

L’antisemitismo non è mai un fenomeno isolato: accompagna le grandi crisi dell’Occidente e prepara catastrofi che finiscono per travolgere anche chi ebreo non è. Dalla propaganda alla falsificazione della storia, fino alla normalizzazione dell’odio nelle università e nell’industria culturale, il disprezzo per gli ebrei diventa il segnale di una più generale dissoluzione della ragione e della civiltà.
Salus ex Judaeis est.
Nei momenti in cui il male e l’orrore emergono nella storia occidentale, l’odio antiebraico, in una forma o nell’altra, curiosamente è sempre presente. Sia che si tratti delle persecuzioni romane, degli autodafé medievali, dei pogrom zaristi o dei totalitarismi nazifascisti e stalinisti, l’odio contro l’ebreo è sempre lì a far brutta mostra di sé.
Al tempo stesso, questi momenti storici hanno portato con sé orrori, lutti e distruzioni anche per quelli che ebrei non erano. Già partendo da questa constatazione bisognerebbe intendere quanto sia essenziale rigettare l’antisemitismo e opporsi a coloro i quali se ne fanno allegri portatori, poiché l’ebreo è solo il punto di partenza di catastrofi delle quali fanno poi tutti le spese.
Nessuno, tra i tanti che vi hanno provato, riuscirà però efficacemente a rispondere alla domanda: “Perché gli ebrei?”. Coloro i quali sono assillati dall’odio contro questo minuscolo popolo, il quale ha enormemente contribuito alla storia umana, non hanno alcuna base razionale per la loro ossessione, altrimenti non sarebbe un’ossessione che alcuni hanno giustamente classificato anche come psichiatrica.
In una realtà culturalmente debilitata, l’antisemitismo diventa un luogo comune, una parola d’ordine a cui si lasciano andare anche degli insospettabili, i quali dovrebbero essere in possesso degli strumenti culturali e concettuali per andare oltre la caligine e il rumore della disinformazione.
In Raccontare il mare, un libriccino di Bjorn Larsson, pubblicato nel 2015, d’un tratto l’autore svedese sbotta: “Quanti sono gli scrittori israeliani che tentano di calarsi nella pelle di personaggi palestinesi?”. Larsson scrive con la solita correttezza scandinava, poiché aggiunge un “viceversa”, ma perché parte proprio dai “palestinesi”?
Si può ipotizzare, in primo luogo, che ciò avvenga poiché questo popolo, inventato a tavolino da esperti propagandisti, ha assunto, nell’immaginario di certi gruppi, una legittimità politica che non possiede. Tanto quanto i tedeschi dei Sudeti non hanno alcuna valida rivendicazione sui territori dell’Europa dell’Est, i fakestinesi non ne dovrebbero avere sui territori che appartengono de jure e de facto allo Stato d’Israele.
L’equazione dovrebbe essere semplice, ma non lo è a causa del pietoso stato culturale e intellettuale di un’epoca ormai incapace persino di leggere come si deve una ricetta di cucina.
Un altro autore, questa volta però uno dei sospettabili, ossia il cileno Luis Sepúlveda, in un libraccio di articoletti che l’editore Guanda, bontà sua, ha voluto tradurre, ha scritto: “Una situazione di ingiustizia volutamente mantenuta trascina i palestinesi nel tunnel senza uscita del terrorismo…”.
Poverini. Ieri l’altro, una situazione di ingiustizia, poiché alcuni stavano gustando delle prelibatezze, ha trascinato lo scrivente verso una pasticceria per ingozzarsi di dolciumi. Questa è, in sostanza, seppur attraverso l’ironia, la “logica” proposta dal compagno Sepúlveda. Anche qui la logica è evidente, ma invisibile nel tempo degli ubriachi.
Il problema della storia, della scelta politica, dell’autonomia, del confronto con altre epoche e luoghi in cui si vedono, pari pari, gli stessi copioni, sembra non avere alcun posto nelle teste di questi maître à penser che l’industria culturale propone o impone.
Per indirizzare la gran parte dei benpensanti bastano, del resto, gli strilloni delle gazzette e delle redazioni televisive per condurli dove si vuole e, come si può osservare, questa manipolazione e le sue parole d’ordine – dal finto genocidio alla finta carestia del gazaismo – affliggono anche le cosiddette “teste pensanti”.
La domanda che si dovrebbe legittimamente porre è: ma si può essere delle teste pensanti senza un pensiero autonomo, fattuale e coerente? A quanto pare, in quest’evo tutto è possibile. Nel mondo di ieri si sarebbe invece risposto negativamente, mentre oggi la prima domanda che si pone è: “Ma da che parte sta?”. L’appartenenza ideologica, oggi come in altre disdicevoli epoche, diventa il solo criterio essenziale.
Il recente tragico caso di un poveretto di nome Jason Arday, il più giovane cattedratico nella storia dell’Università di Cambridge, coinvolto in vari scandali di plagio e poi suicidatosi, ma anche quello di altri suoi colleghi, come Priyamvada Gopal, la quale, nel 2020, ha pubblicato alcuni famigerati tweet in cui dichiarava: “White lives don’t matter. As white lives. Le vite dei bianchi, in quanto vite dei bianchi, non contano” e “Abolish whiteness. Aboliamo la bianchezza”, qualunque cosa significhino queste trovate da circo equestre, sono esempi paradigmatici che passano però in sordina o per il loro contrario.
Oppure, dall’altro lato dell’oceano, la nota audizione al Congresso del dicembre 2023, in cui Claudine Gay, Liz Magill e Sally Kornbluth, rispettivamente rettrici di Harvard, UPenn e MIT, di fronte alla domanda “L’incitamento al genocidio degli ebrei costituisce una violazione del codice di condotta della vostra università?”, hanno arrogantemente quanto scioccamente risposto all’unisono: “Dipende dal contesto”.
Quando però la sciocchezza domina, questa appare come una nuova normalità cui adeguarsi.
Queste sono solo le più vistose punte di un iceberg variopinto contro cui sta nuovamente cozzando la civiltà occidentale. Pensiamo all’ulteriore esempio della Comunità europea, la quale mette ponti e viadotti sulle sue banconote perché non è più in grado di celebrare il retaggio artistico e intellettuale di tale continente, e questo proprio perché le cosiddette élite hanno proliferato attraverso il mantenimento di una specifica ignoranza strumentale, veicolata velenosamente a partire dai sussidiari delle elementari.
Le consorterie – non vi è un metodo di aggregazione più efficace nelle società storiche – che compongono l’iceberg dell’industria culturale negano tassativamente persino il concetto stesso di “cultura occidentale”, da qui anche le banconote con viadotti e cavalcavia.
A questo si aggiunge l’effetto distruttivo di acclamati fantasisti quali Edward Said, Ilan Pappé, Norman Finkelstein e troppi altri, il cui compito è minare il discorso pubblico attraverso l’illazione o la falsificazione. Questo può avvenire solo quando, come dicono alcuni, ci si è accomiatati dalla realtà fattuale della storia o dalla semplice logica elementare.
L’elemento curioso non è che esistano tali soggetti; quello che è, invece, segno di una letale crisi è osservare come tali ricostruzioni ideologiche trovino tanto spazio e diffusione, tornando ancora una volta al mostruoso ruolo che l’industria culturale gioca nell’abbattimento del discorso civile e nell’abbrutimento del cittadino.
Nel cuore di Londra, nell’anno che ha aperto questo tragico millennio, si celebrò un processo per diffamazione intentato da David Irving contro Deborah Lipstadt e l’editore Penguin per la pubblicazione, nel 1993, del libro Denying the Holocaust, in cui l’autrice lo definiva un negazionista dell’Olocausto, un falsificatore della storia e un pericoloso portavoce delle opinioni dell’antisemitismo.
Le esorbitanti tesi di Irving negavano che la Shoah fosse realmente avvenuta, pretendendo persino che le camere a gas nel campo di sterminio di Auschwitz servissero alla mera disinfestazione dei cadaveri e non all’eliminazione sistematica di bambini, uomini e donne di ogni età.
Il tribunale mise fine alle tesi rocambolesche del negazionista Irving, accertando che egli aveva consapevolmente distorto le evidenze storiche, diffuso opinioni antisemite e agito come negazionista dell’Olocausto e falsificatore della storia.
In questo contesto, uno degli elementi che emergono in maniera particolare è che agli ebrei si vuol togliere tutto, non solo i beni o la terra, ma anche la memoria degli spaventosi crimini commessi contro di loro. A pochi importa, poiché pochi intendono che cosa ha significato e significa Auschwitz per la storia del mondo, ossia per la storia di ogni essere umano senziente e di buona volontà.
L’obiettivo degli antisemiti, i quali infettano il discorso pubblico con asserzioni in cui il vero diventa il falso e viceversa, è quello di disinformare, confondere e, al tempo stesso, preparare il terreno per ulteriori sviluppi, come sta infatti avvenendo nel mondo occidentale, in cui un rabbino non è più libero di portare a passeggio i suoi figli in una via centrale della bella Milano senza correre il rischio di venire aggredito dalla teppaglia.
L’attività dei propagandisti ha il doppio obiettivo di insultare, vilipendere e colpire gli ebrei, da una parte, e, dall’altra, raggruppare la canaglia antisemita sotto il vessillo nero della menzogna, ringalluzzita dal numero di sventati che si porta dietro.
Quanti più sono coloro che applaudono una pellicola indegna, sia essa Jud Süß, il film antisemita presentato da Goebbels in anteprima alla Mostra del Cinema di Venezia l’8 settembre 1940, o siano i recenti exploit nella stessa sede, tanto più a costoro sembra di poter trasformare la realtà in un vile contrario.
Nel corso della storia questo procedimento è stato variamente ripetuto e, da ultimo, proprio nel sovvertimento dei ruoli e degli eventi dopo i massacri compiuti da Hamas e dalla popolazione civile di Gaza che li accompagnava o ha celebrato le violenze il 7 ottobre.
Sembra, però, che proprio la data dell’8 settembre abbia portato un po’ male a quelli che tre anni prima del 1943 celebravano e applaudivano, in camicia nera e bruna, a Venezia.
Quasi un’eco o un monito riecheggiante da quei versetti in Genesi o in Numeri: “Benedirò quelli che ti benediranno e maledirò chi ti maledirà (12:3). Chi ti benedice sia benedetto e chi ti maledice sia maledetto! (24:9)”.
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