


Prima del Nobel al fratello Isaac Bashevis, era Israel Joshua il Singer più celebre. Le sue saghe familiari raccontano il costo umano della storia, le promesse dell’assimilazione e la seduzione delle ideologie. Due scritture diverse, nate dalla stessa eredità ebraica polacca, conservano i nomi, i volti e le voci di un mondo scomparso, opponendo la concretezza della vita alle astrazioni del Novecento.
C’è un fratello Singer che la storia letteraria ha quasi dimenticato, e per una ragione paradossale, perché in vita fu il più celebre dei due. Israel Joshua, maggiore di Isaac Bashevis di circa nove anni, fu per una generazione di lettori yiddish semplicemente “Singer”, prima che il Nobel del 1978 spostasse la luce sul fratello minore. È un destino che la fama riserva spesso a chi ha il torto di essere troppo chiaro, perché la posterità ama il mistero e perdona di rado la lucidità.
Leggerlo oggi accanto a Isaac significa misurare quanto la stessa infanzia, la stessa Varsavia, lo stesso padre rabbino possano produrre due scritture opposte. Israel Joshua cerca la storia, Isaac il mistero. Israel Joshua costruisce saghe familiari ancorate a ?ód?, a Varsavia, alla Berlino del primo Novecento, e le fa reggere sul peso dei fatti economici e sociali. Isaac insegue piuttosto il demone dentro la stanza.
Sono due modi di restare fedeli alla stessa eredità, e proprio il loro scarto racconta meglio di ogni biografia che cosa volesse dire nascere ebrei in quella Polonia, in un tempo in cui ogni uomo veniva invitato a scegliersi un’ideologia come si sceglie un cappotto per l’inverno, e in cui l’inverno, purtroppo, era davvero alle porte.
Krochmalna Street, due vocazioni
Nato a Bi?goraj nel 1893, Israel Joshua crebbe nella stessa casa raccontata da Isaac in In My Father’s Court, la casa di Krochmalna Street a Varsavia, dove il misticismo chassidico del padre conviveva con il razionalismo della madre, figlia di un rabbino mitnagdico.
In quella cucina c’era già, in miniatura, tutta la modernità ebraica. Da una parte il cuore che crede perché ama, dall’altra l’intelletto che dubita perché rispetta la verità, e in mezzo i figli, costretti a decidere a quale dei due genitori somigliare.
Fu lui il primo a rompere. Lasciò la formazione religiosa per farsi operaio, correttore di bozze e poi scrittore in yiddish, e fu lui, più tardi, ad aprire al fratello minore la porta del mondo letterario varsaviano e infine, nel 1935, quella dell’America. Il debito, insomma, non è soltanto letterario.
Ma la rottura di Israel Joshua non fu mai un semplice abbandono. Chi lascia la casa del padre porta la casa con sé, e ogni emancipazione conserva la grammatica di ciò da cui si emancipa. Per questo il giovane scrittore, che credeva di aver chiuso con la teologia, avrebbe passato la vita a scrutare le ideologie con l’occhio di chi ne conosce l’origine segreta, perché ogni ideologia è una teologia rimasta senza Dio e dunque priva di pudore.
La saga come forma
Il capolavoro di Israel Joshua è I fratelli Ashkenazi, uscito nel 1936 e divenuto un caso editoriale negli Stati Uniti. Il romanzo segue due fratelli dal temperamento opposto, uno spregiudicato e uno idealista, le cui sorti si intrecciano a quelle di ?ód?, la città industriale che da villaggio tessile diventa metropoli della lana e del cotone.
La famiglia, in queste pagine, non è microcosmo dell’anima ma motore della storia, e i suoi conflitti si misurano sul ritmo dei telai, degli scioperi, delle rivoluzioni che attraversano la Polonia russa tra Otto e Novecento.
Qui il lettore filosofo riconosce subito il terreno su cui il Novecento ha combattuto la sua guerra più lunga, quella sul senso del lavoro. A ?ód? il telaio è insieme promessa e condanna. Dà pane, e dunque dignità, ma trasforma l’uomo in appendice della macchina e il tempo in misura del salario.
Israel Joshua non sceglie un colpevole. Mostra che il capitalismo nascente e la rivoluzione che lo contesta nascono dalla stessa impazienza, dalla stessa fede nella possibilità di piegare il tempo alla volontà, e che il fratello spregiudicato e il fratello idealista, apparentemente nemici, sono due figli dello stesso secolo, entrambi convinti che la storia abbia un padrone e che quel padrone si possa servire oppure diventare.
Il romanzo li lascia scoprire, a prezzo altissimo, che la storia non ha padrone e che i telai continuano a battere anche quando gli uomini cadono.
Lo stesso disegno regge La famiglia Karnowski, pubblicato nel 1943 e ambientato tra Varsavia, Berlino e infine New York, dove l’ultima generazione dei Karnowski è costretta a rifugiarsi dopo l’avvento del nazismo. Tre generazioni, tre gradi di assimilazione, fino al punto in cui l’identità ebraica, diluita nella cultura tedesca, si ritrova improvvisamente nuda davanti alla persecuzione.
Il romanzo è una critica implacabile di quella che fu con ogni probabilità la più nobile delle ideologie ottocentesche, la promessa illuminista che l’uomo potesse sciogliersi dalla propria appartenenza come si estingue un debito, ottenendo in cambio la cittadinanza universale.
Israel Joshua mostra che quella promessa chiedeva un prezzo, il silenzio sul proprio nome, e che il prezzo non bastava, perché l’identità che l’individuo crede di aver dismesso gli viene riconsegnata dallo sguardo dell’altro.
È la lezione che Sartre avrebbe formulato pochi anni dopo, e che negli stessi anni Hannah Arendt esprimeva con la figura del paria cosciente, di chi rifiuta tanto l’arrivismo del parvenu quanto l’illusione di non essere guardato. Dietro la vicenda dei Karnowski corre così il tema di fondo dei suoi romanzi, la storia ebraica come ciclo che si ripete a ogni generazione anche quando il mondo intorno sembra andare avanti.
Il romanziere sociale contro il narratore del mistero
La differenza con Isaac si misura proprio qui, nel modo di trattare il tempo storico. Israel Joshua radica i suoi personaggi in un contesto economico e politico che studia con pazienza quasi documentaria, e le loro passioni restano sempre leggibili alla luce della classe, del mestiere, dell’appartenenza nazionale.
Isaac, pur muovendosi negli stessi scenari polacchi, preferisce la zona d’ombra dove il motivo storico non basta a spiegare un gesto, e lascia campo a demoni, dybbuk e tentazioni che la sociologia non raggiunge.
Si potrebbe dire, semplificando, che Israel Joshua scrive romanzi che Balzac avrebbe riconosciuto, mentre Isaac scrive racconti che avrebbero interessato Dostoevskij. Non è un giudizio di valore, è una differenza di temperamento, ed entrambi la rivendicavano.
Eppure ridurre Israel Joshua a notaio dell’epoca sarebbe un errore. Il suo realismo non è freddezza, è una forma di pietà. Chi descrive con tanta pazienza il costo umano della storia lo fa perché ha capito che le grandi parole, rivoluzione, progresso, nazione, riscatto, hanno la tendenza a dimenticare i nomi propri.
Ogni ideologia, quando si fa sistema, prende l’uomo concreto e lo trasforma in funzione di qualcosa, della classe, della razza, del mercato, del futuro, e il romanziere vero è colui che ostinatamente ricorda il volto che quella funzione ha cancellato.
È la stessa ragione per cui l’Inquisitore di Dostoevskij, che pure promette la felicità, risulta così spaventoso, e per cui Hannah Arendt avrebbe riconosciuto nell’essenza dei totalitarismi il progetto di rendere gli uomini superflui.
Israel Joshua conosceva da vicino la seduzione di quelle promesse. Come molti intellettuali yiddish del suo tempo sentì l’attrazione dell’esperimento sovietico, e i suoi reportage dall’Unione Sovietica lasciano intravedere lo sguardo di chi sperava e di chi, sulla via del ritorno, aveva già smesso di sperare. Aveva visto la liberazione degli uomini trasformarsi in amministrazione degli uomini.
In Compagno Nahman del 1938 mise alla prova il comunismo con la stessa severità con cui altrove aveva misurato il chassidismo, e con Yoshe Kalb, il romanzo del 1932 ambientato in una corte chassidica della Galizia, aveva già mostrato come la pietà, quando si irrigidisce in apparato, finisca per proteggere il potere più che la verità.
Il suo sguardo è dunque coerente nello scetticismo. Che si tratti della corte del rabbino, della fabbrica di ?ód?, del salotto berlinese o del comitato di partito, egli osserva sempre lo stesso meccanismo, l’ideale che si fa istituzione, l’istituzione che si fa interesse, l’interesse che si veste di ideale.
Isaac restò invece sempre dentro la domanda religiosa, incapace di liquidarla come ideologia tra le altre, e proprio per questo più incline a lasciarla aperta fino all’ultima pagina. Ed è qui che la distanza tra i due fratelli rivela la sua profondità.
Entrambi diffidano delle ideologie, ma per ragioni opposte. Israel Joshua diffida perché mentono sulla storia, perché promettono un ordine che la realtà smentisce. Isaac diffida perché mentono sull’anima, perché pretendono di spiegare con una causa sociale ciò che appartiene alla zona dove l’uomo è tentato, trema, prega e cade.
Il primo difende la concretezza della vita contro l’astrazione del sistema, il secondo difende il mistero contro la presunzione della spiegazione. Messi insieme, compongono il più completo atto d’accusa che la letteratura yiddish abbia levato contro il Novecento delle certezze, e lo fanno senza mai predicare, come soltanto i grandi narratori sanno fare.
Un’eredità condivisa
Israel Joshua morì a New York nel 1944, a cinquant’anni, mentre dall’altra parte dell’oceano il mondo che aveva raccontato veniva cancellato. Il suo ultimo libro, uscito dopo la morte, fu un memoriale che l’edizione inglese intitolò Of a World That Is No More, e il titolo basta da solo a dire che la letteratura era diventata per lui l’unico luogo in cui quel mondo potesse ancora abitare.
Isaac gli sopravvisse per oltre quarant’anni e arrivò dove il fratello maggiore non poté arrivare, il Nobel, la fama internazionale, la traduzione in decine di lingue. Ma il debito resta scritto nelle pagine di entrambi. Senza l’esempio di Israel Joshua, che per primo trasformò il materiale della vita ebraica polacca in letteratura capace di parlare al mondo, difficilmente Isaac avrebbe trovato così presto la propria strada.
La saga familiare e il racconto demoniaco restano, alla fine, due versioni della stessa domanda posta alla storia e al tempo, quella su che cosa resti di un mondo quando il mondo stesso scompare. Le ideologie rispondono che resta il futuro, e per quel futuro sono pronte a sacrificare il passato. Israel Joshua e Isaac rispondono altrimenti.
Resta ciò che qualcuno ha avuto la pazienza di raccontare, il volto di una famiglia, il rumore di un telaio, la voce di un padre che prega nella stanza accanto. In un secolo che ha preteso di cancellare i nomi in nome delle idee, la saga di Israel Joshua è la prova ostinata che un nome, una volta scritto, non si lascia più abolire.
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Ho letto con grande interesse il suo articolo e in particolare il richiamo ad Hannah Arendt e alla figura del paria cosciente, che mi ha fatto riflettere molto.
In un’ epoca in cui le narrazioni tendono a semplificare, il suo sguardo restituisce alla letteratura yiddish il ruolo di resistere al riduzionismo. Come Arendt, che vedeva nei totalitarismi il progetto di rendere gli uomini superflui, Singer ci ricorda che dietro ogni sistema ci sono volti e nomi che non si lasciano cancellare. Mi chiedo se oggi, in un’epoca di nuove narrazioni totalizzanti, questa lezione della saga familiare non sia ancora più urgente.
Grazie per questo contributo, che è insieme una lezione di storia e di letteratura