

Esecuzioni segrete, torture e silenzi imposti: nelle carceri iraniane si moltiplicano le morti di detenuti politici e civili, in un sistema repressivo che colpisce senza trasparenza e senza garanzie.
Dopo essere stato arrestato per aver partecipato alle proteste del dicembre 2025, il 2 aprile Amirhossein Hatami è stato giustiziato nel carcere di Ghezel Hesar, in Iran, all’età di circa 19 anni.
Il caso di Hatami è solo l’ultimo di una lunga lista. Non sono pochi gli iraniani che negli ultimi mesi sono morti in carcere per impiccagione o a causa delle torture subite e delle condizioni di vita precarie. Il sito dell’associazione umanitaria “Hengaw” ha documentato diversi di questi casi.
I prigionieri politici
Il 31 marzo le autorità iraniane hanno giustiziato in segreto a Ghezel Hesar due prigionieri politici, Pouya Ghobadi Bistouni e Babak Alipour. Le esecuzioni sono state eseguite senza alcun preavviso per le famiglie o gli avvocati, che non hanno potuto nemmeno fargli un’ultima visita.
Bistouni, 34 anni, era un ingegnere elettrotecnico di origini turche nonché suonatore di santur, uno strumento musicale tipico della tradizione persiana. Alipour, 35 anni, era invece un attivista per i diritti civili con una laurea in legge e la passione per l’alpinismo, che a causa della situazione economica precaria lavorava nella coltivazione del riso.
Il giorno prima, il 30 marzo, sono stati giustiziati di nascosto a Ghezel Hesar anche Akbar Daneshvarkar e Seyed Mohammad Taghavi Sangdehi, che avevano rispettivamente 60 e 59 anni.
Accuse di “complicità” con Israele
Alcuni detenuti sono stati condannati a morte con l’accusa di essere spie sul libro paga di Israele. È quello che è successo a Kourosh Keyvani, arrestato nel giugno 2025 durante la guerra dei dodici giorni e giustiziato il 18 marzo 2026, dopo essere stato dichiarato colpevole di “spionaggio per uno Stato ostile”. Tuttavia, non sono state rese pubbliche le presunte prove presentate a suo carico in tribunale.
Secondo “Hengaw”, fino a quel momento erano non meno di 18 le persone in Iran per le quali era stata applicata la pena di morte con l’accusa di aver fatto le spie per Israele. Il 28 gennaio è successo a Hamidreza Sabet Esmailpour, accusato di aver sabotato per conto dello Stato ebraico le infrastrutture missilistiche iraniane nel 2022. Prima ancora, il 7 gennaio è stato impiccato anche Ali Ardastani, accusato di aver filmato luoghi sensibili per poi passare informazioni a Israele.
Uccisi dalla tortura
Oltre a coloro che sono stati impiccati, vanno ricordati anche quegli iraniani che sono morti in prigione a causa delle torture subite. È quello che è capitato al curdo Nima Jafari, che aveva solo 22 anni quando è stato torturato a morte dagli agenti dell’intelligence iraniana a Bandar Abbas, dopo essere stato arrestato il 6 febbraio ed essere rimasto in custodia per diversi giorni, poiché attivo nel movimento di protesta “Donna, vita, libertà”.
Il corpo è stato restituito ai familiari il 12 febbraio. Fonti interpellate da “Hengaw” hanno riferito che ai parenti è stato intimato di non rivelare pubblicamente la causa della morte e che, se qualcuno avesse chiesto dei dettagli, avrebbero dovuto bollarlo come un suicidio.
Prima ancora, il 15 ottobre 2025, è morto a causa delle torture subite in un centro di detenzione ad Ahvaz anche Hassan Saedi, attivista per i diritti civili di etnia araba che aveva 34 anni. Secondo l’organizzazione per i diritti umani “Karun”, dopo il decesso la famiglia di Saedi sarebbe stata contattata al telefono da agenti dell’intelligence, i quali hanno detto loro che era morto a causa di un arresto cardiaco. Ma la famiglia ha respinto la versione delle autorità, sostenendo che prima dell’arresto era in buona salute e non aveva mai avuto patologie pregresse.
Una sorte simile è toccata l’8 giugno 2025, nella città di Andimeshk, anche a Saman Mirdoraghi, atleta e negoziante di 29 anni che sei giorni prima era stato arrestato con l’accusa di aver sparato colpi di kalashnikov contro la casa dell’ufficiale di polizia Mehran Amirpour. Tuttavia, i filmati delle telecamere di sorveglianza del suo negozio dimostrano che Mirdoraghi si trovava al lavoro nel momento dell’incidente ma, nonostante ciò, le autorità lo hanno arrestato lo stesso.
La notte prima del decesso, Mirdoraghi sarebbe stato sottoposto a brutali torture, che includevano metodi come l’elettroshock, frustate e una pressione fisica tale da danneggiargli le vie respiratorie, portandolo alla morte. Le autorità hanno restituito il corpo alla famiglia a patto che questa non fotografasse il corpo (che, secondo testimoni sentiti da “Hengaw”, riportava lividi e segni di violenze) ed evitasse di parlare con i media.
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