


Due operatori russi arrivano a Praga per realizzare un documentario destinato al canale di propaganda Rybar, ma cadono nella trappola organizzata da due giornalisti cechi. L’inchiesta ricostruisce una filiera che parte da Mosca, attraversa liberamente l’area Schengen e trova interlocutori locali disposti a offrire il volto di un’Europa stanca della guerra e ostile a Bruxelles.
Piove sulla collina di Letna, a Praga, nel punto dove un tempo sorgeva il monumento a Stalin. Due uomini arrivano di corsa, perché sono in ritardo: hanno appuntamento con Bohumil Kartous, portavoce dei Cesti elfove, un gruppo di volontari attivi nel contrastare la disinformazione russa in Cechia.
I due devono intervistare Kartous per un progetto documentaristico di propaganda sull’Europa, ma non sanno che l’appuntamento è una trappola né che Kartous ha con sé una telecamera nascosta. Pochi minuti dopo, quando alcuni passanti si dichiarano giornalisti e chiedono loro chi siano e per chi lavorino, i due si danno alla fuga, sparendo giù per le scale verso la Moldava.
A tendere la trappola sono Lukas Valasek e Kristina Cirokova, due reporter del portale Seznam Zpravy. Il risultato è un dettagliato reportage che trasforma un sospetto diffuso in fatti documentati.
È noto da tempo che la propaganda russa trovi facile ascolto in molti, in Europa centrale e non solo. Meno noto è come venga materialmente prodotta quella propaganda: chi gira le immagini, chi paga, chi apre le porte.
Proprio a queste domande risponde l’inchiesta dei reporter cechi, che ha già prodotto una conseguenza concreta: i due uomini fuggiti da Letna sono stati fermati dalla polizia ceca e dichiarati persone non grate.
Il pescatore e i suoi uomini sul campo
I due lavorano per Rybar, ovvero “il pescatore”, in un russo dal sapore antico. Si tratta di un canale Telegram di propaganda militare russa seguito da circa un milione e mezzo di persone.
Non un blog marginale, quindi: il suo fondatore, Mikhail Zvinchuk, è sotto sanzioni europee dal 2023 per aver fatto parte del gruppo di lavoro creato da Putin per sostenere la mobilitazione contro l’Ucraina.
Dal 2024 negli USA c’è una taglia per informazioni sulle persone che lavorano per Rybar: fino a 10 milioni di dollari per informazioni sui suoi collaboratori, accusati di interferenze nelle presidenziali americane.
Anche in Gran Bretagna l’organizzazione è sotto accusa per aver interferito nelle elezioni in Moldavia e Armenia. Londra ha imposto sanzioni direttamente sull’organizzazione, sul suo direttore e su altri dieci collaboratori, tra dirigenti e autori di contenuti.
Nonostante questo, la troupe colta in trappola in Cechia si muove indisturbata. Il “giornalista”, Vitalij Chashchukhin, vive in Germania da circa dieci anni e lavora per Izvestija, Pjatyj Kanal e REN TV – anche queste entità russe colpite da sanzioni.
Al fianco di Chashchukhin c’è il cameraman Igor Dolmatov. Entrambi sono cittadini russi con permesso di soggiorno nell’Unione e quindi liberi di muoversi nell’area Schengen senza visti aggiuntivi.
Forse è questo il dato più scomodo che emerge dall’inchiesta: le sanzioni colpiscono i vertici, ma le troupe sul campo circolano liberamente. Davanti alla telecamera nascosta, Chashchukhin lo ammette senza giri di parole: “È il progetto Rybar“.
Ammettere di lavorare per un soggetto sotto sanzioni nella Repubblica Ceca può costare una multa milionaria o, nei casi più gravi, una condanna penale.
Dal documentario storico ai servizi segreti
Il merito dei reporter cechi non si ferma, però, alla scena di Letna descritta in apertura. Valasek e Cirokova riescono infatti anche a identificare “Boris”, la persona che aveva inizialmente contattato Kartous per l’intervista.
Si tratta di Boris Dvorkin, moscovita, fin qui noto soltanto come autore di documentari storici e mai collegato prima a Rybar. Un suo progetto espositivo risulta sostenuto da una fondazione istituita per decreto di Putin e presieduta da Sergej Naryshkin, direttore dell’SVR, il servizio di spionaggio estero russo.
Un filo indiretto, ma significativo: la propaganda di guerra si traveste da divulgazione storica e incrocia ambienti vicini ai servizi russi.
Dvorkin, interpellato da Seznam Zpravy, sulle prime difende Chashchukhin, affermando che, siccome l’intervista non si era fatta e Rybar non aveva pagato, non poteva esserci violazione delle sanzioni.
Ci sono però i suoi stessi messaggi a smentirlo, rivelando un progetto esteso, con riprese previste in almeno nove Paesi, tra cui Slovacchia, Serbia, Ungheria e Francia.
Sette nomi, poche risposte
L’aspetto più rilevante per il dibattito interno ceco riguarda gli interlocutori. Seznam Zpravy ottiene un elenco di sette connazionali: alcuni confermano di essere stati filmati.
Tra questi figura l’ex capo dell’intelligence militare Andor Sandor, che dice di non aver saputo per chi lavorasse la troupe e di aver poi ritirato il consenso.
Altri nomi sono volti abituali, già visti sui media russi, come l’eurodeputato nazional-populista di SPD Ivan David e il politologo ed ex diplomatico Petr Drulak, che preferiscono non dire se abbiano concesso o meno interviste.
Drulak, peraltro, dirige a Praga il circolo Svatopluk, che ha appena ospitato una conferenza con il politologo russo Fedor Lukjanov, anch’egli colpito da sanzioni.
Il quadro che emerge è quello di una filiera: un produttore a Mosca, troupe russe composte da persone residenti nell’Unione e una rete di interlocutori locali pronti a offrire al pubblico la voce di un’Europa stanca della guerra e diffidente verso Bruxelles.
Nove ore di interrogatorio
Come abbiamo detto, dopo lo smascheramento la polizia ceca ferma Chashchukhin e il suo cameraman. Secondo le fonti di Seznam Zpravy, entrambi ricevono l’ordine di lasciare la Repubblica Ceca entro tre giorni, in quanto persone indesiderate.
Durante l’interrogatorio i due dichiarano di lavorare per il quotidiano russo Izvestija: una difesa che non li aiuta molto, visto che anche quel quotidiano figura nella lista delle organizzazioni sotto sanzione.
È poi lo stesso Dvorkin a raccontare che cosa sia successo al suo uomo: nove ore di interrogatorio, seguite dal provvedimento che gli ordinava di lasciare la Repubblica Ceca, cui Chashchukhin ha ottemperato facendo rientro in Germania.
Secondo le fonti di Seznam Zpravy, i servizi di sicurezza cechi continuano a occuparsi del caso e hanno informato i colleghi tedeschi.
La vicenda, infatti, potrebbe avere un seguito oltre confine. La Direzione generale delle dogane tedesca, competente per il rispetto delle sanzioni, non si è per ora espressa sul caso specifico: il portavoce della Dogana ha spiegato che serve un lavoro di analisi approfondita prima di poter trarre delle conclusioni.
Ha però anche aggiunto che ogni indizio concreto di violazione viene esaminato con attenzione e che l’eventuale apertura di un procedimento spetta alla procura competente.
Il silenzio del governo e il monito del presidente
Seznam Zpravy ha poi provato a chiedere al premier Andrej Babis se il governo intenda occuparsi dell’attività di un’organizzazione sanzionata sul territorio ceco. Il portale riporta di non aver ricevuto alcuna risposta alle domande inviate per iscritto.
Né i reporter hanno avuto la possibilità di rivolgere domande durante la rituale conferenza stampa dopo una recente riunione dell’esecutivo.
Non è un dettaglio di poco conto: Seznam Zpravy aveva infatti documentato nei mesi scorsi come il ministro degli Esteri Petr Macinka avesse smantellato il dipartimento del ministero dedicato alle sanzioni e all’influenza russa.
L’inchiesta mette anche il dito su un limite strutturale: dentro Schengen, Praga ha strumenti molto ridotti per accorgersi di chi arriva da un altro Paese dell’area con intenzioni ostili. In questo caso è successo grazie a due giornalisti.
Parole nette arrivano invece dal presidente della Repubblica. In visita negli Stati Uniti, Petr Pavel commenta così la conferenza di Svatopluk cui abbiamo accennato, dove accanto a Lukjanov sono intervenuti anche esponenti di SPD: “Chi mette la Russia davanti alla Cechia non è un patriota”.
Iniziative del genere, avverte, indeboliscono la consapevolezza dei cittadini sulla gravità delle minacce.
L’importanza del buon giornalismo
In un momento storico difficile per il giornalismo d’inchiesta, il lavoro di Valasek e Cirokova ne mette in evidenza più che mai l’importanza.
Ma quello che hanno portato alla luce riguarda anche questa parte del confine. Per anni la propaganda russa è stata etichettata come un fastidio lontano o come qualcosa da lasciare agli addetti ai lavori.
A Praga quella propaganda ha mostrato un volto, un permesso di soggiorno europeo, un calendario di appuntamenti e chi era disposto a riceverla. Prima dei fatti di Letna, molto di questo restava difficile da vedere e da documentare.
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