

La fine degli equilibri mondiali e della pax americana basata sul corpus ideologico e istituzionale del dopoguerra segna l’ingresso in una fase di discontinuità storica. L’ordine costruito attorno alla centralità degli Stati Uniti, alle alleanze occidentali e a un sistema di regole condivise non costituisce più l’orizzonte stabile delle relazioni internazionali.
Nel nuovo panorama di disordine emergono due assi principali che non sono soltanto economici o geopolitici, ma profondamente ideologici: da un lato chi difende lo stato di diritto delle liberal democrazie, con le loro istituzioni, i loro principi e le loro garanzie giuridiche; dall’altro chi propone strutture di potere verticali, presentate come società interamente deregolamentate e paradisi libertari.
La deregolamentazione totale, tuttavia, implica l’erosione delle regole che tutelano i cittadini e limita i contrappesi istituzionali. Le norme vengono smantellate in nome della libertà, per poi essere ricomposte da chi detiene potere politico o economico, dando vita a nuovi assetti gerarchici di tipo feudale, in cui la concentrazione del potere sostituisce la tutela dei diritti. In questo, la Russia di Vladimir Putin è un esempio evidente.
Che cos’è la deregolamentazione
Ciò che raramente viene esplicitato è cosa significhi, in concreto, “deregolamentare”. La parola viene venduta come sinonimo di libertà, efficienza, dinamismo. Ma le regole, in una democrazia liberale, non sono orpelli burocratici: sono reti di protezione collettive. Possono essere snellite, razionalizzate, ma mai eliminate. Sono il modo attraverso cui una società stabilisce limiti al potere economico e tutela i più deboli.
Deregolamentare l’industria ambientale, per esempio, significa, nei fatti, allentare i vincoli sugli scarichi, ridurre i controlli, consentire che sostanze inquinanti finiscano in fiumi, laghi o mari con sanzioni minime o inefficaci — come dimostrano le polemiche nel Regno Unito post-Brexit sulle acque reflue. Significa comprimere le agenzie di vigilanza, tagliare ispezioni, subordinare la salute pubblica alla riduzione dei costi.
Nel settore alimentare, deregolamentare può voler dire autorizzare additivi prima vietati, ridurre i controlli sanitari, accelerare procedure di immissione sul mercato senza studi indipendenti approfonditi. Nel mercato del lavoro, implica indebolire tutele contro il licenziamento, abbassare standard di sicurezza, facilitare contratti precari in nome della “flessibilità”.
Nel settore finanziario, significa attenuare requisiti patrimoniali, alleggerire la supervisione, ridurre i vincoli su strumenti complessi: dinamiche che storicamente hanno preceduto crisi sistemiche. Nel campo digitale, può tradursi in minori obblighi di trasparenza algoritmica, meno protezione dei dati personali, concentrazione ulteriore di potere nelle piattaforme.
La retorica libertaria presuppone un individuo astratto, capace di negoziare ad armi pari con grandi conglomerati industriali o finanziari. La realtà è diversa: senza cornici regolative, il potere non scompare. Si sposta. E tende a concentrarsi. Le regole, lungi dall’essere catene, sono argini. Rimuoverli non produce automaticamente libertà diffusa; produce spesso un ambiente in cui pochi attori dominanti ridefiniscono le condizioni del gioco.
È qui che la deregolamentazione, presentata come emancipazione, si trasforma in una ristrutturazione gerarchica: meno stato di diritto, più discrezionalità del potere economico. E in assenza di solidi contrappesi istituzionali, la “libertà” rischia di diventare un privilegio.
Due blocchi ideologici
E qui, allora, ci troviamo davanti a due blocchi ideologici. Nel primo blocco si collocano l’Unione europea, il Regno Unito, il Canada, l’Australia, la Nuova Zelanda, il Giappone, la Corea del Sud e Taiwan, tra i principali attori che rivendicano la centralità dello stato di diritto, delle istituzioni rappresentative e di un sistema di regole condivise come architrave dell’ordine interno e internazionale.
Nel secondo blocco si muovono invece modelli che privilegiano una concentrazione verticale del potere: la Russia di Putin, la Cina di Xi Jinping, l’Iran guidato da Ali Khamenei e, in una declinazione diversa ma con tratti di forte personalizzazione della leadership, gli Stati Uniti sotto Donald Trump. Si tratta di sistemi politici differenti tra loro, ma accomunati dall’idea di una sovranità esercitata senza i medesimi contrappesi istituzionali e con un ruolo ridimensionato dei meccanismi multilaterali tradizionali.
Così come all’interno dell’amministrazione Trump le forze che la compongono non sono omogenee per visione e obiettivi — l’ultranazionalismo di Steve Bannon ha poco o nulla in comune con l’impostazione techno-oligarchica associata a Peter Thiel — anche tra gli Stati Uniti e gli altri attori dello schieramento definito “neo-feudale” esistono differenze profonde di interessi strategici e di struttura politica.
Non si tratta quindi di alleanze organiche né di blocchi compatti. Le rivalità restano concrete e talvolta strutturali, quanto lo sono le convergenze tattiche. L’asse tra Russia, Cina e Iran, ad esempio, nasce da interessi comuni nel contrastare l’ordine occidentale, ma non cancella le diffidenze e le competizioni. Allo stesso modo, eventuali aperture o dialoghi tra Mosca e Washington in determinate fasi non equivalgono a una sovrapposizione strategica stabile. In questo scenario, cooperazione e conflitto convivono, spesso in modo opportunistico e contingente.
Due errori da evitare
In questo contesto è necessario evitare due errori. Il primo è leggere le alleanze con le categorie del “vecchio mondo” della pax americana, immaginandole come blocchi stabili, fedeltà durature, schieramenti rigidamente contrapposti. Il secondo è scambiare convergenze momentanee per coalizioni strutturali.
Nella fase attuale prevalgono incroci di interessi, intese tattiche, appoggi selettivi su singoli dossier. Non si tratta di “amicizie” strategiche nel senso novecentesco del termine, ma di opportunismi estemporanei, posizioni fluide che si ridefiniscono in base al contesto, al rapporto di forza e alla convenienza del momento. Cooperazione e rivalità possono coesistere tra gli stessi attori, senza trasformarsi in alleanze organiche e permanenti.
Il nemico comune: il modello liberale
Esiste però un elemento su cui gran parte delle forze del secondo schieramento tende a convergere: una base ideologica che mette in discussione l’ordine regolato e multilaterale costruito nel dopoguerra. È l’idea di un mondo in cui le regole comuni contano meno della forza, in cui la sovranità è intesa come potere verticale concentrato, in cui identità e appartenenza prevalgono sui diritti universali. Un’impostazione che ambisce a modelli gerarchici, con centri decisionali fortemente personalizzati e spazi di influenza estesi oltre i confini nazionali.
Questa matrice, pur declinata in forme diverse, produce un allineamento di fondo contro l’impianto liberale, fondato sulla separazione dei poteri, sui limiti giuridici all’autorità e sulla tutela dei diritti individuali. Le differenze strategiche restano, ma l’orizzonte ideologico tende a coincidere nella contestazione dell’ordine liberale come principio regolatore delle relazioni interne e internazionali.
Un tratto ricorrente di questa impostazione è la demonizzazione, concettuale e linguistica, di tutto ciò che viene identificato come “liberale”. Il termine diventa un’etichetta polemica, associata alla decadenza morale, all’élite scollegate dal popolo, al globalismo, ai diritti “imposti” dall’alto. In alcuni contesti viene fatto coincidere con il relativismo culturale, l’immigrazione senza controllo e la burocrazia sovranazionale; in altri, con un sistema che protegge minoranze e interessi particolari a scapito della maggioranza.
Si produce così una sovrapposizione artificiale tra il liberalismo e alcune declinazioni del progressivismo contemporaneo. Queste ultime, pur muovendo da presupposti differenti rispetto alle destre, entrano in attrito con i principi liberali quando sostituiscono l’universalismo con logiche particolaristiche, spingono l’espansione dei diritti individuali fino a sganciarli dalla biologia, o concepiscono la società come un sistema di pretese prive di corrispettivi doveri. In questi casi, il dissenso tende a essere moralizzato, trasformato in colpa, anziché riconosciuto come componente fisiologica del pluralismo.
Tuttavia, tali derive non coincidono con il liberalismo. Confonderle significa alterare il senso storico e teorico di un impianto fondato su limiti al potere, equilibrio tra libertà e responsabilità e coesistenza regolata delle differenze. Non è un progetto ideologico omogeneizzante, bensì un sistema di garanzie che consente la coesistenza di visioni diverse all’interno di un quadro giuridico comune.
Così, anche le declinazioni dell’estrema sinistra diventano illiberali quando subordinano la libertà individuale a un disegno ideologico totalizzante o riducono il pluralismo in nome di una presunta verità politica. In quel momento non si è più nel campo del liberalismo, ma in quello delle ideologie che, pur muovendo da matrici diverse, convergono nella compressione delle libertà e nell’erosione dei contrappesi.
Confondere liberalismo con il progressismo radicale produce quindi un cortocircuito concettuale: si finisce per attaccare il quadro giuridico che garantisce la democrazia per criticare eccessi che, in realtà, ne rappresentano una torsione e una negazione.
Il paradosso politico
Da qui nasce un paradosso politico: l’idea che la democrazia possa essere “scardinata” dal pensiero liberale che, storicamente, ne ha costituito l’ossatura giuridica. Si sostiene che i limiti costituzionali, l’indipendenza della magistratura, la tutela delle minoranze o la separazione dei poteri siano ostacoli alla democrazia e non la loro essenza. Allo stesso tempo si promuove la deregolamentazione radicale, talvolta in chiave anarchico-liberista, oppure un’impostazione nazional-identitaria fortemente verticale, presentandole come pienamente compatibili con la democrazia.
Il risultato è uno slittamento semantico: la democrazia viene ridotta alla sola dimensione maggioritaria, sganciata dall’impianto liberale che ne garantisce equilibrio e limiti. In questo schema, lo stato di diritto non è più la condizione della democrazia, bensì un vincolo da superare.
Il populismo come strumento operativo
È qui che il populismo diventa lo strumento operativo. La volontà popolare viene evocata come fonte esclusiva di legittimità, contrapposta a corti costituzionali (“i giudici marxisti”), autorità indipendenti (“lobby delle élite”) e media (“i fake media”). Ogni contrappeso istituzionale viene rappresentato come un ostacolo, un residuo elitario che impedisce al “popolo” di governare pienamente. La complessità giuridica viene semplificata in un conflitto morale: da una parte la maggioranza autentica, dall’altra le élite che ne frustrano la volontà.
In questa narrazione, il populismo opera una torsione decisiva: trasforma il principio democratico in un mandato illimitato. Se la maggioranza coincide con il popolo, e il popolo coincide con la nazione, allora ogni limite legale può essere dipinto come un abuso. Così la separazione dei poteri, la tutela delle minoranze, l’indipendenza della magistratura cessano di apparire come garanzie e diventano sospetti di sabotaggio.
Il paradosso è evidente ma spesso invisibile all’elettorato: si invoca la democrazia per indebolire le condizioni che la rendono possibile. E una volta erosi i contrappesi, la maggioranza non è più uno strumento di governo entro regole condivise, ma un dispositivo di concentrazione del potere.
La legittimazione come necessità
Da qui deriva anche l’insistenza sulla “legittimazione” elettorale. Nella Russia di Putin, il voto resta un passaggio rituale centrale, pur in un sistema in cui opposizione, media e competizione reale sono inesistenti. In Georgia, il partito Georgian Dream ha rivendicato la propria maggioranza elettorale, pur quando le frodi erano dimostrate. Negli Stati Uniti, il dibattito sul disegno dei collegi elettorali e sul peso dei grandi elettori ha mostrato quanto la competizione possa spostarsi sul terreno delle regole del gioco, con l’obiettivo di massimizzare il vantaggio politico all’interno di un sistema formalmente democratico.
Il punto non è l’assenza di elezioni, ma il loro svuotamento. Anche quando il pluralismo si riduce e i contrappesi vengono erosi, la cornice elettorale resta. La facciata deve esserci, il “volere del popolo” deve essere mantenuto come cornice, perché fornisce una narrazione di consenso e di continuità istituzionale. In questo senso, il parallelo storico è evidente: nell’antica Roma, la Repubblica sopravvisse formalmente anche quando il potere effettivo era ormai concentrato nelle mani dell’imperatore. Le magistrature e il Senato continuarono a esistere, ma come guscio simbolico. La forma repubblicana serviva a legittimare il potere, non a limitarlo.
La sfida
La sfida che abbiamo davanti è, anzitutto, comprendere questa logica. Gli schemi tradizionali di “destra” e “sinistra”, costruiti soprattutto attorno a visioni economiche contrapposte, non bastano più a spiegare ciò che accade. Per decenni, all’interno della pax americana, le società occidentali hanno condiviso una base di valori comuni: stato di diritto, separazione dei poteri, alternanza politica, tutela delle libertà fondamentali. In quel contesto, il confronto tra modelli economici diversi — più intervento pubblico o più mercato, più redistribuzione o più deregolamentazione — si svolgeva dentro un perimetro condiviso, quello della democrazia liberale.
Oggi è proprio quel perimetro a essere contestato. Non si discute soltanto di quale politica economica adottare, ma della struttura stessa del sistema: dei limiti al potere esecutivo, dell’indipendenza della magistratura, del ruolo dei media, del valore delle garanzie costituzionali. E questa messa in discussione non proviene da un’unica parte dello spettro politico. Si manifesta, con linguaggi e obiettivi diversi, tanto in segmenti dell’estrema destra quanto in settori dell’estrema sinistra, accomunati dalla critica al quadro liberale che per decenni ha fatto da terreno comune.
La sfida è comprendere che lo scontro non è più, in primo luogo, economico ma ideologico. Non si tratta di scegliere tra un centro naturalmente “più a sinistra” o “più a destra”, né di stabilire quale combinazione di tasse, spesa pubblica o privatizzazioni sia preferibile. La linea di frattura corre altrove.
La scelta è tra chi intende preservare la democrazia liberale, con i suoi limiti al potere, le sue garanzie giuridiche e il suo pluralismo, e chi punta a costruire assetti verticali, identitari, fondati sulla concentrazione del potere e su un ordine gerarchico. In gioco non c’è una diversa politica economica all’interno dello stesso sistema, ma la natura stessa del sistema.
Una volta compreso che questa è la linea di frattura — e che non si tratta più di una competizione tradizionale tra “destra” e “sinistra”, ma tra liberali e illiberali — diventa possibile immaginare una ricomposizione politica diversa. Non un cartello elettorale costruito su compromessi tattici, ma una forza capace di unire sensibilità economiche diverse attorno a un obiettivo primario: preservare lo stato di diritto, le istituzioni rappresentative e l’autonomia delle democrazie europee di fronte a pressioni esterne e interne.
Se la posta in gioco è evitare che l’Europa e le altre democrazie liberali vengano progressivamente indebolite o schiacciate da convergenze opportunistiche tra forze illiberali, allora le divergenze su tasse, welfare, pubblico o privato o mercato del lavoro diventano secondarie rispetto alla tenuta del sistema stesso. In discussione non c’è una riforma settoriale, ma la cornice che rende possibili tutte le altre scelte politiche.
L’allineamento sulla politica estera determinerà il futuro
In questo quadro, l’allineamento sulla politica estera diventa più decisivo rispetto a quello sulla politica interna. Sui dossier esterni non esistono compromessi di fondo se l’obiettivo è difendere le liberal democrazie: la costruzione di una difesa europea credibile, il sostegno all’Ucraina, il rafforzamento dell’integrazione politica dell’Unione europea, la definizione di regole comuni per limitare interferenze esterne, manipolazione informativa e uso distorsivo degli algoritmi delle piattaforme digitali sono scelte di campo, non terreni neutri.
In Italia questo punto è spesso sottovalutato. Esistono forze politiche che, sul piano interno, si muovono formalmente entro la cornice democratica: partecipano al gioco parlamentare, rispettano le procedure, non mettono in discussione apertamente l’assetto costituzionale. Ma quando, sul piano internazionale, sostengono — o evitano di contrastare — attori e modelli illiberali, il rischio diventa strutturale.
La politica estera non è un compartimento stagno. L’Italia non è un sistema autosufficiente: è inserita in un contesto europeo, dipende da equilibri economici, militari, energetici e informativi che la trascendono. Se quel contesto si indebolisce o si sposta verso assetti meno liberali, anche la qualità della democrazia interna ne risente. Le alleanze, i regimi di sanzioni, le regole commerciali, la cooperazione in materia di sicurezza e intelligence incidono direttamente sulla capacità dello Stato di mantenere l’autonomia decisionale e la stabilità istituzionale.
Sostenere o legittimare potenze che promuovono modelli verticali, la concentrazione del potere, la compressione del pluralismo e la manipolazione dell’informazione significa contribuire, indirettamente, a modificare l’ambiente strategico in cui l’Italia opera. E in un ambiente internazionale più instabile, più competitivo e meno regolato, anche le garanzie interne diventano più fragili.
La direzione che prenderà l’ordine internazionale nei prossimi anni non è una questione astratta di geopolitica: condizionerà lo spazio di manovra delle democrazie nazionali. Per un Paese come l’Italia, la cui prosperità e sicurezza sono intrecciate con l’architettura europea, la coerenza tra politica interna e politica estera non è un dettaglio ideologico, ma una condizione di sopravvivenza istituzionale nel lungo periodo.
Quindi, se sulla politica interna restano possibili mediazioni e alternanze — più o meno intervento pubblico, modelli diversi di welfare, più o meno immigrazione, priorità fiscali diverse — sulla collocazione internazionale non c’è spazio per ambiguità: lì si decide la sopravvivenza stessa del sistema.
L’unica prospettiva credibile per l’Italia, in questo scenario, è la costruzione di una forza politica in cui confluiscano quanti condividono tale visione. Un’unione che non nasca dal calcolo dei seggi o da alleanze tattiche, bensì da un impianto ideologico europeista chiaro e coerente, radicato nei principi liberal-democratici e nella tutela dello stato di diritto.
Un progetto che si ponga in opposizione tanto al nazionalismo di matrice russa — fondato su verticalizzazione del potere, controllo dell’informazione, fusione tra Stato e oligarchie economiche — quanto alle correnti che negli Stati Uniti si sono coagulate attorno a Donald Trump.
Dietro il trumpismo non vi è soltanto un leader, ma un insieme di matrici ideologiche riconoscibili: il nazional-populismo; il sovranismo economico; l’anti-istituzionalismo; una visione identitaria e maggioritaria che subordina i diritti individuali alla volontà del gruppo dominante; l’isolazionismo selettivo combinato con unilateralismo strategico.
A questo si aggiunge una componente tecnocratica che mira a servirsi della tecnologia per concentrare il potere in ristrette élite imprenditoriali e finanziarie. In questa impostazione, la legittimazione non deriva tanto da procedure istituzionali e contrappesi, quanto dalla capacità manageriale o dalla forza economica di pochi attori dominanti. È una visione che salda populismo e oligarchia: mobilitazione plebiscitaria in superficie, concentrazione verticale del potere nelle retrovie.
In entrambe le declinazioni — quella euroasiatica e quella americana — il filo conduttore è la compressione dei contrappesi e la trasformazione della democrazia in uno strumento di concentrazione del potere.
Per l’Italia, che esiste e prospera dentro un sistema di interdipendenze economiche, militari e normative, la scelta non è neutra. O si consolida un fronte europeista capace di difendere l’architettura liberale che ha garantito stabilità e sviluppo negli ultimi decenni, oppure si accetta di scivolare in un contesto internazionale più volatile, dove la sovranità proclamata si traduce in vulnerabilità reale.
Senza un impianto che non sia anche ideologico non si va da nessuna parte
Una linea costruita sulla difesa di valori condivisi può esprimere una voce tanto unitaria quanto forte e convincente, soprattutto se non proviene dall’ennesimo partito isolato ma da una coalizione capace di partire da una base programmatica reale e di crescere attorno a un progetto riconoscibile.
Se non riusciamo a sfuggire alla logica del bipolarismo proponendo una forza che lo spezzi, non esiste un futuro. La polarizzazione non è stata un incidente: è stata alimentata nel tempo, prima attraverso strategie di influenza russe e oggi anche da dinamiche provenienti dagli Stati Uniti. Ma è stata alimentata anche da dinamiche interne al panorama italiano.
L’uso strumentale dei talk show ne è un esempio evidente. Programmi che non fanno informazione ma mettono in scena lo scontro, arene costruite per contrapporre posizioni estreme più che per approfondire i contenuti. Spazi che si nutrono della polarizzazione e la rafforzano, trasformando il confronto politico in conflitto permanente.
A questo si aggiungono media sempre più schierati, guidati da linee implicite su ciò che definisce l’appartenenza a uno schieramento piuttosto che a un altro. Ogni tema viene ridotto a marcatore identitario.
Il risultato è un irrigidimento continuo del dibattito pubblico, con l’effetto di rafforzare, ai due estremi, forze anti-europeiste che, pur minoritarie nel Paese reale, finiscono per dettare la linea politica e culturale.
Questo meccanismo va rotto. Arrivarci sta diventando una questione non più politica ma esistenziale.

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Tentativo oltre modo meritorio di Alessandra di descrivere situazione e prospettive per evitare che le democrazie siano fagocitate dalle diverse forme di autoritarismo. A mio più che modesto avviso, preoccupante è l’approccio sempre più frequente dell’opportunismo tattico di qualsivoglia matrice esso sia, in particolare quello trumpiano, specie se messo a confronto con la strategia di medio-lungo termine cinese. Nei fatti il pericolo maggiore è rappresentato proprio dall’erosione, operata dall’interno, dello storico schieramento democratico mondiale, attuata dall’attuale amministrazione americana, un azzardo estremamente pericoloso e con alta probabilità controproducente.
E su questo innesto una considerazione ulteriore: le diverse forme di populismo. In Italia prevale di fatto quello becero e di infimo livello, del tutto privo di sostanza e concrete proposte alternative, inutile fare degli esempi. In altre parti del mondo, Stati Uniti e Gran Bretagna in primis, il populismo è invece strutturato in modo scientifico e per questo costituisce un pericolo estremo per la tenuta della compagine democratica a livello globale. Peraltro, assai complesso appare il contrasto di entrambi, ancorché assolutamente necessario e urgente.
Concludo con l’auspicio che i concetti espressi da Alessandra abbiano la massima diffusione possibile.
Alessandra Libutti ha descritto in maniera magistrale tutti gli aspetti caratterizzanti la situazione politica dei Paesi Occidentali. Da questa esauriente analisi emergono opportunità e minacce di società che hanno avuto finora una base comune afferente, tra gli altri, a principi di Libertà, regole democratiche, equità sociale.
Un testo di cui fare tesoro che potrebbe benissimo rappresentare un riferimento fondativo per soggetti politici che si propongano di salvaguardare, riformare, innovare le nostre liberaldemocrazie.
Presupposto personale del quadro mondiale è che il pianeta è governato/dominato fin dagli albori, da esseri umani nati con cervello con logica mentale conservatrice, di vario grado. Quindi qualunque ragionamento si muove in questo contesto. Siamo in un momento storico di cambiamenti e quello che noi progressisti dobbiamo augurarci è che prendano il sopravvento i conservatori moderati. Quelli che hanno sempre dato spazio ai pochi veri cervelli con logica mentale progressista. Sarà difficile imporre l’idea di fare tabula rasa di tutti i paradgmi che avevamo e crearne di nuovi, ma questo è quello che serve. Continuare a usare i vecchi non ci permetterà di fare un salto in avanti, cosa che invece la scienza ha fatto e continua a fare. I conservatori hanno il terrore di abbandonare le vecchie ideologie e i vecchi paradigmi, ma dobbiamo puntare a questo, altrimenti sarà tutto inutile. Dobbiamo prendere quello che c’è di buono dal passato e utilizzarlo per creare in nuovo tipo di società, economia, politica, diritti e doveri, giustizia. Dovrebbe simulare ciò che la natura ottiene con una estinzione di massa, nel nostro caso una estinzione virtuale dei paradigmi su cui si muove il mondo attuale. Chi vivrà vedrà.