

A quattro anni dall’invasione russa, questo Speciale raccoglie analisi, testimonianze e riflessioni su una guerra che ha cambiato l’Europa e messo alla prova l’Occidente. Non solo cronaca di distruzione e resistenza, ma interrogativo politico sul futuro dell’ordine europeo, sui limiti della prudenza e sulla responsabilità delle scelte. Perché l’Ucraina non è un fronte lontano: è il banco di prova della nostra idea di libertà.
A quattro anni dal 24 febbraio 2022, data che ha segnato l’inizio dell’invasione su larga scala dell’Ucraina da parte della Federazione Russa, il tempo della cronaca lascia il posto alla memoria delle città devastate, delle fosse comuni, delle infrastrutture colpite sistematicamente, ma anche a una riflessione più fredda, più complessivamente geopolitica, su ciò che è accaduto e su ciò che sarebbe potuto accadere se gli alleati dell’Ucraina avessero preso decisioni diverse in tempi diversi.
I nomi di Bucha e Mariupol sono entrati nella storia europea contemporanea come simboli di una guerra che ha massacrato civili con una brutalità criminale. A Bucha, dopo il ritiro delle truppe russe, le immagini delle persone uccise lungo le strade hanno segnato uno spartiacque morale.
A Mariupol, il bombardamento del teatro che ospitava sfollati ha mostrato come la guerra fosse ormai penetrata nel cuore delle città, trasformando edifici civili in bersagli di una strategia di pressione totale. Nel corso dei mesi, gli attacchi contro la rete energetica e contro infrastrutture essenziali hanno confermato una logica che andava ben oltre la sola conquista territoriale ed era volta a logorare la popolazione per indurre l’Ucraina alla resa.
Di fronte a questa escalation, Volodymyr Zelensky ha chiesto con insistenza ai partner occidentali sistemi di difesa aerea più avanzati, artiglieria pesante, missili a lungo raggio e, soprattutto, la libertà di impiegarli secondo valutazioni militari ucraine. Gli aiuti sono arrivati, spesso in quantità rilevanti, ma quasi sempre dopo lunghi dibattiti interni alle capitali occidentali e con vincoli precisi sul loro utilizzo. Per mesi, Washington e altri governi hanno vietato l’impiego delle armi fornite contro obiettivi situati in territorio russo, temendo un’escalation diretta tra la NATO e Mosca.
Sin dai primi mesi del 2022, Kyiv ha chiesto la creazione di una no-fly zone sopra il territorio ucraino: richiesta respinta dagli Stati Uniti e dagli alleati NATO per il rischio di uno scontro diretto con la Russia. Nella primavera e nell’estate dello stesso anno, Zelensky ha sollecitato l’invio di sistemi missilistici a lungo raggio con la possibilità di colpire basi e depositi oltre confine: Washington fornì inizialmente HIMARS, ma con munizionamento limitato e imponendone il divieto di impiego contro obiettivi dislocati in profondità sul territorio russo.
Nel 2023, la richiesta di missili ATACMS a pieno raggio rimase a lungo inevasa e, quando arrivò, fu accompagnata anche in questo caso da restrizioni operative. Anche la consegna di carri armati occidentali e, successivamente, di aerei da combattimento F-16 fu preceduta da mesi di esitazioni e resistenze politiche.
Più volte Zelensky ha insistito sulla necessità di colpire in profondità le infrastrutture militari russe da cui partivano attacchi contro le città ucraine, ma per lungo tempo la linea occidentale è stata quella di consentire la difesa senza autorizzare l’offensiva oltre confine. Queste richieste urgenti, seguite da negoziati prolungati e poi da concessioni parziali o tardive, si sono ripetute più volte, incidendo non solo sulle capacità militari immediate, ma sulla percezione strategica complessiva del conflitto.
Il punto più delicato di questa vicenda si colloca negli ultimi mesi della presidenza di Joe Biden. A ridosso della fine del suo mandato, Biden autorizzò l’uso di sistemi a lungo raggio forniti dagli Stati Uniti contro obiettivi militari oltre la linea del fronte. Era una decisione che Kyiv chiedeva da tempo. Non si trattava soltanto di usare delle armi in modo più efficace, ma di sciogliere un nodo politico: rendere colpibili depositi logistici, basi aeree e centri di comando da cui partivano bombardamenti e attacchi che, con droni e missili, hanno scandito la guerra contro le città e contro l’economia civile ucraina.
Quella scelta ebbe un valore operativo e simbolico. Operativo, perché apriva la strada a una guerra più profonda, in cui le retrovie russe non erano più intoccabili. Simbolico, perché incrinava il principio non scritto secondo cui l’Occidente avrebbe aiutato l’Ucraina soltanto finché la guerra restava “contenuta” entro confini tacitamente accettati.
Ma arrivò relativamente tardi, quando il conflitto aveva già attraversato passaggi decisivi e quando l’esercito russo aveva avuto tempo di conquistare circa un quinto del territorio ucraino, di deportare parte della sua popolazione e poi di rafforzare le proprie difese e riorganizzare l’apparato industriale nelle zone occupate. Arrivò relativamente tardi perché sarebbe potuto arrivare due anni prima, e due anni trascorsi potendo colpire le retrovie e i rifornimenti russi avrebbero inciso sullo scenario complessivo in modo rilevante, anche se non è dato sapere esattamente quanto.
Con l’arrivo alla Casa Bianca di Donald Trump, la linea americana ha poi conosciuto ben altre oscillazioni. Sono state introdotte restrizioni e procedure più stringenti sull’uso di armi a lungo raggio di origine statunitense, con richieste di autorizzazioni specifiche e limitazioni operative che hanno ridotto la libertà d’azione di Kyiv, e la postura generale di Washington ha assunto ben presto la fisionomia di una neutralità favorevole a Mosca.
E proprio questo nuovo posizionamento statunitense verso il conflitto conferma retrospettivamente quanto la “finestra” aperta a fine mandato da Biden fosse un’opportunità strategica di rilievo, anche perché, se non lo fosse stata, non avrebbe avuto bisogno di essere subito richiusa da Trump.
Qui si può individuare il nodo politico più duro da far digerire a chiunque sia davvero solidale con la resistenza dell’Ucraina e del suo popolo, che sta combattendo, oltre che per difendere la propria libertà, anche per quella futura di tutti gli altri popoli europei: non basta fornire armi, bisogna decidere che cosa si vuole che quelle armi rendano possibile.
Se l’obiettivo è impedire che l’aggressore trasformi la profondità logistica in un santuario inviolabile, allora il divieto di colpire oltre confine non è una forma di prudenza, ma una scelta che regala all’avversario tempo e spazio. E in ogni guerra il tempo e lo spazio sono da sempre variabili determinanti.
La storia ci offre a riguardo analogie meno lontane di quanto si creda. Il problema dell’assistenza “a rate” non è nuovo: è un classico delle guerre in cui una potenza sostiene un alleato senza voler apparire cobelligerante. Nelle crisi della Guerra fredda, il sostegno era spesso calibrato per non superare soglie percepite come provocatorie; in diversi casi, questa cautela ha avuto un effetto paradossale, prolungando i conflitti e ampliandone il costo umano.
Anche nei Balcani degli anni Novanta la dialettica fra escalation e contenimento, fra capacità sul campo e vincoli politici, mostrò quanto spesso le coalizioni democratiche paghino un prezzo quando tentano di gestire simultaneamente la guerra reale e la guerra delle soglie psicologiche. La lezione generale è brutale ma semplice: quando l’alleato riceve mezzi con margini d’impiego inadeguati, la strategia diventa meno efficace e il conflitto si trascina per un tempo più lungo di quanto sarebbe comunque inevitabile.
La specificità della situazione in Ucraina dipende dal fatto che concedere la possibilità di usare delle armi nel modo più opportuno non costa un dollaro in più e tuttavia costituisce una differenza enorme, perché concerne il cuore della deterrenza, che non consiste nel possedere un’arma, ma nel far capire che la si può usare nel modo più efficace.
Se infatti il Paese invasore sa in anticipo che certe aree del suo territorio sono off-limits per ragioni politiche, può costruire la propria architettura militare attorno a quei limiti.
Non sapremo mai con certezza quanto un’anticipazione delle forniture e una maggiore libertà operativa avrebbero abbreviato il conflitto o salvato vite umane, ma è plausibile sostenere che il ritardo nel concedere capacità militari e autorizzazioni coerenti abbia contribuito a prolungare una fase di stallo favorevole alla parte dotata di maggiori risorse demografiche, energetiche e industriali.
E soprattutto è difficile negare il fatto politico essenziale: l’Occidente ha spesso scelto di ridurre il rischio di escalation a breve termine accettando un rischio diverso e meno visibile, quello di una guerra più lunga, in cui la compattezza dell’Europa e della NATO non potevano essere date per scontate, specialmente alla luce di quanto Donald Trump aveva già più volte lasciato intendere e della probabilità che potesse tornare alla Casa Bianca.
La memoria dell’anniversario, allora, non è soltanto il dovere di ricordare le stragi e le distruzioni. Non è solo un’occasione per non dimenticare i molti infami crimini del dittatore del Cremlino e la pericolosità della sua guerra ibrida verso ogni società democratica, accresciuta dai molti complici che ha potuto trovare nei Paesi occidentali. È anche il momento di guardare in faccia una responsabilità più sottile: la responsabilità delle decisioni prese con cautela, talvolta troppo tardi, talvolta in modo reversibile.
In geopolitica la prudenza è una virtù, ma quando diventa esitazione strutturale smette di contenere la guerra e finisce per amministrarla e prolungarla. E quando un popolo è ogni giorno, per quattro anni, sotto le bombe e i missili di un nemico che non esita a colpire i civili, quella prudenza potrà essere un giorno, a guerra finita, legittimamente interpretata dai familiari e dagli amici delle vittime, dai molti feriti sopravvissuti e più in generale da tutto il popolo che è stato vittima di un’aggressione, come una decisione strategica che, pur essendo comprensibile, ha avuto un costo umano troppo alto.
Inoltre, se si considera che alcuni dei rifiuti iniziali a poter usare in modo più efficace le armi fornite si sono poi trasformati in concessioni, senza che nulla di quanto era paventato succedesse, si comprende che era possibile fare scelte più coraggiose, in grado di provocare meno vittime e di conseguire sul campo una situazione molto più favorevole all’Ucraina.
Per questo, tra ciò che questa guerra ha insegnato e che nel quarto anniversario dell’inizio dell’invasione bisognerebbe ricordare, ci sono anche le decine di civili che hanno perso la vita ogni giorno per le esitazioni e le incertezze degli alleati occidentali dell’Ucraina e degli Stati Uniti in particolare.
Amministrare una guerra è infatti spesso il modo più costoso di “non perderla” senza davvero vincerla, e di non perderla al prezzo di migliaia di morti in più di quanti se ne sarebbero comunque subiti.
Si è evitato in questo modo il rischio di una terza guerra mondiale? Difficile dirlo, anche perché, se un rischio c’era, esso è ancora lì, intatto, e potrebbe essere scongiurato solo da una sconfitta della Russia, da un suo ritorno ai confini antecedenti al 24 febbraio 2022, o almeno da una pace veramente giusta, controfirmata con convinzione da Zelensky con il sostegno del popolo ucraino.

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Purtroppo è proprio così. La situazione è quella che descrivi, ma siccome si conoscevano grosso modo le intenzioni di Trump sarebbe stato molto meglio lasciare l’Ucraina sul campo in una situazione più vantaggiosa, e siccome era possibile è grave non averlo fatto.
La cosa assurda è che, per fortuna, la guerra vera, quella feroce espressione della bestialità umana ha coinvolto un paese di LEONI. Mi dispiace dirlo ma la NATO; che non è un esercito ma l’espressione di trattato politico, un’alleanza militare intergovernativa; non credo sarebbe stata capace di reagire rapidamente. Troppo esitante e tremebondo è stato il binomio UE – USA, con la cacca nei pantaloni a ciucciarsi il dito!!! Questo dimostra la mancata conoscenza del nemico, causata principalmente dall’incapacità di riconoscerlo tale, situazione che ha creato lo stallo sul campo impedendo all’esercito ucraino di combattere con tutte le risorse.
Sono sicuro che molti ucraini masticano amaro, e ne hanno tutte le ragioni!!
Se inizi a preoccuparti a come potrebbe rispondere il nemico anche brutalmente – è nella norma considerarlo – allora stai già dando ad esso un vantaggio e un indizio di come non potrai vincere la guerra.
In tutto ciò si è inserito una attore purtroppo determinante, il cui operato, fini personali inclusi – materiali o meno, confessabili o meno, evidenti o meno – incrementa giorno dopo giorno il terribile sospetto di una collusione con Putin: Trump. Non trovano altrimenti spiegazione le sue tergiversazioni continue, l’estenuante prendere tempo, equivalente al concedere tempo al compare russo (vedi anche ultima astensione americana all’ONU), l’evidenza di una sua posizione di fatto filo-russa (l’Ucraina deve cedere il Donbas), l’assenza totale di ogni scrupolo di coscienza dinanzi ad un dittatore, i cui militari si accaniscono contro i civili perché apertamente incapaci di vincere militarmente; militari così spietati da accanirsi anche contro i propri soldati quando si rifiutano di obbedire o combattere. La guerra è una bruttissima cosa, sempre, ma adesso stiamo assistendo ad un orrore globale, al quale i due “potenti” del mondo assistono e decidono come se si trattasse di una happening da Colosseo ai tempi di Roma. Terribile, ma anche inaccettabile, ecco perché non bisogna più indugiare nel fornire aiuti “concreti” all’Ucraina. E ancor meno accettabili, sotto ogni punto di vista i nostrani “pacifisti” e tuttologi da salotto intellettual-chic, specie quelli “colti” che perseverano nell’invocare solo a parole una pace giusta e duratura. Ma sulla pelle di chi?.