
Chi segue con attenzione la guerra in Ucraina sa che il conflitto non si combatte soltanto con missili, carri armati e droni, ma anche – e in modo sempre più sofisticato – con parole, definizioni, formule ambigue. Dall’inizio dell’invasione russa nel febbraio 2022, il Cremlino ha costruito una narrazione sistematicamente opaca, fatta di eufemismi, perifrasi e concetti volutamente elastici, pensati per mascherare le intenzioni strategiche, ridurre i costi politici dell’aggressione e preparare il terreno a future giustificazioni.
Non si tratta di un dettaglio comunicativo, né di una scelta estetica del linguaggio diplomatico. Siamo di fronte a una strategia coerente di guerra ibrida, in cui la dimensione semantica è parte integrante dello sforzo bellico. La Russia non ha mai rinunciato alla forza, ma ha sempre cercato di risignificarla, di renderla narrativamente difensiva, necessaria, persino inevitabile.
Oggi, con la proposta di una cosiddetta “zona economica libera” nel Donbas, questa logica raggiunge un nuovo livello di sofisticazione. E ciò che rende il quadro ancora più problematico è che gli Stati Uniti stanno accettando – e in parte adottando – questo lessico ambiguo, nel tentativo di chiudere rapidamente il dossier ucraino, con il rischio concreto di giocare, consapevolmente o meno, sul tavolo di Putin.
Dall’“operazione militare speciale” alle “cause profonde”: la costruzione dell’ambiguità
Il primo grande atto della guerra semantica russa è noto: l’invasione dell’Ucraina non viene mai definita guerra, ma “operazione militare speciale”. Questa formula non è un semplice escamotage propagandistico interno. Serve a sottrarre l’evento a una cornice giuridica e politica precisa, evitando le implicazioni del diritto internazionale, dello stato di guerra, della mobilitazione totale.
La “specialità” dell’operazione suggerisce eccezionalità, limitatezza, controllo. È un modo per dire: non stiamo facendo ciò che pensate. Ma è anche un modo per tenere aperto lo spazio dell’espansione futura, senza dover ammettere un’escalation formale. Se non è guerra, non può nemmeno “finire” come una guerra.
A questa prima formula si affianca presto un’altra espressione chiave: le “cause profonde” del conflitto. È una categoria apparentemente analitica, che richiama il linguaggio delle relazioni internazionali. Ma nel discorso russo diventa uno strumento di slittamento della responsabilità. Non conta più l’atto dell’invasione, bensì il contesto: NATO, Occidente, sicurezza russa, storia, identità.
Parlare di “cause profonde” significa spostare il baricentro morale e politico: la Russia non agisce, reagisce. Non invade, risponde. È una formula che prepara il terreno a un messaggio fondamentale: finché le cause profonde non saranno rimosse, la guerra è legittima. Non c’è un’aggressione da fermare, ma un sistema da correggere.
Questa ambiguità iniziale non è mai stata corretta. È stata, al contrario, raffinata e stratificata nel tempo.
C’è poi un elemento spesso rimosso dal dibattito pubblico, ma centrale per comprendere cosa Mosca intenda davvero quando parla di “cause profonde”. Queste cause, in realtà, non sono mai state chiarite in termini operativi, perché l’invocazione di NATO, accerchiamento e sicurezza è più una cornice retorica che una spiegazione strategica coerente. La NATO non stava per invadere la Russia, l’Ucraina non ospitava basi offensive occidentali e nessuna minaccia imminente giustificava un’azione preventiva di quelle dimensioni.
L’unico momento in cui Vladimir Putin ha esplicitato, con relativa chiarezza, la sua idea di “causa profonda” risale ai mesi precedenti l’invasione, nel pamphlet del luglio 2021 Sull’unità storica di russi e ucraini. In quel testo, Putin non parla di sicurezza immediata né di deterrenza, ma nega esplicitamente l’esistenza di un’identità storica, culturale e politica ucraina autonoma, descrivendo l’Ucraina come una costruzione artificiale, frutto di errori storici e decisioni politiche sbagliate dell’epoca sovietica.
Letta in questa chiave, la “causa profonda” non è l’allargamento della NATO, ma l’inaccettabilità stessa dell’Ucraina come soggetto politico sovrano. È una causa ontologica, non contingente: non riguarda ciò che l’Ucraina fa, ma ciò che l’Ucraina è. Ed è proprio questa impostazione che rende l’ambiguità semantica russa così pericolosa.
Se il problema è l’esistenza dell’Ucraina, allora nessuna formula negoziale vaga, nessuna zona cuscinetto, nessuna definizione opaca potrà mai essere sufficiente, perché il conflitto non è pensato per essere risolto, ma per essere gestito nel tempo.
In questo senso, l’uso reiterato e impreciso dell’espressione “cause profonde” non chiarisce il conflitto: lo occulta, permettendo alla Russia di adattare di volta in volta la giustificazione, senza mai esplicitare fino in fondo l’obiettivo politico reale. Ed è proprio questa ambiguità originaria che continua oggi, mutatis mutandis, nella proposta della “zona economica libera”: un lessico apparentemente tecnico che evita di nominare il nodo centrale, cioè chi ha diritto di esistere come Stato e a quali condizioni.
Ambiguità territoriale e militare: “zone”, “cuscinetti” e forze che non sono eserciti
La fase attuale dei negoziati mostra come la guerra semantica sia entrata nel cuore stesso delle proposte diplomatiche. La cosiddetta “zona economica libera” nel Donbas ne è l’esempio più evidente.
Formalmente, l’idea appare come un compromesso: non annessione, non cessione, ma una zona neutra, smilitarizzata, economicamente speciale. Nella sostanza, però, siamo di fronte a una costruzione linguistica altamente ingannevole.
Primo: la definizione di “zona”. Non è chiaro dove inizi e dove finisca, per quanti chilometri si estenda, con quali confini operativi. L’indeterminatezza spaziale è una risorsa strategica: più il perimetro è vago, più è manipolabile.
Secondo: l’uso alternato delle espressioni “zona economica” e “zona smilitarizzata”. Mosca privilegia quest’ultima, perché suggerisce un ritiro reciproco delle forze. Ma nella proposta concreta, il ritiro immediato e verificabile è richiesto solo all’Ucraina, mentre alla Russia viene chiesto un impegno politico non verificabile.
Terzo, e soprattutto: chi controlla la sicurezza della zona. Qui entra in gioco la Rosgvardija, la Guardia nazionale russa. Formalmente non è l’esercito. Semanticamente, è presentata come forza di ordine interno. Ma operativamente è una forza armata a tutti gli effetti, con capacità di combattimento, già impiegata in Ucraina nelle fasi più dure dell’invasione.
Questo è il cuore del problema: soldati che non vengono chiamati soldati, occupazione che non viene chiamata occupazione, controllo militare che viene mascherato da stabilizzazione. È una tattica di mimetizzazione semantica, perfettamente coerente con la dottrina russa della guerra ibrida.
Non è un caso che nei corridoi europei si parli di “cavallo di Troia”. Perché una zona “neutra” presidiata da forze russe, anche se sotto altra etichetta, crea le condizioni ideali per future escalation, false flag, pressioni graduali.
Gli Stati Uniti sono ambigui quanto la Russia
L’elemento più delicato, oggi, non è soltanto la strategia russa. È il fatto che Washington stia accettando questo campo semantico, nel tentativo di ottenere un risultato rapido. La fretta di “chiudere il dossier” ucraino produce un effetto collaterale pericoloso: normalizza l’ambiguità russa.
Quando una proposta americana utilizza concetti vaghi, evita definizioni rigide, rinvia le garanzie di sicurezza, sta di fatto legittimando la logica russa del non detto. Non perché gli Stati Uniti condividano l’obiettivo di Mosca, ma perché stanno sacrificando la chiarezza strategica sull’altare della soluzione immediata.
Questo è un errore classico nelle negoziazioni asimmetriche: l’attore che vuole chiudere in fretta accetta il lessico dell’attore che vuole guadagnare tempo. E la Russia, storicamente, utilizza i negoziati non per risolvere i conflitti, ma per congelarli, riformularli, riprenderli da una posizione migliore.
Accettare una “zona economica libera” senza definizione giuridica, militare e temporale significa ripetere lo schema di Minsk, ma in una forma ancora più sofisticata. Con una differenza cruciale: oggi Mosca ha più esperienza, più precedenti e una narrativa già pronta per giustificare ogni violazione futura.
Se non è chiara, non è pace
La guerra in Ucraina dimostra una lezione che le relazioni internazionali conoscono bene ma spesso dimenticano: non esistono accordi neutrali in un contesto di ambiguità strategica. Le parole non sono un contorno della diplomazia, sono una delle sue infrastrutture fondamentali.
La Russia ha condotto, fin dal febbraio 2022, una guerra semantica coerente, progettata per confondere, diluire le responsabilità, creare zone grigie di interpretazione. Dall’“operazione militare speciale” alla “zona economica libera”, il filo è lo stesso: nascondere la forza dietro il linguaggio.
Il rischio, oggi, è che nel tentativo di accelerare una soluzione, gli Stati Uniti finiscano per istituzionalizzare questa ambiguità, trasformandola in architettura negoziale. Ma una pace costruita su parole opache non è una pace: è una sospensione instabile, pronta a essere rotta da chi ha già dimostrato di saper usare il linguaggio come arma.
Se esiste una condizione minima per qualsiasi processo di stabilizzazione, non è la buona volontà né la fretta. È la chiarezza semantica. Perché in un conflitto come questo, ciò che non viene definito oggi sarà occupato domani.
Se ti è piaciuto o se non ti è piaciuto questo articolo, scrivilo nei commenti.

InOltre è completamente gratuito ed è il frutto della competenza e della passione di molte persone che lavorano senza fini di lucro. Se desideri contribuire con un piccolo supporto, puoi farlo effettuando un bonifico come di seguito specificato oppure cliccando sui pulsanti che vedi, scegliendo l’opzione che più preferisci. Le donazioni verranno utilizzate per i costi di mantenimento del sito e per altre attività editoriali.
Grazie per il vostro supporto!
Bonifico bancario intestato a Inoltre Ente del Terzo Settore con Causale: donazione/erogazione liberale a favore di Inoltre ETS.
Codice Iban: IT55A0306909606100000404908



Scopri di più da InOltre
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.
