

Negli ultimi anni, e con particolare intensità a partire dall’invasione su larga scala dell’Ucraina nel febbraio 2022, l’Europa si è trovata coinvolta in un conflitto che raramente assume la forma tradizionale dello scontro militare diretto. È una guerra senza fronte, senza dichiarazioni formali, senza trattati di resa. Una guerra che si insinua nei sistemi informatici, nelle infrastrutture critiche, nel dibattito pubblico, nelle redazioni, nei talk show, nelle piattaforme digitali e perfino nelle percezioni collettive di sicurezza e realtà.
La Russia non si limita a combattere l’Ucraina. Conduce da tempo una strategia di guerra ibrida rivolta contro l’intero spazio euro-atlantico, sfruttando l’ambiguità, la plausible deniability, la frammentazione delle società democratiche e la difficoltà occidentale a riconoscere la guerra quando non assomiglia a una guerra. Cybersecurity, disinformazione, sabotaggio, propaganda, infiltrazione politica e uso strumentale delle vulnerabilità sociali non sono elementi collaterali: costituiscono l’ossatura stessa di questa strategia.
Le fonti disponibili – dai documenti dell’intelligence ai think tank, dai casi giudiziari ai non-paper governativi – restituiscono un quadro coerente: Mosca agisce in una zona grigia permanente, sotto la soglia del conflitto armato, con l’obiettivo di logorare, dividere e delegittimare le democrazie europee dall’interno.
La strategia della zona grigia: cyber, sabotaggi e controllo della narrazione
La guerra ibrida russa si fonda su un principio chiave: evitare lo scontro frontale, rendendo costosa e incerta qualsiasi risposta. Come evidenziato dallo studio della DGAP (Baumann–Pynnöniemi), Mosca opera in un confronto permanente, in cui pace e ostilità non sono categorie distinte ma stati fluidi.
Le cosiddette “misure attive” – concetto ereditato dal lessico sovietico – comprendono:
• operazioni cibernetiche contro infrastrutture critiche;
• sabotaggi fisici (cavi sottomarini, ferrovie, aeroporti);
• operazioni di influenza e disinformazione;
• utilizzo di proxy e attori non statali per rendere opaca l’attribuzione.
Il caso del traghetto italiano Fantastic, fermato in Francia per la presenza di un Remote Access Tool (RAT) installato tramite un dispositivo sconosciuto, è emblematico. Non siamo di fronte a un episodio isolato, ma a un pattern: infrastrutture civili trasformate in nodi sensibili della sicurezza europea. La possibilità di prendere il controllo remoto di sistemi di navigazione o sicurezza dimostra come il dominio cyber sia oggi un moltiplicatore di minaccia, capace di trasformare un mezzo civile in un potenziale vettore di coercizione o destabilizzazione.
Come sottolineato anche dal non-paper del ministro Crosetto, lo spazio cibernetico è il collante che tiene insieme le diverse dimensioni della guerra ibrida: informativa, militare, economica, diplomatica. È qui che la Russia sfrutta al massimo la plausible deniability, agendo attraverso intermediari, criminalità organizzata cooptata, gruppi hacker “patriottici” e reti di outsourcing cyber.
Parallelamente, la dimensione informativa resta centrale. La rimozione da parte di YouTube di decine di migliaia di video generati con intelligenza artificiale, capaci di raggiungere centinaia di milioni di visualizzazioni, mostra come la propaganda contemporanea non abbia più bisogno di qualità, ma di scala, ripetizione e asimmetria dei costi. Contenuti a basso costo, prodotti in serie, progettati per distorcere il dibattito democratico e amplificare sfiducia e polarizzazione.
La plausible deniability non è un effetto collaterale della guerra ibrida, ma uno dei suoi principali obiettivi. L’ambiguità sull’attribuzione paralizza le democrazie, costrette a muoversi tra prudenza giuridica, timori di escalation e vincoli di consenso interno. Ogni dubbio sull’origine di un attacco rallenta la risposta, divide gli alleati, alimenta il dibattito interno tra “falchi” e “colombe”. In questo senso, la Russia non punta tanto a colpire più duramente, quanto a colpire in modo non chiaramente imputabile, sfruttando le asimmetrie normative tra regimi autoritari e sistemi democratici. È qui che la zona grigia diventa un vantaggio competitivo strutturale. Non è necessario convincere tutti: basta confondere, stancare, relativizzare.
Un errore ricorrente nel dibattito pubblico europeo è trattare la cybersecurity come un problema prevalentemente tecnico, affidabile a specialisti IT e protocolli di sicurezza. In realtà, nel pensiero strategico russo, il dominio cyber è intrinsecamente politico. Gli attacchi informatici non mirano soltanto a interrompere servizi o rubare dati, ma a influenzare il processo decisionale, generare incertezza, aumentare il costo politico delle scelte di sicurezza. Colpire un aeroporto, un porto o una rete ferroviaria non significa solo creare disagi: significa mettere in discussione la capacità dello Stato di garantire ordine, protezione e continuità. È una forma di coercizione indiretta, che opera sotto la soglia della risposta militare ma ne erode i presupposti.
Quinte colonne, normalizzazione e vulnerabilità italiane
Se il Regno Unito, come affermato dal capo dell’MI6 Blaise Metreweli, ha compreso che “la linea del fronte è ovunque”, il quadro italiano appare più fragile. Diverse fonti convergono su un punto: l’Italia è percepita da Mosca come un Paese strutturalmente vulnerabile.
Documenti riconducibili all’intelligence russa descrivono l’Italia come un contesto in cui:
• la disinformazione attecchisce facilmente;
• i controlli sono percepiti come meno rigorosi;
• esistono canali di fuga logistici (aeroporti minori);
• lo spazio mediatico consente ampia diffusione di narrative filorusse.
Qui entra in gioco il tema delle quinte colonne e degli agenti d’influenza. Non necessariamente spie nel senso classico, ma commentatori, influencer, politici e opinion maker che riproducono fedelmente le cornici narrative del Cremlino, spesso invocando pluralismo o libertà di opinione. Come ricordano esperti come Sergio Germani, questa non è una questione di dissenso legittimo, ma di guerra cognitiva: la ripetizione sistematica di frame manipolatori è parte integrante della strategia ibrida.
La disinformazione russa non agisce più solo attraverso singoli messaggi o campagne isolate, ma mira a modellare l’ecosistema cognitivo in cui le informazioni vengono prodotte, selezionate e interpretate. L’obiettivo non è imporre una verità alternativa coerente, ma indebolire il concetto stesso di verità condivisa. In questo contesto, la ripetizione di frame come “guerra per procura”, “Occidente ipocrita”, “pace impossibile senza concessioni” svolge una funzione precisa: rendere ogni posizione normativa contestabile, ogni responsabilità relativa, ogni aggressione discutibile. È una strategia di erosione semantica, che prepara il terreno all’accettazione dell’inaccettabile.
Un ulteriore elemento di fragilità del contesto italiano riguarda il ruolo svolto da una parte del sistema mediatico e para-accademico, che finisce per amplificare, spesso senza filtri critici adeguati, narrazioni pienamente coerenti con la propaganda del Cremlino. Quotidiani, riviste e centri studi presentati come “alternativi” o “contro-narrativi” ospitano analisi che riproducono frame russi ormai codificati: la colpa attribuita all’allargamento della NATO, l’equiparazione tra aggressore e aggredito, la rappresentazione dell’Ucraina come Stato artificiale o strumento occidentale. Il problema non è l’esistenza di posizioni critiche, fisiologica in una democrazia, ma la mancanza di contestualizzazione strategica e di trasparenza sulle matrici concettuali di queste tesi, che finiscono così per assumere una parvenza di neutralità scientifica.
Questo meccanismo trova la sua massima efficacia nei talk show televisivi, dove la logica del confronto spettacolare sostituisce quella dell’analisi. Figure internazionali come Jeffrey Sachs, presentate come voci “autorevoli” senza un adeguato contraddittorio, vengono spesso utilizzate per legittimare letture del conflitto che minimizzano la responsabilità russa e spostano sistematicamente il focus sulle colpe occidentali. A ciò si aggiunge la presenza costante di ex politici italiani divenuti opinionisti, che ripetono con sorprendente coerenza argomenti e lessico della comunicazione strategica russa. In molti casi, anche la conduzione dei programmi appare orientata a favorire una narrazione filorussa, attraverso domande orientate, equivalenze morali e una sistematica messa in discussione del sostegno a Kyiv come scelta “irrazionale” o “ideologica”.
Il risultato complessivo non è un pluralismo informato, ma una distorsione strutturale del dibattito pubblico, che riduce la capacità del Paese di riconoscere la guerra ibrida per ciò che è. Quando la disinformazione viene presentata come semplice opinione, e la propaganda come analisi alternativa, il confine tra libertà di espressione e operazione di influenza ostile diventa sempre più sfumato. In questo senso, l’Italia non è solo un bersaglio passivo, ma rischia di trasformarsi in un moltiplicatore involontario della strategia russa, offrendo spazi, legittimità e visibilità a narrazioni progettate per indebolire la coesione euro-atlantica dall’interno.
A questo si aggiunge una nuova frontiera: l’intelligenza artificiale. Il fatto che chatbot e sistemi di IA integrino, in lingua italiana, una quota significativa di fonti riconducibili alla propaganda russa rappresenta un salto di qualità. La guerra ibrida non si limita più a influenzare le persone, ma i sistemi che producono informazione, con effetti potenzialmente duraturi sull’ecosistema cognitivo.
Riconoscere la guerra prima di perderla
La guerra ibrida russa non è un’anticipazione del futuro: è il presente della sicurezza europea. Non riconoscerla equivale a subirla. Mosca non cerca una vittoria rapida, ma un logoramento sistemico: rendere le democrazie meno coese, meno fiduciose, meno capaci di reagire.
La risposta non può essere solo difensiva. Lo sottolineano la DGAP, il non-paper italiano e persino la NATO nelle parole dell’ammiraglio Cavo Dragone: serve un approccio integrato, proattivo, whole-of-society, che tenga insieme cyber, intelligence, comunicazione strategica e resilienza democratica. Serve anche il coraggio politico di chiamare le cose con il loro nome: la disinformazione non è pluralismo, la manipolazione non è dibattito, la propaganda non è opinione.
La linea del fronte, oggi, passa per i server, i social network, le infrastrutture civili, le redazioni, i linguaggi. Capire dove passa questo confine non è solo una questione di sicurezza: è una responsabilità politica, culturale e democratica. Perché le guerre che non vengono riconosciute in tempo sono, spesso, quelle che si perdono senza accorgersene.
Questa analisi si inserisce in un filone di approfondimento già avviato su InOltre. Per comprendere fino in fondo la dimensione cognitiva della guerra ibrida russa, resta fondamentale il contributo di Mario Greco, che già nel luglio 2025 ha ricostruito con lucidità le tecniche di guerra cognitiva messe in campo dal Cremlino per condizionare società e processi decisionali europei.
A questo si affianca l’analisi di Fabio Aversa, che ha mostrato come una parte del sistema mediatico italiano finisca per rilanciare disinformazione russa, spesso senza filtri critici, tradendo i principi basilari dell’etica dell’informazione. Letti insieme, questi contributi aiutano a cogliere un punto essenziale: la guerra ibrida non è un concetto astratto, ma un processo già in atto, che attraversa informazione, percezioni e democrazie europee.
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Analisi lucidissima, per quanto sintetica, di un fenomento assolutamente preoccupante, che coinvolge tutto l’occidente. Alla Russia aggiungerei la Cina, che a mia conoscenza opera in modo diverso, ma con obiettivi analoghi, mirati ad espandere la propria influenza a livello mondiale; essenza di una strategia onnicomprensiva, ancorché eminentemente economica, a medio-lungo termine, incentrata sul soft-power; aspetto che non riterrei proprio della Russia.
Tornando all’Italia, è assai difficile scrollarsi di dosso l’etichetta di “ventre molle”, ma che storicamente in più di un caso si è dimostrata veritiera. Il discorso sarebbe assai lungo, meritevole di un approfondimento (lo spero, su questa piattaforma), azzardo però un flash, come base di partenza: è la combinazione di tre fattori, un misto di ignoranza, qualunquismo e individualismo. E ciò costituisce uno strumento facilmente strumentalizzabile da terzi, anche e non solo per finalità nostrane.
Stiamo assistendo all’evoluzione di un processo “strategico” di medio periodo inaugurato almeno nel 2013, che include, oltre a canali come RT a Washington (ex Voice of Russia) e Sputnik in Europa (con una redazione a Mosca che per l’Italia era guidata nientemeno da Ilario Fiore, ex inviato RAI a Mosca, e almeno 30 redattori di lingua italiana), e le operazioni di Bannon e Nix che hanno portato alla Brexit, con valigette di banconote portate da emissari di Lukoil, ma in realtà di FSB (come testimonia nel suo libro “Il mercato del consenso “Chistopher Wylie, whistleblower pentito di Cambridge Analytica). I temi sono sempre quelli: l’Europa tiranna, il sovranismo, la guerra al green deal, le teorie no-vax, e la narrazione filorussa sull’Ucraina e piazza Maidan. In questo disegno, che allinea sullo stesso fronte Russia e BRICS, Alt-right neofascista internazionale (di cui il movimento MAGA è solo il braccio armato americano) alleata con l’oligarchia High tech occidentale, i target da distruggere sono due: 1. L’Europa, 27 paesi il cui PIL e competenza e potenzialità militari minacciano di essere le vera leadership mondiale 2. la democrazia liberale, che ha la sua culla in Europa ed è, ad oggi, l’unico vaccino a livello globale contro il controllo totale e l’autoritarismo. Interessante notare come le democrazie occidentali, governate da poteri di brevissimo periodo, invece di dotarsi di dittatori abbiano scelto – per ora, e come profetizzato da Wylie – di esercitare il controllo sociale attraverso il potere digitale, molto più pervasivo di quello politico, assumendo marginalmente il controllo di quello politico, più volatile e sostituibile di mandato in mandato. In quest’ottica Space X e Starlink sono, a mio avviso, il fenomeno più spaventoso da monitorare.
un incubo. siamo sotto minaccia mortale, ma la classe dirigente, a partire da quella politica, è del tutto inconsapevole o appare tale. Il discorso pubblico ad ogni livello, è dominato dai narratori nemici del modello liberal-democratico. Siamo dentro una bolla e non sappiamo come difenderci, non sappiano come replicare, non sappiamo come attaccare. L’Europa è ovunque sulla difensiva, barricata dietro le sue forme; dovrebbe invece muovere i suoi pezzi forti sulla grande scacchiera del confronto globale, ideale e politico. Nessuna timidezza nel rivendicare la superiorità del nostro modello, a livello culturale, politico, economico. Dismettere il politicamente corretto per guidare l’assalto dei ” caproni” rosso-bruni. Altrimenti avremo perso
L’Europa non avrà mai leadership mondiale se per svariate questioni i Paesi aderenti non trovano un accordo per dare più potere decisionale a un’entità centrale di tipo federale, che prenda decisioni immediate soprattutto in campo estero e militare senza ogni volta chiedere l’approvazione (all’unanimità poi, il modo migliore per bloccare da parte di qualche stato che guarda solo ai propri interessi immediati).
Inoltre non potrà avere leadership mondiale se per la difesa militare, l’innovazione tecnologica e digitale, gli investimenti in settori avanzati si affida ad altri attori esteri, alleati in base all’umore politico del momento e magari pure ostili.
E non sarà protagonista se lascia il campo di certe aree del pianeta ad altri attori che non si preoccupano troppo dei diritti e dell’ambiente, dove il controllo e l’estrazione di materie prime sarà vitale per ottenere energia a prezzi contenuti e fare innovazione per la crescita economica.
La verità è che gli Stati europei si sono cullati dell’idea che non ci sarebbero state più aree d’influenza economica da parte di certe superpotenze, che non ci sarebbero stati più scontri tra le stesse superpotenze e l’Europa avrebbe potuto trasmettere i propri valori e le proprie decisioni al mondo intero.
La realtà invece sta mostrando un’altra cosa ed è ora che i Paesi europei ne prendano atto se vogliono salvare e poi far evolvere il modello dell’Unione Europea.