

Dagli Epstein files sembra mancare il documento più decisivo: il rapporto finale, quello in cui l’FBI tira le somme e, dopo anni di indagini, ricompone i frammenti in un quadro coerente. Al suo posto ci è stato consegnato un archivio sterminato di materiali grezzi — milioni di documenti sparsi, disordinati, parziali — che richiederebbero anni per essere letti. Il risultato è che siamo messi nella condizione di tentare di ricostruire ciò che l’FBI ha già ricostruito e che il Department of Justice conosce perfettamente, ma ha scelto di non esporre.
Ritengo che un approccio più costruttivo non sia partire dagli Epstein files in quanto tali, ma da ciò che già conosciamo attraverso indagini ufficiali precedenti, atti giudiziari, interviste, ricostruzioni storiche e documentarie, e dal contesto geopolitico in cui questi eventi si sono sviluppati. Solo così i frammenti emersi possono essere inseriti come tessere mancanti di un quadro già tracciato, spesso per spiegarlo, anziché essere letti in modo emotivo o fuorviante.
Non va poi dimenticato che i file desecretati non sono tutti i file. Sono solo quelli che il Department of Justice ha deciso di rendere pubblici. Questo significa che il materiale disponibile è già il risultato di una scelta politica e istituzionale su cosa mostrare e cosa no. C’è una grande assente dai file, per esempio: Ghislaine Maxwell. Parlare di “trasparenza” in questi termini è quantomeno ingenuo.
Nei giorni scorsi ho scritto che non ritenevo Epstein al servizio di un’agenzia in particolare: CIA, KGB/FSB, Mossad – sappiamo che ha avuto contatti con tutte. Ma perseguiva gli obiettivi di una in particolare?
Il quadro destava qualche sospetto, ma occorreva più lavoro sull’insieme per affermarlo. Perché, naturalmente, scriviamo sempre sulla base delle conoscenze di cui disponiamo in un dato momento. E, per fortuna, queste conoscenze non sono statiche: cambiano, si ampliano. Si continua a leggere e, soprattutto, a collegare, finché si ha una prospettiva d’insieme.
Cominciamo dal fatto che far passare la vicenda di Jeffrey Epstein come un generico “complotto globalista” è una mistificazione che serve soprattutto a neutralizzare l’analisi. È un’etichetta comoda: trasforma una realtà complessa in una caricatura e consente di respingerla in blocco senza doverla affrontare.
Ed è bene essere chiari: questa lettura non nasce per caso. È parte integrante dell’immaginario complottista di QAnon, quello della presunta cabala liberale, sionista e pedofila che governerebbe il mondo nell’ombra. Una narrazione che non serve a fare luce sui fatti, ma a confonderli deliberatamente, spostando l’attenzione dalle responsabilità concrete.
E responsabilità individuali ci sono eccome: responsabilità di persone e di classi politiche che, per vizio, depravazione, senso d’impunità o tornaconto personale, si sono consapevolmente adagiate sul sistema Epstein, uno in cui si intrecciavano pedofilia e potere. Ma queste responsabilità sono interamente trasversali. Non appartengono a una singola area politica o culturale. Proprio questa eterogeneità smonta l’idea di un complotto monolitico e ideologico: il sistema Epstein non selezionava per appartenenza, ma per utilità.
Mettendo insieme quanto già noto ai documenti emersi dai file, emerge un quadro coerente: non un “complotto” ma una strategia trentennale di infiltrazione nei governi occidentali, attuata in modo illecito e mirata a promuovere determinati politici (di destra o di sinistra) e imprenditori con interessi convergenti con quelli di Mosca. Una direzione, quella di Epstein, che mutava quando cambiava quella del Cremlino – perché gli interessi di Mosca negli anni di Eltsin non erano gli stessi della Russia di Putin, soprattutto dopo la sua definitiva svolta autocratica.
Cerchiamo di spiegarlo.
Il fatto che Epstein si muovesse prevalentemente nell’orbita democratica e laburista fino ai primi anni Duemila è del tutto coerente con questa chiave di lettura. In quegli anni erano le sinistre a occupare i centri del potere negli Stati Uniti e nel Regno Unito, e la Russia post-sovietica non veniva percepita come una minaccia strategica, bensì come un’opportunità economica. Gli oligarchi russi affluivano in Occidente con capitali ingenti, investivano, acquistavano influenza e cercavano accesso politico e visti. Epstein facilitava questa dinamica muovendosi all’interno dell’area progressista, grazie alla propria capacità di mettere in contatto denaro, potere e relazioni istituzionali. Piuttosto neutrale negli USA, durante i mandati di George W Bush, fino al 2010 si mantenne vicino alla sinistra tramite il suo uomo nel governo britannico: Peter Mandelson, mirate a promuovere politiche favorevoli ai suoi clienti nel mondo della finanza.
Non fu vicino all’amministrazione democratica di Obama e i suoi rapporti con partiti di sinistra si esaurirono con l’uscita di scena di Ehud Barak in Israele.
Nel frattempo c’era stata la definitiva svolta autocratica di Putin, e con la guerra in Siria, l’intera postura russa nei confronti dell’Occidente mutò in modo strutturale. E anche quella di Epstein.
Il 2013 segna uno spartiacque. Se ne può dedurre che per Epstein non si trattava semplicemente di gravitare attorno a chi deteneva il potere (politico o economico) in un dato momento, ma di seguire l’evoluzione della linea di Mosca. Fino ai primi anni Duemila, il Cremlino post-sovietico aveva partecipato senza remore alla mischia globalista, vedendola come uno spazio di espansione economica e d’influenza; in quell’orizzonte condiviso Epstein operava senza frizioni. Con il cambio di rotta imposto dal nuovo corso del potere russo, però, lo stesso ordine globalista venne ridefinito come il “male assoluto”. È in questo slittamento che va letta anche la trasformazione del ruolo di Epstein: non più semplice facilitatore nel sistema, ma una figura utile a muoversi contro di esso, seguendo la nuova direzione strategica del Cremlino.
Nel 2013 Epstein entra in un rapporto sempre più stretto con Sergei Belyakov, ex FSB e consigliere di Oleg Deripaska. Non si limita a fornire consulenza su come aggirare le sanzioni: fa pressione sui governi occidentali, coordina contatti sensibili e agisce in sintonia con gli interessi russi, anche sul terreno del reperimento di donne e dell’uso sistematico del kompromat come strumento di influenza e di coercizione.
L’avvicinamento programmatico di Epstein alla Silicon Valley e, in particolare, a Peter Thiel, insieme al nucleo storico della cosiddetta “PayPal Mafia” si intensifica. Quel gruppo nasce con un’idea profondamente politica della tecnologia e della finanza: ridurre il ruolo degli Stati, aggirare le regolamentazioni e, soprattutto, costruire infrastrutture monetarie e di pagamento alternative al dollaro e ai sistemi controllati da Washington. PayPal prima, e poi l’interesse per criptovalute, blockchain e sistemi di pagamento decentralizzati, si inseriscono in una visione in cui la sovranità monetaria statunitense viene percepita come un vincolo da superare. In questa prospettiva, una convergenza con gli interessi russi non è ideologica ma funzionale: Mosca, colpita da sanzioni e marginalizzata dal sistema finanziario occidentale, ha tutto l’interesse a sostenere strumenti che indeboliscano il dollaro come valuta globale e consentano flussi di capitale difficili da tracciare e da bloccare.
Le criptovalute, così come alcune architetture fintech promosse in quegli ambienti, diventano quindi un terreno di incontro tra il tecnolibertarismo californiano e la strategia russa di erosione dell’ordine finanziario occidentale. Epstein porta contatti, accessi e capacità di mediazione tra mondi che, pur partendo da presupposti diversi, finiscono per condividere un interesse comune.
È in questo passaggio che la strategia di Epstein si fa più chiara: punta su figure che presentano forti consonanze ideologiche con la visione del potere promossa dal Cremlino. È il caso di Steve Bannon, le cui tesi sul declino del liberalismo, sulla necessità di una crisi rigenerativa e sulla lotta contro l’ordine globale ricalcano sorprendentemente quelle di Aleksandr Dugin. Ed è il caso di Peter Thiel, che da anni teorizza apertamente l’incompatibilità tra democrazia e libertà, proponendo un modello tecnocratico, elitario e post-democratico che trova un evidente parallelo nella Russia di Vladimir Putin. Epstein, in questo quadro, individua e seleziona soggetti già predisposti a una visione antiliberale e deregolata del potere e li aiuta a entrare o a rafforzarsi nei centri decisionali. È così che la convergenza con Mosca non passa necessariamente per l’obbedienza, ma per l’allineamento strutturale delle idee.
In questi spostamenti d’asse emerge sempre più chiaramente che – qualunque fossero i contatti di Epstein con la CIA e il Mossad – la sua strategia a lungo termine era sempre coerentemente nella direzione di Mosca, qualunque essa fosse in un dato contesto.
Il suo obiettivo, post-2013, è stato di favorire l’ascesa di figure inclini alla deregolamentazione e all’isolamento sovranista degli Stati all’interno dei governi occidentali. In questo schema, la disgregazione della Unione Europea era un obiettivo strategico.
E ancora oggi, nulla è cambiato.
Per la Russia, disgregare la Ue è una priorità geopolitica: spezzare un blocco economico e politico in grado di fare massa critica. Per l’oligarchia tecnologica, invece, il vantaggio è strutturale: meno regole significano più spazio d’azione, la normalizzazione della legge del più forte e una concentrazione estrema del potere nelle mani di chi controlla flussi informativi, piattaforme digitali, algoritmi, intelligenza artificiale e infrastrutture di sicurezza.
Come ha osservato Franz Russo: “La deregolamentazione non è soltanto un obiettivo politico: è un modello di business. Quando si controllano le infrastrutture della comunicazione, gli algoritmi che determinano cosa vediamo e cosa no, e oggi anche i sistemi di intelligenza artificiale che mediano il nostro rapporto con l’informazione, l’assenza di regole è una condizione necessaria per operare senza vincoli, indisturbati, esercitando al tempo stesso un potere diretto sui contenuti e, di conseguenza, sul governo delle società. In questo senso, l’Unione Europea — con il suo pacchetto di regole sui dati, sulle piattaforme e sulla responsabilità algoritmica — rappresenta l’unico tentativo sistemico di porre limiti a tale potere. Ed è proprio per questo che diventa un bersaglio: chi ha costruito imperi sull’opacità e sulla raccolta illimitata dei dati non può tollerare un regolatore che impone trasparenza e responsabilità. Unendo i puntini, emergono così convergenze evidenti tra chi desidera governi deboli e chi punta a mercati privi di arbitri.”
I movimenti sovranisti europei e occidentali, pur presentandosi come espressioni “locali” o “nazionali”, condividono alcune caratteristiche strutturali ricorrenti. La prima è una convergenza sistematica con le posizioni della Russia: ostilità all’Unione Europea, delegittimazione delle istituzioni multilaterali, narrazione del liberalismo come decadenza morale, esaltazione dell’uomo forte e dello Stato verticale. Questa affinità non è solo ideologica ma spesso materiale: finanziamenti diretti o indiretti di provenienza russa, oppure canali di sostegno politico, mediatico e logistico.
La seconda caratteristica è il legame con capitali e reti occidentali afferenti al mondo delle criptovalute e della finanza deregolata, che condividono l’interesse a indebolire gli Stati e i regolatori. Un esempio emblematico è Reform UK, che beneficia di donazioni e supporti riconducibili ad ambienti crypto e libertarian, ostili a qualsiasi forma di supervisione pubblica. Da qui la lotta serrata contro il governo laburista, perpetrata tramite decine di migliaia di deepfake su YouTube, e la demonizzazione quotidiana di Keir Starmer da parte di Elon Musk, tramite il controllo della sua piattaforma, di cui controlla algoritmi e narrazione. Musk, che, sia nel 2024 che nel 2025, è arrivato a invitare i britannici a sovvertire il governo.
In questo senso, filorussismo e deregolamentazione non sono due elementi separati ma due facce della stessa strategia: frammentare gli spazi politici, indebolire le regole comuni e creare contesti in cui il potere — economico, tecnologico e informativo — possa concentrarsi senza contrappesi.
E ora veniamo al punto: il modus operandi di Jeffrey Epstein era quello classico del KGB: donne e kompromat; quanto alla traiettoria, è proprio lì che tutto appare evidente. Una parte consistente della classe politica del partito storicamente più antirusso, quello di Ronald Reagan, è diventata nel tempo apertamente filorussa (tramite di figure come Roger Stone e Paul Manafort, vicine a Oleg Deripaska che – con Epstein, Bannon e Thiel – portarono alla Presidenza Donald Trump nel 2016). In parallelo, settori nati nell’alveo progressista della Silicon Valley hanno adottato una visione sempre più technosovranista, sorprendentemente compatibile con la narrativa del Cremlino su una società verticale, un’élite decisionale e il disprezzo per il pluralismo. Non è stata una conversione ideologica di massa, ma un effetto di trascinamento: quando nodi centrali del potere economico e tecnologico cambiano direzione, interi ecosistemi — politici, mediatici e culturali — li seguono.
Il punto chiave è che non è servito “convertire” interi ambienti politici o culturali: sono bastate poche personalità trainanti, collocate in snodi strategici, per trascinare reti molto più ampie. Il caso del cosiddetto gruppo sudafricano — figure cresciute nel contesto dell’ultimo apartheid, con una visione profondamente gerarchica della società, diffidenza verso la democrazia maggioritaria e culto dell’ordine — è emblematico. Personaggi come Peter Thiel ed Elon Musk non hanno “resuscitato” ideologie reazionarie in modo esplicito, ma le hanno riformulate in chiave tecnologica: efficienza contro rappresentanza, competenza contro voto, decisione centralizzata contro mediazione democratica. In questo schema, concetti storicamente progressisti — innovazione, libertà individuale, superamento dei vincoli — sono stati progressivamente svuotati e riempiti di un contenuto autoritario e antiegalitario.
Epstein è morto. Ma gran parte degli attori che ha sostenuto, finanziato o aiutato a posizionarsi – direttamente o indirettamente – nei luoghi chiave del potere è ancora lì.
E allora, Epstein lavorava per Mosca?
Tutto punta in quella direzione, anche se, qualcuno potrebbe obiettare, che molte svolte potrebbero essere state circostanziali, personali o di convenienza. Manca dunque ancora un tassello temporale: gli inizi, gli anni ‘70 e ‘80. Come cominciò Epstein e come mai, inspiegabilmente, diventò straricco? Amministrava veramente parte dell’ex tesoro sovietico per conto degli oligarchi come ho già accennato in passato?
Per capirlo, dovremo concentrarci sulla figura di Robert Maxwell, di cui mi occuperò nel prossimo articolo.
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Analisi completa, tutto si tiene, la PayPal Mafia che si collega alla conquista del mondo senza più confini, un progetto di fantapolitica, se non vi fossero i fatti a domumentarlo. I padroni dell’algoritmo che si comprano social per manipolare le menti, ad iniziare da quelle dei giovani, come ogni dittatura del passato, mai passato veramente, insegna.
Anche la storia imprenditoriale e finanziaria di Trump si incrocia con contatti e relazioni sovietico-russe. Probabile che lui ed Epstein si siano conosciuti attraverso gli stessi rapporti di affari e conoscenze legati alla Russia.
Una serie di articoli sulle vicende di Trump era già stata pubblicata qui su InOltre:
https://www.inoltrenews.it/dthe-manchurian-candidate-parte-quarta/
Non vedo l’ora di leggere la genesi del binomio Robert Maxwell- Jeffrey Epstein e dei loro incroci con gli oligarchi russi della prima ora (presidenza Boris Nikolaevi? El’cin) e della mafia puto-cekista
Non vedo l’ora di leggere la genesi del binomio Robert Maxwell- Jeffrey Epstein e dei loro incroci con gli oligarchi russi della prima ora (presidenza Boris Nikolaevi? El’cin) e della mafia puto-cekista
Bravissima Libutti: 1 analisi profonda, informata, esauriente. Complimenti