

A quattro anni dall’invasione russa, questo Speciale raccoglie analisi, testimonianze e riflessioni su una guerra che ha cambiato l’Europa e messo alla prova l’Occidente. Non solo cronaca di distruzione e resistenza, ma interrogativo politico sul futuro dell’ordine europeo, sui limiti della prudenza e sulla responsabilità delle scelte. Perché l’Ucraina non è un fronte lontano: è il banco di prova della nostra idea di libertà.
L’Ucraina è lontana dall’Italia, lontanissima, Space X, spazi interplanetari, interstellari, galattici. Lo sanno tutti quanti che per arrivare a Kyiv bisogna uscire dal sistema solare. Dico bene? Lontana come quelle cugine di secondo grado che vivono in Canada. So che esistono, mi dispiace per loro quando nevica troppo e si scende a 20° sotto zero, ma non è che posso farci qualcosa e poi, diciamocelo, la neve è pure romantica. Di cosa possono mai lamentarsi?
Nel grande cuore italiano l’Ucraina è diventata un problema geografico prima ancora che politico: è “laggiù”, “lassù”, “da quelle parti” “a est”, “non ci riguarda”. Un avverbio, più che un paese. Una direzione varia ed eventuale, una coordinata stanca. Già, perché siamo stanchi, noi Italiani siamo stanchi, affaticati, sudati, provati, disidratati, esausti.
Stanchi di sentire parlar di guerra, mitragliere, cannoniere, droni, sifoni, bulloni, missili, missilesse a corto, medio e lungo raggio. Stanchi di mappe con frecce rosse, gialle e blu.
Stanchi di esperti come Lucio (non Battisti) che spiegano il Donbass come se fosse a due passi tra Frosinone e Viterbo. L’Ucraina ormai è assimilabile al meteo di novembre: sempre deprimente, sempre grigio, sempre uguale, sempre nebbia, sempre violenza animale, palazzine sventrate e basta dai che sta arrivando la primavera, meglio dimenticare e stare allegri: pane, vino e mandolino. Possiamo cambiare canale?
A proposito è iniziato Sanremo con Laura e ho pianto lacrime con il ricordo di Pippo che non c’è più. Smettiamola con le decine di migliaia di bambini deportati o con i droni impegnati a perforare le camerette altrui nel cuore della notte gelida. Lasciatemi cantare con la chitarra in mano, lasciatemi cantare una canzone piano piano, lasciatemi cantare perché ne sono fiero, sono un Italiano, un Italiano vero.
Poi c’è il capitolo soldi. Quattrini agli Ucraini che poi si fanno i cessi d’oro? Risorse finanziarie spese in cannoni? No. Vogliamo ospedali, pensioni, scuole, fornai, calciatori e bonus, ma basta armi e bagagli! È un riflesso condizionato, un mantra di pace e fratellanza progressista, pacificante e pacifista, rilassante, diuretico, analgesico e consolante. Ogni volta che si pronuncia la parola “armi”, automaticamente si allungano le liste d’attesa nel pronto soccorso di Voghera e si rompe lo sciacquone in una scuola di Pontremoli.
Naturalmente è un ragionamento limpido: se non mandiamo munizioni a Kyiv domani mattina appariranno magicamente dieci infermiere in più a Pordenone e un primario Cosenza. È la teoria dei vasi comunicanti morali, meno HIMARS = più anticoagulanti, proteine e vitamine. Funziona così son sicurissimo e mi sento proprio un uomo buono dopo averlo scritto. Cosa vuoi mai dar quattrini a “un popolo di camerieri, badanti e amanti”?
Diciamolo Putin non arriverà mai qui, fin qui da noi dove si coltivano pomodori, lamponi e limoni. Basta carri armati parliamo dei carri allegorici del carnevale di Viareggio? Bellissime le figure di cartapesta e i colori meravigliosi. Poi con il traffico di camion che c’è sulla A1, le rotonde ingorgate, le tangenziali intasate e gli autovelox impestati, Putin sicuramente non verrà. Facciamoci gli affari nostri e lui si farà gli affari suoi, vivi e lascia vivere, pace e amore per tutti, mettete dei fiori nei vostri cannoni e ricordiamoci che la letteratura russa è importante! Franza o Spagna purché se magna.
Vladimiro è atterrato comunque nella patria di mare, sole e ammore, con i talk show allagati di insalata russa, con esperti in doppiogioco, saltimbanchi, castori, quasi ambasciatrici e cavallerizze con i piedi in due staffe. Lo zar de noaltri è sbarcato nei dibattiti serali, nei ragionamenti farlocchi degli studiosi di geopolitica, profeti al contrario incapaci di azzeccarne mezza e nel misfatto quotidiano di chi annuncia da quattro anni la sconfitta ucraina, per ora mai arrivata.
È un’invasione a banda larga, una conquista in fibra ottica e telegram, una politik tok per tutti, accompagnata da vodka con ghiaccio, dove ogni fatto è quasi vero. Diciamolo la NATO abbaiava ai confini della Russia: bau, bau, la rogna se la son cercata. Non serve il cingolato quando hai il prime time e distribuisci milioni di euro ritirati dall’ambasciata russa in contanti: niente fattura. Del resto il tagliando bisogna pur farlo e l’olio per far girare il motore della sudditanza va curato ogni 25.000 km. Combustibile del veicolo è ovviamente il gas russo.
E poi c’è lui, Zelensky, “l’uomo morto lo sanno tutti” come dice Annunziata Lucia la stimata e simpaticissima europarlamentare progressista. Zelensky che chiede, chiede, sempre chiede e il magnanimo e acuto sovranista Salvini Matteo sbotta: “dopo tutti i soldi, gli sforzi e gli aiuti, Zelensky ha pure il coraggio di lamentarsi”. Umano, troppo umano.
Aiuti, sostegno finanziario, armi, solidarietà e non si mette nemmeno una giacca come si deve, uomo senza stile. Niente cravatta, niente pochette. In maglietta come un guitto. Guerra e maglietta, ma che vuole? Ma come si fa? Ci vuole un briciolo di rispetto. Ci scommetto non sa nemmeno giocare a tennis. Un affronto al dress code occidentale. Passi l’essere invasi e ammazzati come cani, ma imperdonabile l’assenza di giacca, cravatta e pochette.
Però la domanda più semplice, la più sussurrata, la più ragionevole, la più sacra e santa la vogliamo fare? ma perché gli Ucraini non hanno il coraggio della bandiera bianca? Non vogliono la pace? Ma guarda che pazienza ci vuole, per non dire della blasfemia! Certo sono stati assaliti, certo le città bombardate, cancellate, sbriciolate, i civili morti ammazzati, torturati, violentati, smembrati, tutto molto spiacevole. Ma adesso smettiamola, no? È ora di finirla. La guerra stanca, soprattutto chi la guarda da lontano. Più si è lontani più ci si stanca e noi Italiani siamo lontani anni luce e quindi stanchissimi.
La pace è sempre bella, senza libertà è poi un vero bjoux, un dono del destino. Bianca come la bandiera, bianca come una resa ben stirata, come le lenzuola che sanno di bucato. In fondo è semplice: si smette di combattere e si torna a vivere da schiavi, cosa non hanno capito questi Ucraini? Cosa vogliono?
La pace è necessaria perché quando c’è la pace chi entra in casa vostra mitragliando la porta d’ingresso poi si accomoderà sul divano con gentilezza, ma prima per educazione si pulirà accuratamente le scarpe sporche di sangue e fango sullo zerbino, per non rovinare il pavimento del soggiorno.
Si dia spazio alla diplomazia, magnifica, morbida, rotonda, sensuale direi. La diplomazia è un dessert vizioso e delizioso. Diplomazia al limone, al pistacchio o al cioccolato? Diplomazia flambé! E chi lo dice mai che la diplomazia funzioni solo in due? E se uno al tavolo arriva con il menù e l’altro con un coltello da assassino per aprirti in due, il rischio è ordinare la resa come antipasto e il resto macelleria, ma bisogna saper rischiare! Tanto rischiano loro.
L’Ucraina si allontana lontana, meglio se nascosta dai palinsesti, perché è più comodo così. Stasera Sanremo! Tutto il resto è parte di un problema che non ci riguarda e nemmeno si guarda. Chi presenta quest’anno? Bruno Conti? Ah no, lui era l’ala destra della Roma.
La guerra in Ucraina è un fastidio fastidioso, peggio di una dermatite, una notizia reiterata, un conflitto che interrompe la programmazione e la digestione, impressiona i nostri bambini, disturba la ricezione e aumenta la preoccupazione. Ma le guerre di Vladimiro hanno una cattiva abitudine purtroppo: non stanno mai dove le metti. Nemmeno dietro l’armadio della camera da letto, sotto al materasso o in uno scatolone chiuso in garage e legato con lo spago. Tornano, tornano e ritornano, lo sanno bene gli Ucraini.

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Applausi calorosi per il suo sarcasmo che condivido: un colpo chirurgico, con la precisione di un drone (ma di quelli discreti, che non rovinano la kermesse di Sanremo). La geografia emotiva è affascinante. L’Ucraina? “Troppo lontana” per giustificare l’impegno di una cravatta, come direbbe lei, ma “troppo vicina” per non guastare l’appetito durante Sanremo. Il paradosso è servito: c’è chi cade in narcolessia se sente nominare Kyiv, ma ritrova uno scatto da centometrista per correre in piazza a difendere il dittatore Maduro. Per l’opinione pubblica italiana, la democrazia sotto casa è un banale bisticcio condominiale; la dittatura a 9.000 km, invece, conserva il fascino esotico del socialismo da Instagram. Solidarietà transoceanica per il “caudillo”, ma per il vicino che implora munizioni per non morire? Solo un: “Gira su Rai 1, che c’è la Mannoia”. Italiani: popolo di poeti, santi, navigatori e… geografi a convenienza.
Purtroppo il sistema (il mio o il vostro?) non riceve più i miei commenti, ma ci tengo a farle giungere il mio plauso entusiastico per questo scritto. Sconvolgente e struggente. Grazie. Nadia Mai
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