
Oggi viviamo in un’epoca storica in cui la verità è divenuta terreno aspro di conflitti, e l’etica – individuale e collettiva – uno dei suoi campi di difesa. Tra la libertà di espressione, garantita dalle democrazie e la manipolazione sistematica dell’informazione, tipica dei regimi autoritari, si estende oggi un ampio territorio con diverse sfumature di grigio, dove la disinformazione si traveste da notizia vera e la credibilità assume il ruolo di opinione indebolita. In questo scenario, l’etica della comunicazione ed il rigore della verità non sono soltanto virtù morali, ma diventano strumenti operativi a tutela della democrazia stessa.
L’art. 3 della nostra Costituzione sancisce il principio dell’“eguaglianza di fronte alla legge” e quello dell’inviolabilità della libertà personale, che comprende la libertà di movimento, di soggiorno, di religione, di manifestazione del pensiero, e così via. In sintesi, emergono le enunciazioni della Costituzione che mirano a realizzare una “pari dignità, senza distinzioni di condizioni personali e sociali”. Questi principi etici, uniti allo spirito democratico dello Stato, rappresentano la bussola di riferimento per tutti coloro che svolgono professioni o attività al servizio del cittadino e della collettività.
Vi è poi un altro articolo della nostra Carta che merita di essere seguito, non solo formalmente, ma con intima convinzione: l’art. 54, secondo il quale tutti i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno l’obbligo di essere fedeli alla Repubblica, osservandone lealmente le leggi e assumendosi pienamente la responsabilità del proprio incarico. Il secondo comma richiede ai funzionari pubblici di agire con “disciplina e onore”: un dovere rafforzato per chi rappresenta lo Stato, cui si aggiunge l’obbligo di prestare giuramento per determinate cariche, come il Presidente della Repubblica, le Forze Armate o la Magistratura. È un sacro dovere morale e istituzionale, che costituisce la base della fiducia nelle istituzioni.
La maggior parte dei liberi professionisti in Italia non presta un giuramento formale; il loro vincolo è quello della deontologia professionale e dell’iscrizione ad un albo, salvo i casi in cui la legge lo imponga esplicitamente. Alcune professioni, in effetti, come quelle mediche o forensi, prevedono un giuramento: l’esempio più noto è il Giuramento di Ippocrate per i medici.
Ma i giornalisti giurano? No. Pur detenendo, simbolicamente, quello che viene spesso definito il “quarto potere” dello Stato. Gli iscritti all’Ordine dei Giornalisti sono peraltro tenuti al rispetto di precisi doveri etici e professionali, sanciti dalla legge n. 69/1963, che impone la ricerca della verità sostanziale dei fatti, la continenza nell’esposizione e l’interesse pubblico dell’informazione. A ciò si aggiungono i codici deontologici che disciplinano il rispetto della privacy, della dignità delle persone e della correttezza nell’informazione.
La qualità dell’informazione – e la verità storica dei fatti – varia sensibilmente a seconda del regime politico. Nei sistemi democratici, libertà di parola e trasparenza dell’informazione dovrebbero essere principi sempre garantiti; nei regimi autoritari, al contrario, vengono sistematicamente negati.
Tra i casi più eclatanti di manipolazione e distorsione dell’informazione spicca quello russo. Le attività di influenza dirette contro l’Occidente – e perfino verso la stessa popolazione russa – non sono certo una novità per il Cremlino, che utilizza da decenni la comunicazione strategica (StratCom) come strumento di potere nazionale. Dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica, all’inizio degli anni Novanta, Mosca persegue, quale obiettivo strategico primario, il recupero del prestigio imperiale perduto, utilizzando la disinformazione come arma geopolitica. Negli anni a venire, il Cremlino intravede come ulteriori obiettivi strategici la resa dell’Ucraina a Stato vassallo e non più sovrano e la destabilizzazione dell’ordine pubblico globale, regolato dal diritto internazionale.
Influenzare le comunità di etnia russa nelle ex repubbliche sovietiche e orientare i decisori politici verso posizioni favorevoli a Mosca costituiscono due pilastri della strategia russa. Tale strategia mira a impedire l’integrazione di queste repubbliche con l’Unione Europea e con la NATO.
Per Mosca (come per ogni regime totalitario o aspirante tale) non esistono fatti: la realtà è un intreccio di storytelling e controverità manipolabili, secondo le necessità contingenti; il passato è un palinsesto da scrostare, su cui poter riscrivere senza remore, alla bisogna.
La StratCom fu infatti determinante nell’operazione di annessione della Crimea nel 2014: un’azione di guerra cognitiva, peraltro non attribuibile, coordinata e sincronizzata, in cui l’uso massiccio dei social media consentì di diffondere falsità in modo capillare e in tempi rapidissimi, preparando il terreno al successivo intervento militare, ancorché poi condotto da uomini in verde, senza contrassegni.
Si tratta di un esempio emblematico di guerra ibrida, nella quale le attività di influenza diventano parte integrante dell’offensiva. I social media sono ormai vere e proprie armi, capaci di condizionare decisioni politiche, indebolire istituzioni e disorientare le opinioni pubbliche. In fondo, non c’è molta differenza tra le operazioni psicologiche condotte dai legionari romani per fiaccare il morale del nemico e l’uso contemporaneo della rete per orientare o influenzare il pensiero collettivo. Cambiano i mezzi, ma non la finalità: piegare l’avversario alla propria volontà.
Oggi, l’aggressione russa contro l’Ucraina segna un’escalation di brutalità e violenza, anche con attacchi ibridi, che includono incursioni informatiche e provocazioni militari ai confini europei. In Russia è in corso una vera e propria militarizzazione dell’economia e della società, che rappresenta una minaccia persistente per la sicurezza del continente europeo. E nell’era della digitalizzazione globale, basta un solo satellite messo fuori uso da un attacco cyber per provocare effetti a catena su intere infrastrutture terrestri. Gli attacchi informatici sono ormai routine quotidiana, e qualche domanda seria dovremmo iniziare a porcela.
Il protrarsi della guerra in Ucraina, non producendo risultati tangibili o sperati per Mosca, ha spinto ora il Cremlino a intensificare – contestualmente ad attacchi indiscriminati contro i civili, per demoralizzarli – anche la guerra cognitiva: un’infiltrazione sistematica dell’infosfera globale, dove le piattaforme social diventano canali di avvelenamento informativo. È la cosiddetta Guerra Fredda 2.0, se ne è parlato qualche giorno fa, più subdola e pericolosa perché agisce attraverso la tecnologia, Internet e l’intelligenza artificiale. L’AI generativa, capace di falsificare testi, immagini e video, rischia di mettere a repentaglio la tenuta stessa delle democrazie. Ai sabotatori virtuali non serve convincere: basta confondere, lasciando il pubblico incapace di distinguere il vero dal falso.
Ma perché, allora, correliamo etica e disinformazione? Perché cresce il timore che una parte del giornalismo nostrano – quello che dovrebbe incarnare appunto i principi di verità e responsabilità – scelga talvolta, si auspica inconsapevolmente, di rilanciare notizie non verificate, rinunciando al proprio dovere di verifica e discernimento. E non riguarda soltanto la guerra in Ucraina: la stessa dinamica si è potuta riscontrare nel conflitto mediorientale, dove il gruppo terroristico Hamas ha affinato tecniche di propaganda così efficaci da influenzare pesantemente ampie fasce dell’opinione pubblica occidentale. Una vittoria della comunicazione strategica, certo, ma ottenuta attraverso la menzogna, il sotterfugio, la violenza e la furia cieca: a che prezzo!
A ciò, purtroppo, va aggiunta anche la superficialità dei lettori. Gli utenti che leggono e poi condividono acriticamente notizie false, senza un minimo di fact checking, diventano prima spugne e poi amplificatori inconsapevoli della disinformazione, generando un’entropia fuori controllo. Il “like”, l’inoltro, la condivisione: gesti apparentemente innocui da cui scaturiscono effetti devastanti, erodendo la fiducia collettiva nella verità.
Eppure, un concreto segno di speranza c’è: una parte sempre più ampia degli italiani mostra un desiderio autentico di capire, di verificare, di sapere come stanno davvero le cose. È da qui che può ripartire l’etica dell’informazione: dalla consapevolezza che la verità non è solo un diritto, ma una responsabilità morale condivisa ed essenziale.
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