

Nella prima parte di questo articolo avevamo lasciato Jeffrey Epstein nel 1974, a ventun anni, insegnante in una scuola privata, dopo aver già intrecciato contatti tanto precoci quanto insoliti: da un lato ambienti legati alla criminalità organizzata russa — e, secondo l’FBI, anche al KGB — dall’altro con Don Barr, ex membro dell’Office of Strategic Services, che lo aveva assunto nella scuola.
Un inizio di carriera tutt’altro che ordinario.
La sua permanenza alla Dalton School terminò nel 1976, quando fu licenziato per comportamenti inappropriati nei confronti delle studentesse. Ma non restò disoccupato a lungo: entrò subito alla banca d’investimento Bear Stearns come assistente su un floor del trading, grazie a contatti come Alan Greenberg.
Nel 1980 venne rapidamente promosso a limited partner, specializzandosi in opzioni e fusioni, ma lasciò la banca nel 1981 per violazioni regolatorie e insider trading.
Neanche questa volta, restò disoccupato a lungo: fondò la Intercontinental Assets Group (IAG), un’impresa di consulenza finanziaria specializzata nel recupero di asset rubati per conto di clienti miliardari. Tra i principali vi furono Edgar Bronfman (erede di Seagram), che gli permise di gestire operazioni di recupero crediti internazionali. Poi entrò al servizio di Adnan Khashoggi.

In quegli anni, Khashoggi era uno dei miliardari più influenti, noto come intermediario globale nel commercio di armi. Figura centrale nei circuiti finanziari e diplomatici della Guerra Fredda, operava come facilitatore tra governi, intelligence e grandi gruppi industriali.
Tra i suoi beni più noti vi fu il superyacht Nabila — di produzione italiana — che passò poi a Donald Trump tramite il Sultano del Brunei. Trump lo ribattezzò Trump Princess. Lo yacht apparve anche nel film James Bond “Never Say Never Again”.

Khashoggi fu inoltre coinvolto in transazioni finanziarie controverse con Robert Maxwell al quale, ad un certo punto vendette uno yacht che Maxwell ribattezzò Lady Ghislaine, lo stesso dal quale alcuni anni dopo sarebbe “caduto” in mare.
Alcune fonti investigative sostengono che Epstein fosse sotto sorveglianza della CIA almeno dal 1983, quando operava come intermediario finanziario per Adnan Khashoggi. Epstein avrebbe gestito fondi riservati collegati al principale operativo della CIA coinvolto nello scandalo Iran-Contra.
La supervisione della CIA su Epstein in quel periodo viene ritenuta probabile proprio in ragione del suo ruolo nel finanziamento di transazioni di armi in Medio Oriente. Le connessioni di Epstein si estendevano a diverse entità, tra cui il Mossad, l’Arabia Saudita e la rete Iran-Contra, evidenziando un suo coinvolgimento in operazioni internazionali complesse e coperte.
Insomma, Epstein costruì una carriera tanto fulminea quanto opaca. In pochi anni passò dall’essere un insegnante licenziato per atteggiamenti sconvenienti con minorenni a consulente finanziario quasi sconosciuto, fino a muoversi nei circuiti più esclusivi del potere globale, al servizio di miliardari coinvolti con varie agenzie di intelligence. Insomma, le sue operazioni finanziarie si collocavano in quella zona dove si intrecciavano criminalità organizzata, miliardari internazionali e ambienti dell’intelligence.
Nel 1984 emersero le prime denunce per abusi su minori, tra cui quella di “Jane Doe #4” (allora 13enne) per stupro, che non portarono a conseguenze penali.
Nel 1987 Steven Hoffenberg, fondatore di Towers Financial, assunse Epstein come consulente finanziario con uno stipendio di 25.000 dollari al mese, affidandogli le strategie per un colossale schema Ponzi che defraudò investitori per circa 475 milioni di dollari. Epstein contribuì a ingannare gli investitori con false promesse di alto rendimento, ma abbandonò l’azienda nel 1989-1990 senza subire accuse, nonostante fosse stato il maggiore stratega della truffa.
È in questo periodo che emergono le prime tracce documentate dei rapporti tra lui e Robert Maxwell, che nel frattempo continuava a espandere il proprio impero, acquisendo centinaia di società in tutto il mondo.
Proprio in questa fase, Maxwell portò ai vertici del gruppo due dei suoi sette figli, Ian e Kevin. Le figlie maggiori ricoprivano già diversi ruoli in ambito editoriale, mentre Ghislaine, terminati gli studi universitari, aveva affiancato il padre, seguendolo da vicino. Era lei la prediletta. Il loro rapporto veniva descritto da molti come “speciale”.

Ghislaine aveva studiato Storia Moderna e Lingue al Balliol College di Oxford, lo stesso college frequentato, negli stessi anni, da Boris Johnson, allora iscritto a Studi Classici. Secondo la testimonianza della sorella Rachel Johnson, si conoscevano e frequentavano gli stessi ambienti, tanto da essere invitati alle feste organizzate nella residenza di Robert Maxwell.
Un dettaglio che conferma quanto presto le traiettorie personali, politiche e finanziarie di quella generazione si intrecciassero negli stessi salotti, compresa naturalmente quella del Principe Andrew.
Nel 1988, l’impero di Maxwell era valutato circa un miliardo di dollari. Per celebrare il suo sessantacinquesimo compleanno organizzò quello che la stampa definì il “party del secolo”: cinquemila invitati, tra le personalità più influenti del Regno Unito e oltre. In quel contesto Ghislaine era una presenza strategica. La figlia era la sua arma di soft power più efficace, una formidabile networker capace di aprire porte, soprattutto a New York e negli ambienti della politica statunitense.
Dopo la morte del padre, avvenuta nel 1991, Ghislaine dichiarer di aver incontrato Jeffrey Epstein solo in quel periodo. Tuttavia, alcune testimonianze contenute nei file sembrano suggerire il contrario. Il loro primo incontro potrebbe infatti risalire proprio a questi anni.
E allora ora torniamo a Epstein ormai un affermato un mago delle transazioni finanziarie, che se ne va in giro per il mondo, lavorando per Khashoggi, armato di un passaporto austriaco falso a nome di Marius Robert Fortelni, residente in Arabia Saudita,


Sulle modalità dell’incontro tra Epstein e i Maxwell troviamo traccia in uno dei file attraverso la testimonianza di James Hatt, barrister inglese, interrogato dall’FBI.
Hatt racconta di aver lavorato per Cable & Wireless PLC e di essere stato inviato molto giovane a sviluppare attività internazionali, viaggiando tra diverse isole e, dal 1988, a Mosca per studiare il funzionamento economico dell’URSS e creare opportunità di business.
Tra il 1992 e il 1993 partecipò a processi di privatizzazione, tra cui un progetto in Lettonia. In quel periodo, Hatt conobbe Kevin e a Ghislaine Maxwell che avevano ereditato dal padre una fitta rete di relazioni negli ambienti sovietici e russi tra cui Grigory Luchansky, proprietario della società Novex con sede a Vienna, che necessitava di due flussi distinti di denaro: i fondi dovevano risultare provenienti sia da Alcatel che da una seconda fonte. L’architetto dell’operazione finanziaria era Epstein.
Hatt riferisce che Kevin Maxwell aveva conosciuto Epstein nel 1988 a New York e gli aveva affidato fin da subito operazioni finanziarie su indicazione del padre, che pur non avendolo mai incontrato personalmente nutriva nei suoi confronti una fiducia assoluta.
Di quali operazioni si trattava?
Di un labirinto di centinaia di società, tra acquisizioni reali e strutture fittizie, distribuite sia in Occidente sia oltre la Cortina di ferro. Un sistema pensato per spostare denaro attraverso molteplici livelli societari, rendendo estremamente difficile — se non impossibile — rintracciare eventuali ammanchi.
Colpisce che il declino finanziario del Mirror Group si consumò in parallelo a quello del blocco sovietico. E anche il collasso definitivo avvenne nelle stesse settimane. Potrebbe sembrare una coincidenza, se non fosse che Maxwell non era un uomo qualunque, ma qualcuno che dalla fine della Seconda guerra mondiale spostava denaro dentro e fuori l’Unione Sovietica.
Sappiamo con certezza che il capitale iniziale con cui Maxwell avviò le proprie attività proveniva dall’MI6. È inoltre plausibile ritenere che il Mossad lo ricompensasse generosamente per i servizi resi, sia in ambito di intelligence sia nel facilitare l’emigrazione di ebrei dall’Unione Sovietica verso Israele.
Allo stesso modo, non è irragionevole ipotizzare che anche il KGB remunerasse Maxwell per le sue prestazioni. Ciò che resta ignoto è l’entità di questi contributi, in particolare di quelli provenienti dall’apparato sovietico, e quanto il suo impero dipendesse effettivamente da quei flussi.
È proprio in questo aspetto che la concomitanza dei due crolli suscita il sospetto che Maxwell dipendesse in misura significativa dal supporto sovietico. E che, nella seconda metà degli anni Ottanta — soprattutto a partire dal 1987, quando avviò l’espansione frenetica del suo gruppo editoriale — non stesse agendo soltanto per proprio conto, ma anche trasferendo in Occidente ingenti capitali provenienti dal tesoro sovietico. Un’operazione che, in questo quadro, avrebbe visto Epstein nel ruolo di braccio finanziario incaricato di muovere e riorganizzare quei flussi.
Il 30 aprile di quell’anno Mirror Group Newspapers fu rilistata alla Borsa di Londra. L’operazione prevedeva la vendita del 49% delle azioni, con l’obiettivo di raccogliere circa 235 milioni di sterline al netto delle commissioni, così da ridurre l’esposizione bancaria e tamponare la crisi finanziaria che stava travolgendo il gruppo.
La decisione fu una risposta diretta alle difficoltà esplose nel 1990, quando l’impero mediatico costruito da Maxwell iniziò a mostrare crepe evidenti. Fu in quel momento che il direttore della contabilità, Lawrence Guest, iniziò a notare i primi ammanchi: 38 milioni di sterline. Una cifra impossibile da ignorare.
Guest aveva una responsabilità diretta nei confronti degli azionisti ed era preoccupato. I conti non tornavano, e le spiegazioni erano evasive. Nel frattempo, Maxwell teneva il suo telefono sotto controllo. Con il passare delle settimane, quella che era iniziata come un’anomalia contabile si trasformò in qualcosa di più inquietante. Lawrence Guest cominciò a temere non solo per la propria posizione professionale, ma per la propria vita.
Nello stesso periodo, un gruppo di giornalisti del Financial Times iniziarono a scavare nella contabilità e – analizzando documenti e bilanci – risalirono a una struttura societaria estremamente complessa: una ragnatela di circa 800 compagnie, tra controllate, partecipate e veicoli finanziari, oltre a debiti per oltre 2 miliardi di sterline. Un sistema costruito per nascondere quanto stava avvenendo.
L’inchiesta, con l’annuncio che l’impero di Maxwell era sull’orlo della bancarotta, era pronta per andare in stampa. Ma prima che fosse pubblicata, ai primi di novembre del 1991, Maxwell fu ritrovato morto in mare, al largo di Tenerife, dopo essere caduto — o essere stato gettato — dal suo yacht, il Lady Ghislaine.
In quel momento, il crollo finanziario non era ancora noto.
Solo un mese dopo, all’inizio di dicembre, emerse la portata reale dello scandalo: circa 300 milioni di sterline erano stati sottratti ai fondi pensione del Mirror Group. Denaro dei dipendenti, impiegato da Maxwell per sostenere artificialmente l’impero editoriale e coprire falle sempre più profonde.

Ian e Kevin Maxwell si dimisero dalla direzione e furono successivamente arrestati (poi prosciolti). Gli ammanchi erano esorbitanti, con fondi fatti sparire per settimane anche dopo la morte di Maxwell. Le indagini avrebbero rivelato un sistema di prelievi sistematici e di spostamenti di fondi che, per anni, avevano sostenuto artificialmente la struttura finanziaria.
Il Financial Times evidenziò che si era trattato di una frode su larga scala, concentrata soprattutto negli ultimi dieci mesi di vita dell’impero di Maxwell. In quel periodo era stata costruita una fitta rete di centinaia di società fittizie. L’obiettivo era rendere opaco il percorso del denaro: frammentare i flussi, moltiplicare i passaggi, sovrapporre livelli societari per nascondere come avvenissero gli spostamenti interni e, soprattutto, dove e quando i fondi uscissero dal sistema.
Il punto più oscuro riguardava proprio questo: in quali conti — potenzialmente non rintracciabili — quelle somme finissero per depositarsi una volta lasciato il circuito ufficiale del gruppo.
Quel denaro sottratto — o comunque transitato attraverso il gruppo — per una cifra superiore al miliardo di sterline, non fu mai rintracciato. Questo lasciò aperto il campo a due ipotesi: la prima è che una quota di quei fondi fosse riconducibile alla nomenclatura sovietica e che, dopo la morte di Maxwell, Jeffrey Epstein ne avesse continuato la gestione per conto di ambienti oligarchici; l’altra, evidenziata dal The Times, è che un rapporto emerso dagli Epstein Files rivela che la fortuna di Epstein provenisse in larga parte da fondi segreti creati da Robert Maxwell per sua figlia.
Questo potrebbe spiegare perché Ghislaine avesse interesse a mantenere segreta la propria relazione con Epstein, che con ogni probabilità ebbe inizio intorno al 1988, quando suo fratello Kevin avviò una collaborazione finanziaria diretta con Epstein.
Ghislaine, del resto, era la figura che curava le relazioni interpersonali a New York per conto del padre. Era il suo terminale sociale, la sua rete di contatto con gli ambienti giusti.
In fondo, viene da chiedersi: perché Maxwell, pur non avendo mai conosciuto personalmente Epstein, riponeva in lui una fiducia così totale? Gli era stato raccomandato da Khashoggi oppure da sua figlia?
È un nodo cruciale. Perché da quella fiducia iniziale si diramano molte delle connessioni finanziarie e politiche che seguirono:
Chi orchestrò quel flusso di denaro verso conti segreti? Jeffrey Epstein lavorava per Robert Maxwell o era in qualche modo complice di Ghislaine con un piano parallelo?
Ghislaine sostenne di aver scoperto solo poco dopo la morte del padre che Epstein collaborava con lui nel trasferimento di fondi offshore, dopo aver rinvenuto alcuni documenti nella cabina dello yacht. Ma questa versione ha delle falle. Ghislaine infatti si affrettò a ordinare al personale dello yacht di distruggere ogni traccia di qualsiasi documento che mettesse in relazione il nome del padre con quello di Jeffrey Epstein.
È qui che la vicenda si fa oscura. Una mossa così tempestiva nel cancellare prove di quelle connessioni lascia sospettare non solo che Ghislaine fosse pienamente consapevole del tipo di operazione che Epstein stava conducendo, ma anche che intendesse proteggerlo.

E il nodo, forse, è tutto in quella relazione già esistente, che Ghislaine aveva scelto di tenere segreta. E in quella sua comparsa a New York “per superare la morte del padre”, una narrazione che regge poco se si considera che da anni frequentava stabilmente l’ambiente newyorkese. Non si trattò di un approdo improvviso in una città nuova per ricominciare. New York era già il suo terreno. E Epstein non era un incontro casuale nato dal lutto, ma una presenza consolidata.
È in questa discrepanza tra racconto pubblico e realtà dei fatti che si concentra uno dei passaggi più significativi della vicenda.
Impossibile capire la natura della relazione tra Ghislaine e Epstein senza un tassello fondamentale: la loro realzione finanziaria e la natura e provenienza dei conti offshore gestiti da Epstein: si trattava dei fondi trafugati da Robert Maxwell per la figlia o appartenevano anche all’oligarchia russa?
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Di solito (lo dicono gli esperti criminologi ed i profiler), chi è dedito ad atteggiamenti immondi/immorali (come si evince dal contesto pedofilo, satanista e omicidiario degli #epsteinfiles) diventa un serial killer che, si uccide e delinque, ma su scala infinitamente minore.
Il punto è che, a parer mio, non si vuol far comprendere, dai protagonisti e dai loro sodali che controllano il sistema FBI/DoJ, come si sia istituzionalizzato l’orrore al fine di ricatto/leve strumentali/kompromat. Ovviamente tutto nasce dalla propensione dei protagonisti (Maxwell – Epstein – Adnan Khashoggi….ect) al malaffare e soprattutto dalla vicinanza con gli oligarchi russi che ha creato una rete sottobanco di compromissioni e che destabilizzerebbe ogni rapporto politico-economico moderno. Da qui la cortina fumogena degli omissis.
Immagino che l’inchiesta non sia conclusa con questa puntata….stay tuned
Secondo il mio modesto parere, si sta dando troppa importanza a sottolineare intrecci , spionaggio, mentre il “Caso” di ovrebbe riguardare la pedofilia le bambine e i ?ambini, magari venduti per il sollazzo di miliardari annoiati e pretendere i nomi di costoro una specie di processo di Norimberga. Già siamo venuti a conoscenza della caccia all’uomo a Sarajevo. Cordiali saluti
Troppa importanza allo spionaggio???
I delitti sono importanti e gravi (e ne abbiamo scritto in altri articoli). Ma capire perché l’equilibrio mondiale è andato in frantumi, studiando e ricostruendo alcune dinamiche cruciali mi sembra- mi consenta- piuttosto importante.