

Diciamocelo: alla rappresentazione delle élite globali, i greci ci erano arrivati qualche migliaio di anni fa con la loro mitologia. Che cos’è, in fondo, l’Olimpo se non quel luogo lassù in alto, abitato da figure che si muovono al di sopra delle regole comuni, governate da vizi, capricci, alleanze mutevoli e rivalità feroci? Un pantheon di incestuosi, violenti, vendicativi, eternamente impegnati a usare gli esseri umani come pedine di giochi di potere più grandi di loro.
Gli dèi non sono modelli. Sono strutture. Rappresentano un mondo in cui chi sta in alto non risponde delle conseguenze, in cui le regole valgono solo verso il basso, in cui i conflitti tra pari vengono combattuti per procura sulla pelle dei mortali. L’eroe umano non è premiato perché giusto, ma perché utile.
Per cui, mettiamo da parte “la corruzione della civiltà liberale”, non perché non ci sia ma perché quella corruzione esiste da sempre, intrinseca nelle dinamiche umane, tanto che tentare di contenerla è stata l’operazione più lunga, tenace e dolorosa dell’umanità. La democrazia nacque infatti proprio da quell’intento.
La democrazia non nasce da un’illusione di bontà, ma da una diffidenza strutturale. Dall’idea che nessun individuo, lasciato senza limiti, possa essere affidabile. È una tecnologia imperfetta pensata per arginare l’arbitrio, non per eliminarlo. Un sistema di contrappesi, di regole, di procedure che servono a rallentare l’abuso.
Ma ieri come oggi, la democrazia è una diga fragile. Non crolla tutta insieme. Si erode. Perde pezzi. Viene bucata da piccole concessioni, da scorciatoie giustificate dall’emergenza, dalla stanchezza collettiva verso la complessità. E soprattutto non regge se non viene sostenuta dall’integrità degli individui che la abitano.
Quando l’integrità viene meno, la struttura democratica tende a replicare nel tempo ciò che dovrebbe contenere. Le istituzioni iniziano ad assomigliare alle dinamiche che dovevano limitare. Il potere si concentra, il linguaggio si semplifica, la responsabilità si diluisce. Le forme restano, ma la sostanza si sposta altrove. E ciò che nasceva per arginare l’arbitrio finisce per amministrarlo.
Ed è proprio tra queste crepe che si insinua Jeffrey Epstein. E allora partiamo da lui, ma dagli inizi.
Partiamo da Brighton Beach, a New York, dove era cresciuto.
Epstein, la criminalità russa, e quella strana assunzione
Nel corso di un’intervista al The Times, Christopher Steele, ex direttore della sezione russa dell’MI6, racconta una dinamica basata su informazioni fornite all’intelligence britannica dagli americani. Epstein, spiega Steele, non diventa un criminale o una risorsa di intelligence nel momento in cui accede all’“Olimpo” del potere: lo era già prima.
Steele afferma che l’FBI aveva tracciato le attività di Epstein fin da giovanissimo a Brighton Beach, negli anni ’70. Risalirebbero a quel tempo i suoi primi contatti con la criminalità organizzata russa e il reclutamento del KGB.
Possibile. Però… c’è un però.
A sedici anni, Epstein si era già fatto notare perché si era diplomato con due anni di anticipo. Insomma, era un giovane genio matematico, uno di quelli che di solito fanno gola ai servizi d’intelligence.
Dopo, aveva intrapreso studi di matematica avanzata per poi, improvvisamente, mollare tutto senza laurerarsi. E che fece a quel punto? A 21 anni, senza laurea, venne assunto come insegnante in una scuola privata dove il direttore “casualmente” era stato un agente dell’Office of Strategic Services (OSS), l’agenzia americana di intelligence poi diventata la CIA.
E se pensate che questa sembra una strana coincidenza nella biografia dell’uomo destinato a essere al centro di svariati terremoti politici, aspettate il resto.
Il preside della scuola è Donald Barr, che – oltre ad essere un ex agente dell’OSS – è uno scrittore di fantascienza che (sempre “casualmente”) scrive Space Relations, la storia di un pianeta governato da oligarchi schiavisti e pedofili.
E non finisce qui.
Donald Barr è anche padre di William Barr, amico di Epstein, e futuro procuratore generale e supervisore della prigione nella quale Epstein morirà.
Strane coincidenze. Talmente strane che se qualcuno le infilasse in un romanzo l’editor ci andrebbe pesante con il pennarello rosso.
In breve, tra CIA e KGB non sappiamo se è nato prima l’uovo o la gallina – Epstein aveva contatti con la mafia russa e il KGB, e per questo fu reclutato dalla CIA oppure il contrario? Per i motivi fino a qui descritti, però, è probabile che nel 1974, a 21 anni, Epstein fosse già al servizio di entrambe le agenzie.
Qual era la principale? E qui le cose si fanno ingarbugliate. Davanti ad agenti in “deep cover”, mai ufficializzati, che si muovono strutturalmente tra varie agenzie, l’area si fa grigia: forse restano fedeli ad una, forse saltano ad un’altra, o forse ancora diventano cani sciolti e pensano a sfruttarle tutte.
Ed Epstein, in questo, aveva un precedente molto vicino, di cui è impossibile non parlare in riferimento alla sua vicenda: il triplo agente Robert Maxwell.
E allora parliamo di Robert Maxwell
Secondo la storica Françoise Thom, la parabola di Robert Maxwell anticiperebbe in modo sorprendente ciò che oggi viene definito il “modello Putin” o dominio oligarchico: la fusione tra potere mediatico, finanza opaca e relazioni strutturali con i servizi di intelligence, utilizzate per interesse personale. Una parabola che – aggiungiamo noi – precede e ricalca perfettamente quella di Epstein.
Nato come Ján Ludvík Hoch, ebreo ceco della Carpazia, dopo l’invasione nazista, Maxwell si unì ai partigiani, riuscendo poi a fuggire nel Regno Unito e ad arruolarsi nell’esercito britannico. Scoprirà solo anni dopo che i suoi genitori e sei fratelli erano stati sterminati nei campi nazisti insieme all’intera comunità ebraica della regione.
Quella ferita, totale e irreversibile, costituì il nucleo profondo della sua postura esistenziale: una volontà di affermazione senza limiti, una sfida permanente al destino, vissuta come risarcimento e rivincita. Da lì nasce un rapporto radicalmente utilitaristico con il mondo, in cui persone, istituzioni e Stati diventano strumenti da usare, piegare o aggirare, e in cui ogni mezzo — lecito o illecito — è giustificato dall’obiettivo finale: non solo sopravvivere, ma dominare, lasciare un’impronta, dimostrare di essere più forte di qualsiasi ordine che aveva tentato di cancellarlo.
Maxwell imparò fin dalla guerra a muoversi tra apparati diversi — britannici, sionisti e sovietici — trasformando quell’ambiguità in una risorsa. In breve, usò e sfruttò tutti a suo favore.
La dinamica del suo gioco triplice sfida ogni possibile logica creativa.
Comincia a Berlino, subito dopo la guerra: mercato nero, traffico di merci da est a ovest e viceversa. Come agente del British intelligence, crea una rete di connessioni all’est e viene reclutato anche dal KGB. Ed è grazie a questo che diventa estremamente utile al Mossad che lo recluta a sua volta per fare da ponte con gli apparati sovietici per favorire l’emigrazione degli ebrei dell’URSS verso Israele (un’operazione per cui Israele gli sarà estremamente grato, tanto da celebrare per lui dei veri e propri funerali di Stato).
Il KGB, naturalmente, chiedeva qualcosa in cambio. Ma Maxwell era un uomo d’affari e intorno a questo patto costruì il suo impero editoriale…
…a spese dell’MI6!
Assurdo? Non tanto, perché in questo gioco di scambi tutte le agenzie d’intelligence ci guadagnavano qualcosa.

Insomma, Maxwell doveva offrire contropartite concrete a Mosca: canali di riciclaggio finanziario per il Partito Comunista Sovietico, un potente apparato mediatico capace di migliorare l’immagine dell’URSS in Occidente e, infine, intelligence su Israele e Regno Unito.
Allora Maxwell andò all’MI6 e chiese soldi per aprire case editrici e la possibilità di agire indisturbato in cambio di intelligence sia sui sovietici che su Israele.
La sua ambizione era quella di diventare il più ricco possibile e cambiare il mondo attraverso l’informazione (suona familiare?)
Va da sé che il Mossad non stava a guardare. Ottenere il trasferimento di ebrei dall’URSS poteva essere l’obiettivo primario ma l’intelligence faceva sempre comodo. Infatti, in una mail, è proprio Epstein a spiegarci come Maxwell, negli anni ‘80, arrivò addirittura a ricattare il Mossad in cambio 400 milioni di sterline per evitare la bancarotta: “o mi date i soldi o denuncio tutto quello che ho fatto per voi!”

In breve, con il sostegno dell’MI6, Maxwell costruì Pergamon Press, che divenne al tempo stesso un colosso della divulgazione scientifica e una copertura perfetta per viaggi, contatti e la raccolta di informazioni oltre la Cortina di ferro. Parallelamente coltivò rapporti diretti con il vertice del potere sovietico e del KGB, diventando uno dei principali vettori di influenza del Cremlino in Occidente, finanziato (oltre che dell’MI6 e dal Mossad) dai sovietici e utilizzato per promuovere l’immagine dell’URSS e dei suoi leader.
Fermiamoci un attimo, perché qui si chiarisce una delle logiche più contorte dello spionaggio globale: l’MI6 pagava e copriva Maxwell affinché facesse, di fatto, propaganda sovietica nel Regno Unito. Non per ingenuità o tradimento, ma perché, in quel gioco di specchi, controllare il canale contava più del messaggio, e l’influenza passava anche attraverso ciò che apparentemente favoriva il nemico.
Inevitabilmente, ciascuna agenzia era perfettamente al corrente del suo gioco triplice e non solo tollerava quel crocevia ma lo nutriva, soddisfando ogni capriccio di Maxwell che, in realtà, lavorava principalmente per se stesso.
Ma se l’appartenenza al Mossad fu per Maxwell la più solida e identitaria, e quella all’MI6 assunse piuttosto la forma di una transazione commerciale, il baricentro delle sue relazioni fu il KGB. Esisteva un’asimmetria di potere e di bisogno: era Mosca a controllare le leve decisive perché Maxwell potesse ottemperare al suo incarico per il Mossad (far migrare gli ebrei) — visti, autorizzazioni, flussi di persone e capitali — e dunque a poter concedere o negare ciò che Maxwell cercava.
Con il KGB il rapporto divenne più profondo, continuo e strutturato: accessi privilegiati, operazioni mediatiche finanziate direttamente dal Cremlino, un riconoscimento politico. In altre parole, pur essendo un uomo del Mossad, il KGB divenne l’interlocutore centrale, quello con cui Maxwell non scambiava singole informazioni, ma interi apparati di influenza.
Negli anni ‘70 entrò nella politica britannica come deputato laburista. Una posizione che – come abbiamo visto recentemente con il caso di Peter Mandelson – offriva infinite opportunità di accedere ad informazioni riservate e rivenderle al miglior offerente.

Nel 1984 acquistò il Mirror Group per la straordinaria somma di 113 milioni di sterline e ingaggiò una battaglia senza esclusione di colpi contro il Sun di Rupert Murdoch riuscendo ad incrementare sostanzialmente le vendite.
Nello stesso periodo fece ritirare dal mercato tutte le copie di una sua biografia non autorizzata, utilizzando una tattica del terrore contro autore, casa editrice, distributori e rivenditori facendo a ciascuno causa individualmente.
Nel 1987, Maxwell affermò di essere in una posizione economica molto più vantaggiosa di Murdoch, il quale – sosteneva Maxwell – aveva circa 6 miliardi di debiti, contro il suo miliardo di attivo.
Continuò a espandere il suo impero acquistando dozzine di compagnie ovunque e in qualsiasi campo: AGB Research per 134 milioni di dollari, poi il maggiore gruppo editoriale canadese per 157 milioni, Arline Guide per 750 milioni. Spese e spese acquistando quanto più poteva.
Il lancio della Maxwell Communication Corporation, aggiunse poi un tassello alla lotta di Maxwell per aggiudicarsi fette sempre più consistenti della comunicazione. La sua verrà chiamata “la rivoluzione della comunicazione”.

Infine, iniziò a investire anche oltre cortina, in Bulgaria, in Ungheria, nella Germania Est e perfino nell’URSS. E quelli, sono anche gli anni in cui anche Donald Trump guarda a Est per gli investimenti, con l’obiettivo di aprire Trump Hotel a Leningrado e a Mosca.
Sono proprio queste manovre a sollevare il dubbio centrale. Cosa stava facendo davvero Maxwell? Stava semplicemente costruendo un impero editoriale globale, oppure stava mettendo in piedi una struttura ideale per far transitare capitali da e verso la Cortina di ferro, in un momento in cui il sistema sovietico era economicamente allo stremo?
Ed è proprio in questa congiunzione storica che Robert Maxwell entrò in contatto con Jeffrey Epstein, un uomo che – come lui – aveva contatti estesi con la mafia russa e l’etablishment sovietico; Epstein che si era costruito una reputazione di recupero, rintracciamento e gestione di patrimoni, spesso legati a frodi, bancarotte o trasferimenti illeciti. Insomma, Epstein era tanto un uomo legato a Mosca quanto un mago nel districare e creare reti di denaro irrintracciabile.
Altre coincidenze emergono dai file di Epstein. Si tratta di due testimonianze. In una, “Adrien”, afferma che da bambino, quando andava alla spiaggia, la madre gli diceva di correre via appena vedeva Robert Maxwell perché era un noto pedofilo.

In un altra testimonianza, invece, si fa menzione al fatto che Robert Maxwell trafficasse donne da Cuba agli Stati Uniti.

Pedofilo e trafficante di donne anche Maxwell?
Nella prossima parte, l’intreccio tra Robert, Epstein, Luchansky, Kevin e Ghislaine Maxwell, la recessione economica e i collassi dell’Unione Sovietica e del Mirror Group.

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Questi articoli ssono molto belli la Libutti dimostra di avere una grande capacità di analisi . Complimenti
Piero
Grazie.
Grande. L’attesa per questa puntata non è stata vana!!
Bene, qui ci scappa un ottimo libro…