

Le provocazioni russe contro l’Europa si moltiplicano, mentre il fianco orientale della NATO teme che la guerra ibrida possa trasformarsi in uno scontro militare diretto. Tra il riarmo di Mosca, le fragilità politiche europee e l’ambiguità degli Stati Uniti, il rischio non appare imminente, ma non può più essere escluso né affrontato senza un deciso rafforzamento della difesa comune.
Seconda parte di due. Qui la prima.
Come noto, la strategia delle provocazioni russe non si è limitata al fianco orientale: sabotaggi, incendi, cyberattacchi, interferenze elettroniche e violazioni dello spazio aereo si sono verificati in molti Paesi europei.
Le indagini coordinate da Eurojust hanno portato alla luce reti di agenti reclutati per compiere attentati con pacchi incendiari, mentre la stessa NATO parla ormai di una crescente combinazione di azioni ibride russe e di un particolare “appetito per il rischio“.
L’attacco del 13 settembre contro un treno nei pressi del confine polacco-ucraino, poco dopo il passaggio di un convoglio con diverse personalità occidentali, ha segnato un’ulteriore escalation.
Per quanto le provocazioni russe abbiano ormai assunto una dimensione paneuropea, è sempre sul fianco orientale che la pressione si concentra maggiormente. È lungo questa linea che, in caso di ulteriore escalation, le provocazioni potrebbero trasformarsi in un confronto militare diretto.
L’ulteriore intensificazione di azioni rimaste finora perlopiù sotto la soglia del conflitto aperto rende dunque ineludibile la domanda: quanto è concreto il rischio che la pressione russa finisca per sfociare in uno scontro aperto tra Mosca e la NATO?
Non è facile rispondere. Gli elementi da considerare sono numerosi e, soprattutto, difficili da valutare singolarmente.
La Russia ha già dimostrato di essere disposta ad assumere rischi crescenti nei confronti dei Paesi NATO, mentre la guerra in Ucraina continua a rappresentare il principale teatro dello scontro fra Mosca e l’Occidente.
Un attacco diretto, tuttavia, aprirebbe uno scenario radicalmente diverso dalle operazioni condotte nella cosiddetta zona grigia: l’esistenza stessa della NATO e il rischio di una risposta collettiva ne aumenterebbero enormemente i costi e le conseguenze.
A oggi, inoltre, l’Alleanza continua a non considerare imminente un attacco russo contro un Paese membro.
Ma il problema potrebbe non essere soltanto ciò che la Russia può fare oggi. È anche ciò che potrebbe essere in grado di fare domani.
L’ammiraglio olandese Rob Bauer, già presidente del Comitato militare della NATO, ha recentemente sostenuto che Mosca potrebbe ricostituire entro alcuni anni una capacità sufficiente a mettere alla prova militarmente l’Alleanza.
In prospettiva, una guerra con la Russia appare più probabile dello scenario opposto, ovvero il mantenimento della pace.
Lo scenario peggiore
È questo il punto in cui il worst-case scenario merita di essere preso sul serio, senza per questo trasformarlo in una previsione.
La Russia dispone ancora di enormi capacità militari, sta ricostituendo quelle esaurite in Ucraina e ha dimostrato di poter concentrare rapidamente forze e risorse su un teatro specifico.
Dall’altra parte c’è un’alleanza di 32 Paesi, con una capacità economica e militare complessivamente superiore a quella russa e una presenza militare permanente sul fianco orientale.
Il problema, soprattutto dalla prospettiva dei Paesi baltici, non è tanto stabilire quale dei due schieramenti sia complessivamente più forte, ma se gli alleati avrebbero la volontà e la capacità di intervenire con sufficiente tempestività.
In una regione in cui le distanze sono ridotte, le forze russe potrebbero cercare di sfruttare il fattore geografico per consolidare un takeover iniziale prima dell’arrivo dei rinforzi. La tempestività della risposta sarebbe quindi decisiva.
Le incognite dell’impegno tedesco
La Germania offre un esempio delle difficoltà che potrebbero emergere nel passaggio dalla deterrenza allo scontro “cinetico”.
Berlino ha assunto un ruolo centrale nella difesa del fianco orientale e sta costituendo in Lituania la Panzerbrigade 45, destinata a diventare una delle principali formazioni terrestri permanenti della NATO nell’intera regione, con circa 4.800 militari e 200 civili a piena capacità operativa.
Ma proprio la disponibilità di personale rappresenta uno dei problemi della Bundeswehr: Berlino punta a portare gli effettivi attivi dagli attuali circa 185.000 a 260.000, ma continua a incontrare difficoltà nel reclutamento.
Per far fronte alla carenza di personale e garantire il completamento della brigata in Lituania, il governo federale sta valutando l’introduzione di misure obbligatorie.
Il problema, però, non è soltanto quello di disporre di uomini e mezzi. Il crescente consenso accordato dall’elettorato tedesco a partiti che hanno assunto posizioni più concilianti verso la Russia introduce un’incognita sulla volontà politica tedesca di sostenere nel lungo periodo il rafforzamento del fianco orientale.
La vittoria dell’AfD in Sassonia-Anhalt ha destato una certa preoccupazione anche a Vilnius: il presidente Naus?da ha espresso “delusione” per il risultato, auspicando che non incida sugli impegni assunti da Berlino in Lituania.
La percezione del rischio a est
Le asimmetrie nella percezione della minaccia russa da parte delle opinioni pubbliche europee emergono chiaramente guardando verso est.
Come noto, la strategia delle provocazioni russe non si è limitata al fianco orientale: sabotaggi, incendi, cyberattacchi, interferenze elettroniche e violazioni dello spazio aereo si sono verificati in molti Paesi europei.
Le indagini coordinate da Eurojust hanno portato alla luce reti di agenti reclutati per compiere attentati con pacchi incendiari, mentre la stessa NATO parla ormai di una crescente combinazione di azioni ibride russe e di un particolare “appetito per il rischio“.
L’attacco del 13 settembre contro un treno nei pressi del confine polacco-ucraino, poco dopo il passaggio di un convoglio con diverse personalità occidentali, ha segnato un’ulteriore escalation.
Per quanto le provocazioni russe abbiano ormai assunto una dimensione paneuropea, è sempre sul fianco orientale che la pressione si concentra maggiormente. È lungo questa linea che, in caso di ulteriore escalation, le provocazioni potrebbero trasformarsi in un confronto militare diretto.
L’ulteriore intensificazione di azioni rimaste finora perlopiù sotto la soglia del conflitto aperto rende dunque ineludibile la domanda: quanto è concreto il rischio che la pressione russa finisca per sfociare in uno scontro aperto tra Mosca e la NATO?
Non è facile rispondere. Gli elementi da considerare sono numerosi e, soprattutto, difficili da valutare singolarmente.
La Russia ha già dimostrato di essere disposta ad assumere rischi crescenti nei confronti dei Paesi NATO, mentre la guerra in Ucraina continua a rappresentare il principale teatro dello scontro fra Mosca e l’Occidente.
Un attacco diretto, tuttavia, aprirebbe uno scenario radicalmente diverso dalle operazioni condotte nella cosiddetta zona grigia: l’esistenza stessa della NATO e il rischio di una risposta collettiva ne aumenterebbero enormemente i costi e le conseguenze.
A oggi, inoltre, l’Alleanza continua a non considerare imminente un attacco russo contro un Paese membro.
Ma il problema potrebbe non essere soltanto ciò che la Russia può fare oggi. È anche ciò che potrebbe essere in grado di fare domani.
L’ammiraglio olandese Rob Bauer, già presidente del Comitato militare della NATO, ha recentemente sostenuto che Mosca potrebbe ricostituire entro alcuni anni una capacità sufficiente a mettere alla prova militarmente l’Alleanza.
In prospettiva, una guerra con la Russia appare più probabile dello scenario opposto, ovvero il mantenimento della pace.
Lo scenario peggiore
È questo il punto in cui il worst-case scenario merita di essere preso sul serio, senza per questo trasformarlo in una previsione.
La Russia dispone ancora di enormi capacità militari, sta ricostituendo quelle esaurite in Ucraina e ha dimostrato di poter concentrare rapidamente forze e risorse su un teatro specifico.
Dall’altra parte c’è un’alleanza di 32 Paesi, con una capacità economica e militare complessivamente superiore a quella russa e una presenza militare permanente sul fianco orientale.
Il problema, soprattutto dalla prospettiva dei Paesi baltici, non è tanto stabilire quale dei due schieramenti sia complessivamente più forte, ma se gli alleati avrebbero la volontà e la capacità di intervenire con sufficiente tempestività.
In una regione in cui le distanze sono ridotte, le forze russe potrebbero cercare di sfruttare il fattore geografico per consolidare un takeover iniziale prima dell’arrivo dei rinforzi. La tempestività della risposta sarebbe quindi decisiva.
Le incognite dell’impegno tedesco
La Germania offre un esempio delle difficoltà che potrebbero emergere nel passaggio dalla deterrenza allo scontro “cinetico”.
Berlino ha assunto un ruolo centrale nella difesa del fianco orientale e sta costituendo in Lituania la Panzerbrigade 45, destinata a diventare una delle principali formazioni terrestri permanenti della NATO nell’intera regione, con circa 4.800 militari e 200 civili a piena capacità operativa.
Ma proprio la disponibilità di personale rappresenta uno dei problemi della Bundeswehr: Berlino punta a portare gli effettivi attivi dagli attuali circa 185.000 a 260.000, ma continua a incontrare difficoltà nel reclutamento.
Per far fronte alla carenza di personale e garantire il completamento della brigata in Lituania, il governo federale sta valutando l’introduzione di misure obbligatorie.
Il problema, però, non è soltanto quello di disporre di uomini e mezzi. Il crescente consenso accordato dall’elettorato tedesco a partiti che hanno assunto posizioni più concilianti verso la Russia introduce un’incognita sulla volontà politica tedesca di sostenere nel lungo periodo il rafforzamento del fianco orientale.
La vittoria dell’AfD in Sassonia-Anhalt ha destato una certa preoccupazione anche a Vilnius: il presidente Naus?da ha espresso “delusione” per il risultato, auspicando che non incida sugli impegni assunti da Berlino in Lituania.
La percezione del rischio a est
Le asimmetrie nella percezione della minaccia russa da parte delle opinioni pubbliche europee emerg
In Polonia, un recente sondaggio condotto da United Surveys per Wirtualna Polska ha rilevato che il 78 per cento degli intervistati ritiene che, in caso di attacco russo a uno dei Paesi baltici, le forze armate polacche dovrebbero intervenire per difenderlo nell’ambito della NATO.
Anche da questo dato – che proviene da un Paese che resta fortemente polarizzato al suo interno – emerge quanto la percezione del rischio sia legata alla prossimità geografica della Russia.
Va tuttavia notato che, anche in questo caso, il quadro è tutt’altro che uniforme: se Polonia e Paesi baltici considerano la minaccia russa molto concreta, Ungheria e Slovacchia hanno assunto atteggiamenti più concilianti – se non, talvolta, di aperta collusione – verso il Cremlino.
Queste contraddizioni aggiungono un ulteriore strato di entropia a una risposta europea – e più in generale occidentale – alla minaccia russa già tutt’altro che unitaria.
L’escalation in corso
Che, tra le varie parti che compongono il fianco orientale, siano proprio la Polonia e i Paesi baltici i più allarmati non è una sorpresa.
Come già discusso, questa è la regione maggiormente colpita da incidenti e interferenze e, in queste stesse ore, la tensione continua a montare.
Alla fiducia del ministro degli Esteri polacco Rados?aw Sikorski nella superiorità militare di una NATO anche priva del contributo statunitense ha fatto da contrappunto il tono più cupo utilizzato dal capo del suo governo, Donald Tusk, in queste ultime ore.
Dopo gli attacchi russi del 13 settembre contro i treni ucraini a poche centinaia di metri dal confine polacco e gli allarmi che nelle ultime ore hanno interessato le regioni di Lublino e Podcarpazia, Tusk ha avvertito che Mosca potrebbe intensificare le proprie operazioni contro i Paesi NATO che sostengono l’Ucraina.
Pertanto, il Paese – ma più in generale l’Europa – potrebbe trovarsi ad attraversare tempi difficili.
A rendere ancora più esplicito il clima di tensione è arrivata la dichiarazione di Nikolaj Patrušev, consigliere di Putin, che il 15 settembre ha affermato che, in caso di conflitto con la Russia, lo Stato polacco cesserebbe di esistere nel giro di due o tre giorni.
Al di là della credibilità delle minacce, tali dichiarazioni restituiscono bene il livello di tensione raggiunto.
L’ambiguità americana
In questo contesto in fibrillazione, l’incognita più grande resta il commitment degli Stati Uniti alla difesa degli alleati NATO, come previsto dal famoso articolo 5 del trattato.
È un’incognita alla quale oggi non è possibile dare una risposta secca: i segnali restano contraddittori.
Da una parte, l’amministrazione Trump continua a chiedere agli europei di assumersi una quota molto maggiore della propria difesa e Washington sta rivedendo la propria presenza militare in Europa.
Dall’altra, però, gli Stati Uniti mantengono ancora una consistente presenza militare sul continente e, proprio in questi giorni, Trump ha annunciato progressi verso l’istituzione di una nuova base permanente dell’esercito americano in Polonia.
Anche dalla Lituania sono arrivati segnali nella stessa direzione: dopo l’incontro con il segretario di Stato Marco Rubio, il ministro degli Esteri K?stutis Budrys ha riferito di aver ricevuto rassicurazioni sul fatto che l’attuale riduzione della presenza militare americana nel Paese sarà temporanea e che a breve dovrebbero essere annunciati i nuovi piani di dispiegamento.
I segnali, nel complesso, restano contrastanti, lasciando irrisolta l’ambiguità della postura americana.
Sullo sfondo di quest’ambiguità si inserisce anche il viaggio a sorpresa a Mosca, il 25 agosto scorso, del direttore della CIA John Ratcliffe, per incontri con funzionari dell’intelligence russa.
Nonostante Trump lo abbia definito un incontro di “semi-routine”, fonti citate da RFE/RL hanno riferito che uno degli obiettivi sarebbe stato dissuadere Mosca da un possibile attacco ai Paesi baltici.
Significativo, dalla prospettiva baltica, è che Vilnius fosse stata informata preventivamente della visita: il presidente lituano Naus?da ha riferito di aver ricevuto assicurazioni da Washington sulla condivisione di informazioni riguardo agli obiettivi e ai contenuti dell’incontro.
Ha tuttavia precisato che il viaggio non aveva modificato la situazione di sicurezza della Lituania.
Il doppio segnale – attenzione agli alleati e contemporanea gestione diretta dei rapporti con Mosca – riassume bene l’ambiguità della postura americana in relazione a una possibile crisi nel Baltico.
Le conseguenze per l’Europa oggi
Per l’Europa, la principale conseguenza dell’ambiguità americana dovrebbe essere quella di assumersi senza ulteriori ritardi le responsabilità pratiche della propria difesa.
La strada del rafforzamento della difesa europea – il cosiddetto Rearm Europe – ha già incontrato diversi ostacoli e deve confrontarsi con un’opinione pubblica e una politica, soprattutto a ovest, poco inclini a comprenderne le ragioni.
A rallentare il processo contribuisce la molteplicità delle posizioni, in particolare l’opposizione delle spinte populiste in ascesa in vari Paesi dell’Unione.
Intanto, a Vilnius, come sul resto del fianco orientale, il “nuovo” clima di incertezza convive con la quotidianità. La guerra è abbastanza vicina da entrare nella vita quotidiana delle persone – specialmente in queste settimane – ma non abbastanza da interromperla.
È forse questo il tratto saliente di questa parte d’Europa: la possibilità di un conflitto con la Russia è ormai parte della percezione generale, senza tuttavia sfociare nel panico né trasformare la vita civile in uno stato di allarme permanente.
In generale, lituani, lettoni ed estoni mantengono una calma invidiabile e, soprattutto, grande lucidità. Lucidità che gioverebbe anche al resto degli europei.
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