

Alexander Grau descrive una società che trasforma ogni questione in un giudizio morale e trova nell’indignazione una fonte di benessere. A nove anni dall’uscita, il suo saggio coglie ancora meccanismi potenti, dal kitsch morale alla diagnosi dell’avversario. Ma guerre, pandemia e cambiamenti delle élite ne mettono alla prova le tesi. Resta anche una trappola: indignarsi contro gli indignati.
Alla prima pagina Alexander Grau mi ha colto in flagrante. “Anche l’indignazione per l’indignazione è indignazione”, scrive nella prefazione, e prima di “lamentarsi e piagnucolare” sull’ipermoralizzazione della società chiede di capire come ci siamo arrivati. Qualche mese fa, scrivendo dell’ortodossia progressista, mi ero rivolto a Robert Hughes e alla sua cultura del piagnisteo. Grau avverte proprio quelli come me. Chi si lamenta del piagnisteo, piagnucola.
Filosofo e giornalista tedesco, Grau ha pubblicato il libro nel 2017, e la tesi sta nella prima riga dell’introduzione: “Viviamo nell’era dell’ipermoralità”. La morale non discende più dalla religione o dalla tradizione, si fonda da sola. “È considerato morale ciò che, sulla base di considerazioni morali, è ritenuto morale.” Un circolo, annota Grau, e per giunta autoritario, che trasforma ogni questione tecnica in una professione di fede. E la fede fa stare bene, è la “vasca del benessere” in cui l’anima moderna “sguazza allegramente”.
Il piacere – nuovo – del sottotitolo è questo.
La prima metà è la più solida. La morale, spiega Grau, esiste solo al plurale, è autoritaria per natura e ha bisogno di chi la infrange, perché “senza immoralità l’umanità si sarebbe estinta da tempo”. L’etica la razionalizza e ne fa un’ideologia, il cristianesimo le regala la promessa della vittoria finale del bene, le religioni laiche della modernità – nazione, classe, razza – portano l’Apocalisse sulla terra. Dopo quelle macerie la morale si dichiara libera da ideologie e diventa un’iperideologia, responsabile di tutto, ovunque, persino del passato. “Ormai tutti sono il mio prossimo, anche se non lo sono.”
Il passaggio decisivo è una frase, in chiusura del terzo capitolo: “Che si possa trattare semplicemente di una mania di una società postindustriale del benessere è un’idea che viene in mente a ben pochi.” Niente destino, dunque, ma una società a pancia piena. Rileggendo il primo capitolo il conto torna: il freno più potente della morale, spiega Grau, sono gli interessi economici, e la formula è quella di Brecht, “prima viene il cibo, poi la morale”. L’ipermoralità è ciò che diventa la morale quando il cibo è garantito, un bene di lusso.
Più avanti Grau cita Peter Sloterdijk: “non si può usare l’espressione ‘civiltà mondiale’ senza che ciò comporti dei costi di utilizzo”. Per Sloterdijk gonfiare le nostre sfere protettive fino a farci stare il pianeta richiede un’energia enorme, e prima o poi qualcuno paga la bolletta.
La seconda metà cerca le cause, e il tono si alza. Il capitolo più sorprendente è quello sulle Chiese, scritto con Lutero in mano: Gesù ridotto a “super assistente sociale”, la croce sostituita dalle mani tese, un uomo moderno che “non trova un Dio misericordioso, ma una società misericordiosa”. Sulla croce Cristo aveva già le braccia aperte: queste Chiese hanno tenuto le braccia e tolto la croce. È rimasto l’abbraccio, è sparita la grazia.
Grau lo dice meglio, con una formula da incorniciare: “la giustizia sociale rimpiazza la giustificazione”. Secondo lui, le Chiese contemporanee avrebbero spostato il proprio centro dalla domanda religiosa “come si salva l’uomo davanti a Dio?” alla domanda sociale “come rendiamo più giusta la società?”.
In altre parole, la salvezza trascendente viene sostituita da una redenzione mondana. Non più grazia, peccato, fede, salvezza; ma inclusione, uguaglianza, solidarietà, impegno sociale.
Poi l’individualismo, che fa della minoranza il “Santo Graal” della società dell’autorealizzazione, e un’élite che si traveste da antielitaria.
Nove anni sono un buon banco di prova. Nel 2017 Grau elencava le eresie del momento, come considerare il nucleare una tecnologia di transizione o sostenere che le rotte commerciali si difendono anche con le armi. Per quella seconda frase, nel 2010, il presidente tedesco Horst Köhler si era dimesso. Nel 2022 Bruxelles ha inserito il nucleare nella tassonomia verde proprio come attività di transizione, e nel 2024 fregate europee, tedesche e italiane comprese, sono andate nel Mar Rosso a scortare i mercantili. Nessuno si è dimesso.
In mezzo ci sono stati una pandemia, una guerra in Europa e una bolletta del gas per niente metaforica. Il cibo è tornato in discussione e, come prevede il primo capitolo, la necessità ha incrinato qualche certezza morale. Non il bisogno di indignarsi, che anzi è cresciuto. La bolletta pesa ancora, l’indignazione è gratis.
Semmai ha cambiato bersaglio, e spesso schieramento. Grau scriveva che “per la prima volta nella storia europea si sta tentando di orchestrare una rivoluzione culturale dai vertici della società”. È la tesi più forte del libro, e la meno dimostrata. Nove anni dopo i vertici sono ancora lì, hanno solo cambiato rivoluzione. Mark Zuckerberg, che nel libro è l’icona in felpa dell’élite antielitaria e progressista, nel gennaio 2025 ha annunciato la fine del fact-checking di Meta negli Stati Uniti ed è andato all’insediamento di Trump. Il contenuto è cambiato, la macchina no.
Il capitolo sui media è il più profetico e insieme il più datato. “Ci si indigna finché si è online, e finché si è online ci si indigna”, scrive Grau, ma ragiona ancora sui media in generale. Oggi il motore è l’algoritmo, e all’algoritmo non serve una morale dominante: gli basta un nemico – come ho scritto più volte su queste colonne. Anzi, ormai non deve nemmeno cercarlo. Scriviamo già in bianco e nero, frasi pronte per essere premiate, e all’algoritmo resta solo da raccoglierle. Il formato è sopravvissuto alla fede: da insieme di valori, l’ipermoralità è diventata una grammatica.
Di quel capitolo restano le pagine migliori della seconda metà, quelle sul kitsch morale, che “rende le norme adatte alle masse” come i girasoli di van Gogh sulla tazza del caffè. “L’essere buoni si dimostra con la commozione”, e “a fingere meglio è chi non si accorge nemmeno più di fingere”. Poi la frase migliore del capitolo: “L’ipermoralità dominante è quindi il tranquillante di una società nervosa”. Qui Grau descrive un meccanismo, e la teoria regge.
Altrove, e dal quinto capitolo sempre più spesso, la genealogia lascia il posto alla fisiognomica sociale. L’élite ipermoralista si riconosce dal quartiere gentrificato in cui abita lamentandosi della gentrificazione, dalla vacanza su Airbnb, dal Guardian letto “ovviamente online”. Fa sorridere, e spesso coglie nel segno, ma è un ritratto, non una teoria.
Il paradosso è che Grau usa la mossa che lui stesso smonta nel terzo capitolo, quella del moralista che l’avversario non lo confuta, lo diagnostica. “E con i pazienti non si discute, i pazienti vanno curati.” Il lessico diventa clinico, tra “illusoria megalomania”, “infantilità” e una società che vive “come in trance”.
Spiegare un’idea con le condizioni sociali e psicologiche di chi la sostiene è legittimo, ma allora non si può rimproverarlo agli altri. E non tutti gli allarmi sono manie. Nel 2017, tra le apocalissi care ai media, Grau metteva anche “una pandemia devastante”. Tre anni dopo è arrivato il Covid.
L’edizione italiana esce nella collana Altrove di Liberilibri, la stessa che pubblica Empatia suicida di Gad Saad e La grande bugia verde di Nicola Porro. Il rischio è che il libro venga usato come munizione. Sarebbe un peccato, perché è breve, tagliente e spesso giusto, e va letto come chiede l’autore, per capire e non per indignarsi. Io l’ho chiuso con una gran voglia di indignarmi contro gli indignati. Per fortuna Grau mi aveva avvertito a pagina nove.
Alexander Grau, Ipermoralità. Il nuovo piacere dell’indignazione, traduzione di Stanislao Leone, Liberilibri, Macerata 2026
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Grazie, Daniela. Come sempre, eleganti i tuoi commenti.
La distinzione tra meccanismo e ritratto è il punto a cui tengo di più.
Sulla selettività sono d’accordo, ma la vedo come l’altra faccia dell’eccesso più che come un’alternativa. Una morale che non costa niente diventa identità, e un’identità ha bisogno di un fuori. Per questo l’indignazione vede solo i peccati degli altri: chi si indigna contro la propria parte rischia di ritrovarsi fuori. L’algoritmo, che vive di nemici, fa il resto. Mi pare che Grau ci arrivi vicino quando parla di “tolleranza di parte”, quella per cui “si è aperti a tutto, tranne che a coloro che non vogliono essere aperti”.
Quanto alla coerenza, è la vecchia storia della pagliuzza e della trave. Ed è forse l’unica morale che costa ancora qualcosa, l’esatto contrario della morale dei sazi.
Premetto di non aver letto il libro di Grau e di avere difficoltà a procurarmelo, quindi il mio commento riguarda la recensione e non l’opera.
Mi ha convinto soprattutto la distinzione tra meccanismo e ritratto. L’ idea che l’ipermoralità sia ciò che la morale diventa quando il cibo è garantito mi pare feconda, perché quando la morale non costa più nulla smette di essere un vincolo e diventa identità, e l’ indignazione diventa il modo più economico di appartenere a un gruppo.
Aggiungerei però una cautela. Il problema, secondo me, non è tanto l’ eccesso di indignazione quanto la sua selettività. Una morale che condanna con zelo i peccati altrui e distoglie lo sguardo dai propri non è troppa morale, ma una morale sequestrata, ridotta a segno di appartenenza. E questa incoerenza, più del moralismo in sé, ne corrode la credibilità.
Trovo poi molto convincente il passaggio, che la recensione sviluppa, dai media all’algoritmo, secondo cui il formato sopravvive ai contenuti perché non gli serve una morale, ma gli serve un nemico.
Quanto alla trappola finale, indignarsi contro gli indignati, riconoscerla è già un buon antidoto. Forse l’ altro è la coerenza, cioè applicare a sé la severità che si riserva agli altri, e leggere, come suggerisce Grau, per capire e non per indignarsi.