale, che punta al B1, non lo prepara il corso: lo hanno costruito il Goethe-Institut e un ente certificatore esterno ed è uguale per tutti.
Da qui si esce con poche mosse noiose e verificabili, che non richiedono di cambiare idea sull’immigrazione.
Un insegnante di italiano per stranieri stabile in ogni scuola che ne ha bisogno, elementari comprese, con una formazione vera.
Un programma con livelli e tempi: dove deve arrivare un ragazzo dopo un anno e dove deve arrivare dopo due.
E un’istituzione creata apposta per insegnare l’italiano agli stranieri. Sulla carta ce l’abbiamo già: è il CPIA e andrebbe rifondato.
Non più un ricovero per insegnanti senza formazione specifica e per adulti in cerca di un titolo, ma un centro di specialisti che lavori anche con le scuole, con l’esame finale affidato a un ente esterno, come in Germania, e con i fondi legati ai livelli raggiunti.
Niente più diplomi accettati come prova della lingua senza che nessuno, da fuori, l’abbia verificata.
Nessuna di queste cose costa più di quanto costa oggi il fallimento. Prima o poi qualcuno dovrà assumersi il compito di insegnare l’italiano a quel ragazzo.
E ogni decreto sulla scuola andrebbe giudicato con due domande sole. Il ragazzo entrato a febbraio, a giugno parla italiano? E la ragazzina arrivata al liceo, alla fine del primo anno capisce le lezioni?
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