
Nell’intervento che aveva scritto per il XV congresso del Partito Radicale di Firenze e che non pronuncerà mai – morirà pochi giorni prima, il 2 novembre di cinquanta anni fa – Pier Paolo Pasolini riconosceva a Pannella e ai radicali di essersi coraggiosamente compromessi con “forme alterne e subalterne di cultura dappertutto: al centro della città, e negli angoli più lontani, più morti, più infrequentabili. Non avete avuto alcun rispetto umano, nessuna falsa dignità, e non siete soggiaciuti ad alcun ricatto. Non avete avuto paura né di meretrici né di pubblicani, e neanche – ed è tutto dire – di fascisti”.
Quell’intervento, che fu il testamento involontario di Pasolini, muoveva da una posizione di totale alterità alla cultura dei diritti civili, di cui i radicali erano protagonisti, e che il “marxista che vota per il PCI, e spera molto nella nuova generazione di comunisti”, come Pasolini volle qualificarsi, denunciava come la vera capitolazione spirituale al nuovo fascismo, cioè allo sfruttamento capitalistico non più fondato solo sui rapporti di produzione, ma anche e in primo luogo sui comportamenti di consumo.
Per Pasolini i diritti civili erano una sorta di cavallo di Troia dell’omologazione antropologica degli sfruttati e di un imborghesimento, che non ne avrebbe solo debilitato la coscienza di classe, ma degradato e involgarito la grazia naturale capace di resistere, anche in forme brutali, violente o eversive, ovunque sopravvivesse un’identità irriducibile a quella consumistica.
Invece i diritti civili borghesi, anche se “marxistizzati”, dice Pasolini ai radicali, lungi dal propiziare una liberazione, possibile solo con “la prevalenza di un’altra forma di vita” determinano “l’identificazione finale tra sfruttato e sfruttatore”.
A rendere le parole di Pasolini qualcosa di diverso da quello che sarebbero sembrate, cioè un durissimo j’accuse a Pannella – “So che sto dicendo delle cose gravissime. D’altra parte era inevitabile. Se no cosa sarei venuto a fare qui?” – era proprio il riconoscimento che i radicali, da premesse culturalmente opposte a quelle pasoliniane, si opponevano evangelicamente al sacrificio di quelli che la società borghese e anche il conformismo politico di sinistra giudicavano irredimibili e indegni di salvezza (pubblicani, meretrici e… fascisti) e che invece il cristianesimo creaturale di Pasolini e la religiosità libertaria di Pannella consideravano vittime da liberare dal giogo del dominio e dal fardello della colpa.
Sarebbe bello pensare che l’interesse e la passione che la destra oggi e il mondo cattolico da più tempo nutre per la figura di Pasolini non dipenda solo della servibilità reazionaria di alcuni dei motivi più caratteristici del suo pensiero e della sua opera (la libertà sessuale come nevrosi, la legalizzazione dell’aborto come legalizzazione dell’omicidio, la difesa dei poliziotti figli del popolo, l’antifascismo come genere di consumo), ma abbia a che fare con una qualche riconoscenza per un uomo pubblico, che, alla pari di Pannella, non ha mai pensato che i fascisti dovessero essere confinati al di fuori dell’arco costituzionale umano del diritto e della rispettabilità e che la condanna del fascismo dovesse coincidere con la discriminazione, l’esclusione e la violenza nei loro confronti.
A vedere invece l’uso che di Pasolini la destra post-fascista va facendo nel cinquantenario della sua morte, c’è invece di che disperarsi. Uno dei più attivi “pasolinisti” della destra, l’onorevole Federico Mollicone, ha giustificato l’appropriazione culturale di Pasolini con una patacca storiografica di desolante squadrismo intellettuale. Pasolini, dice Mollicone, era in realtà fascista. Ed era fascista pure il fratello Guido. Insomma, veniva da una famiglia nera. Così si spiega anche la sua relazione con Ezra Pound e la sua devozione all’autore dei Cantos, nonché la sua ostilità ai canoni della cultura progressista.
Il fascismo di Pier Paolo, che era nato nel 1922, sarebbe legato alla sua discussa delazione nei confronti di un iscritto antifascista al GUF nel 1941, e alla pubblicazione tra il 1942 e il 1943 di saggi, poesie e disegni (di argomento non politico) su periodici legati agli organismi culturali del regime, in particolare “Il setaccio” e “Architrave”. Il fascismo di Guido non è chiaro dove Mollicone possa ravvisarlo, visto che morì diciannovenne nel 1945, da partigiano azionista della Brigata Osoppo, nell’eccidio di Porzus per mano dei comunisti filo-titini.
Se c’è qualcosa di irrisolto e opaco nell’identità politica di Pasolini è proprio il suo essersi iscritto al PCI nel 1947 poco dopo la morte del fratello (per esserne espulso nel 1949, quando emerse la sua omosessualità dopo uno scandalo giudiziario, a causa del quale fuggì dal Friuli con la madre verso Roma), non certo l’essere rimasto un camerata sotto mentite spoglie, travestito da comunista in trent’anni di vita politico-culturale.
Il bisogno di iscrivere Pasolini nel pantheon della destra riflette più una mancanza che una consonanza. La destra post-fascista è erede di una tradizione in cui tutti i fermenti politico-culturali del dopoguerra, che pure l’hanno attraversata, sono stati brutalmente marginalizzati o normalizzati, almeno fino al 1994, per non disturbare i manovratori di un partito più interessato alla magra rendita della continuità clerico-fascista e delle retoriche d’ordine che all’uscita da una condizione di comodissima minorità politica.
Il risultato è che gli intellettuali della destra italiana praticamente non esistono (né nell’accademia, né nell’industria culturale di massa) e la destra è obbligata a votarsi a figure tutt’altro che fasciste, ma irregolari e incompatibili con il mainstream progressista e quindi ascrivibili surrettiziamente alla genia dei figli di un dio minore di Via della Scrofa.
Pasolini non era fascista, ma la destra può dirsi conformisticamente pasoliniana, dimenticando quando negli anni ’60 e ’70, come racconta il prezioso libro “Il Parlamento contro Pasolini” https://www.agi.it/cultura/news/2025-07-28/pasolini-parlamento-ostilita-32477649/ del giornalista di Radio Radicale Lanfranco Palazzolo, il MSI presentava interrogazioni a raffica, insieme alla DC, contro lo scandaloso invertito, da cui occorreva proteggere i giovani italiani.
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