
Per Viktor Orbán è un momento nero, forse il più complicato da quando è al potere. A Bruxelles il premier ungherese è stato di fatto scavalcato: l’Unione europea ha imparato a decidere anche senza di lui, riducendo al minimo il peso dei suoi veti e rendendolo sempre meno utile anche come cavallo di Troia di Putin dentro l’Ue. In patria, intanto, la tensione è esplosa.
Sabato 13 dicembre più di 50 mila ungheresi sono scesi in piazza a Budapest chiedendo le sue dimissioni, dopo la scoperta di abusi diffusi nelle carceri minorili. A guidare la protesta è stato Péter Magyar, leader del partito Tisza – oggi in testa nei sondaggi in vista delle elezioni di aprile – che ha trasformato lo scandalo in una sfida politica. Non una fiammata passeggera, ma una delle mobilitazioni più grandi degli ultimi quindici anni, che ha colpito al cuore la narrazione di Orbán come leader intoccabile e padrone assoluto del sistema.
La scintilla è stata data da alcuni video apparsi online che mostrano operatori dell’istituto di correzione minorile di via Szolo, a Budapest, mentre picchiano i ragazzi affidati alle loro cure. L’ex direttore della struttura, ora in custodia cautelare, è accusato di aver gestito una rete di prostituzione e di aver sottoposto i minori a violenze fisiche e sessuali. Al momento gli arresti sono sette in totale, quattro dei quali membri dello staff. Ma al di là dei numeri, il caso ha aperto una falla enorme nella retorica del governo: uno Stato che si proclama difensore dei “valori tradizionali” e della famiglia si ritrova travolto da uno scandalo che coinvolge proprio le istituzioni pubbliche incaricate di proteggere i più vulnerabili.
E il problema, come è emerso, non si limita a un singolo istituto. Venerdì 12 dicembre Péter Magyar ha tirato fuori un rapporto governativo del 2021, finora rimasto nel cassetto, che racconta una realtà sistemica. Secondo quel documento, oltre il 20 per cento dei minori ospitati nelle strutture statali ungheresi avrebbe subito forme di abuso. I casi sospetti censiti erano circa 3.000, con oltre 320 minori vittime di violenze sessuali e 77 sottoposti ad abusi gravi. Ancora più inquietante è ciò che annotavano gli stessi operatori: indagini archiviate dalla polizia e dalla procura. Un meccanismo che, agli occhi di molti manifestanti, non parla di singole responsabilità, bensì di una copertura sistematica.
Ma perché questo scandalo colpisce così da vicino Orbán e perché viene ritenuto direttamente responsabile? Perché il caso di via Szolo mette a nudo un fallimento che nasce nel sistema di gestione civile voluto dal suo governo. Il centro era formalmente sotto il controllo della Direzione per la protezione sociale e dell’infanzia, incardinata nel ministero dell’Interno. Un modello che Orbán ha sempre difeso come prova di uno Stato “attento ai valori”, distinto dal carcere e formalmente orientato alla tutela dei minori. È proprio questo impianto ad essersi rivelato disastroso: per anni la struttura ha operato senza controlli indipendenti, senza trasparenza sui bilanci, con personale sottopagato e poco formato, mentre le segnalazioni di violenze venivano insabbiate.
La reazione del governo rende la responsabilità di Orbán ancora più evidente. Invece di ammettere il fallimento della gestione e introdurre controlli esterni, l’esecutivo ha scelto di trasferire i centri di detenzione minorile sotto il controllo diretto della polizia e del sistema carcerario. Non una riforma del welfare, ma un’espansione dell’autorità coercitiva dello Stato. È qui che lo scandalo smette di essere “solo” un caso di abusi e diventa politico: Orbán risponde a un collasso del controllo civile con più polizia (la stessa che ha insabbiato gli abusi), più centralizzazione, meno trasparenza. Una scelta coerente con quindici anni di accentramento del potere, contro il quale cresce il malcontento della popolazione.
Già nel 2024 l’Ungheria aveva vissuto uno shock, con le dimissioni della presidente Katalin Novák e della ministra della Giustizia Judit Varga, a seguito dell’indignazione suscitata dalla grazia concessa a un uomo condannato per aver coperto abusi sessuali su minori in un orfanotrofio statale. Fu uno dei momenti di reale difficoltà per Viktor Orbán, al potere da quindici anni senza scosse significative. Oggi quello scandalo torna come un’ombra lunga: per l’opposizione e per una parte crescente dell’opinione pubblica, il caso di via Szolo non è una deviazione, ma la conferma di un sistema che ha fallito più volte sulla stessa linea di faglia — la protezione dei più vulnerabili — e che continua a chiamare “incidenti” ciò che appare sempre più come un problema strutturale.
Dal palco, Péter Magyar ha collegato lo scandalo a quello del 2024: «Ventidue mesi fa il Paese ha posto una domanda allo Stato ungherese: è capace di cambiare e migliorare la vita dei minori o resterà complice di chi li abusa?». Orbán ha condannato pubblicamente le violenze emerse nei video, sostenendo però che il fatto stesso che i casi siano venuti alla luce dimostrerebbe il buon funzionamento del sistema di protezione dell’infanzia. Una linea difensiva controversa, rafforzata da un altro argomento altrettanto controverso: esponenti del governo hanno infatti insistito che i minori coinvolti erano lì per reati o gravi condotte. Una narrazione che, per molti manifestanti, suona come un tentativo di trasferire l’attenzione dalle responsabilità dello Stato alle colpe delle vittime, giustificando di fatto gli abusi o sminuendone l’entità.
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Mi auguro che a seguire il suo “tramonto” lo seguano i molti altri leader – termine improprio – dalle caratteristiche analoghe e variamente ubicati nel mondo