Una mattina, mi son svegliata e ho trovato… il femminismo intersezionale. Lo so, colpa mia che dormivo. Purtoppo, come molte femministe vecchia scuola, mi sono distratta e mi sono persa qualche tappa fondamentale. Solo ad un certo punto mi sono accorta che il femminismo non era più lo stesso: che non si batteva più contro alle barriere sistemiche in alcuni settori delle istituzioni e del mondo del lavoro; che non gli interessavano più gli asili nido o lo smart working; e che in generale non solo non gli interessavano più le donne della classe media, ma neanche battevano ciglio nei confronti delle donne della classe operaia. Ad un certo punto era cambiato. Era diventato intersezionale.
Per qualche tempo, l’ho chiamato il femminismo “cosmetico”: quello che grida alla schwa, si accanisce sul sessismo della grammatica ed è capace di creare un caso nazionale perché la Meloni vuole essere chiamata “il Presidente del Consiglio”. Ecco, chiamatemi una femminista demodé ma a me di come vuole essere chiamata non importa niente. Giusto o sbagliato, che differenza fa innanzi alla crisi più grande della nostra società: quello del calo delle nascite? Perché sì, la questione mai risolta di quell’emancipazione femminile, così rapida che la società a livello strutturale e culturale non è stata in grado di assimilare è un problema serio che si ripercuote su tutti. Lavorare per riguadagnare quel terreno dovrebbe essere – per impellenza e gravità – la priorità della lotta delle donne e di tutti. Invece le intersezionali se ne disinteressano, gridano al patriarcato, si inceppano nel mantra dell’antifascismo, vedono in ogni maschio (bianco) un predatore, coordinano la Santa inquisizione dei sostantivi e innalzano pire per ardere i Giordano Bruno del buon senso contro i quali scagliano i propri anatemi: “fascisti”, “nazisti”, “razzisti”, “sessisti”.
Ho anche un’altra colpa: da brava donna di sinistra quello che stava succedendo non solo non lo vedevo ma non lo volevo neanche vedere, perché quel fenomeno mi sembrava solo l’estremizzazione fanatica di una minoranza di esaltate e – anche se vocali – relativamente innocue. Dopo il 7 ottobre mi sono accorta che non era così. Così ho dovuto cantare “femminista ciao” e poi salutare anche tutta quella sinistra che gli stava dietro.
Ma cosa era successo? Quand’è che il femminismo si era trasformato in un ghetto di islamomarxiste anti-occidentali? Pareva si fosse trattato di un processo evolutivo invece no. Ho scoperto che nasce in un momento preciso. Si afferma negli Stati Uniti, con un colpo di mano, nel 2017 ed ha delle autrici. Dopodiché tutto mi è sembrato più chiaro, soprattutto quel grido contro la violenza del patriarcato bianco imperialista sullo sfondo della bandiera della Palestina, un’accozzaglia che non sfigurerebbe in un’opera Dada.
Bene, cerco di spiegarvelo partendo dal contesto ideologico e politico che ha dato vita a questo strano intruglio.
Il terreno ideologico – Dall’uguaglianza all’equità
Sviluppatosi a partire dagli anni ‘90 all’interno del liberalismo multiculturale, l’equità è apparsa rivoluzionaria nella sua proposta di rappresentazione diversificata nel lavoro e nelle istituzioni, nota come Diversità, Equità e Inclusione (DEI). Inizialmente faceva parte di un progetto politico associato ai partiti centristi e ai loro leader (Clinton e Blair) che aveva incorporato le richieste dei movimenti sociali, di liberalizzazione dei costumi e dei diritti civili degli anni ’60 e ’70. In seguito, la frammentazione della società in segmenti di gruppi e sottogruppi sarebbe stata la base della targetizzazione e della creazione di prodotti sempre più soggettivistici. Il principio non era più quello di adattare l’offerta alla domanda ma di creare la domanda attraverso l’offerta.
Il DEI piaceva molto sia ai progressisti che a Wall Street. I primi lo vedevano come un passo essenziale verso una società più giusta (anche perché, da ricchi bianchi privilegiati, cercavano così di ottemperare al senso di colpa) mentre le grandi multinazionali videro spalancarsi le porte di infiniti mercati. Per questo motivo, a partire dagli anni ‘90, soprattutto negli USA, la grande finanza ha prevalentemente appoggiato i democratici.
Equità e uguaglianza sono concetti con significati e implicazioni distinti. L’uguaglianza si basa nel trattare tutti allo stesso modo mirando a fornire pari opportunità in modo che tutti abbiano le stesse condizioni per raggiungere il successo. L’equità invece si concentra sul fornire alle persone ciò di cui hanno bisogno per avere successo in base alle circostanze individuali. Poiché le persone non hanno tutte il medesimo punto di partenza, l’uguale trattamento può apparire insufficiente a colmare lo svantaggio di partenza. L’equità abbandona pertanto l’approccio universale per focalizzarsi sul particolare; passa dunque dall’oggettività alla soggettività.
Senza che nessuno forse se ne rendesse conto, la transizione dall’uguaglianza all’equità ha comportato una frattura ideologica all’interno delle sinistre liberali, le quali – nell’intento di perseguire una società più equa e fare un po’ di mea culpa– hanno spalancato le porte al soggettivismo, consentendo alle destre di rivendicare un ritorno all’oggettività.
Il Woke emerge mentre è in atto la transizione dall’uguaglianza all’equità e aderisce ai suoi principi: poiché a causa della colonizzazione e dello schiavismo i bianchi occupano una posizione privilegiata nella società, devono non solo fare ammenda delle colpe passate dei loro predecessori, ma rendersi consapevoli del loro privilegio. D’altra parte, gli svantaggiati (persone di colore, minoranze etniche ecc.) devono godere di un maggiore supporto che (in termini pratici) si traduce in corsie preferenziali e maggiori diritti. Insomma, dal semplice mea culpa si era arrivati dritti sulla sponda opposta.
Il Woke nasce dunque rinnegando il principio di uguaglianza. Nell’intento di compensare squilibri sistemici (realmente esistenti) ha condotto, nel tempo, ad una discriminazione verso i bianchi. Questo perché, in quanto casta privilegiata, non sono considerati oggetti di discriminazione: devono subirla per ripagare secoli di dominio. I diritti diventano una questione morale basata sulla soggettività non solo del recipiente ma anche dell’elargitore che stabilisce cosa sia morale o meno indossando le vesti di quello che un’intelligente ragazza iraniana, Elica Le Bon, ha magistralmente definito il Narcisismo morale. Si tratta insomma di un’ideologia che non solo non considera che tutti gli esseri umani debbano avere gli stessi diritti ma che addirittura colpevolizza gli individui di una razza non sulla base di malefatte personali ma per quelle degli antenati.
Il quadro politico – Trump e i MAGA
Trump è molto astuto nell’individuare il processo in atto e a focalizzarsi sullo scontento di quella fetta di America bianca (soprattutto quella rurale e degli Stati centrali e del sud) che trema davanti ad un fenomeno che, durante l’amministrazione Obama, ha cominciato a dilagare; un’America bianca, più povera e conservatrice che offre come contrappeso al Woke il suprematismo bianco ed il rigore cristiano-evangelico.
Come abbiamo accennato, dietro al DEI ci sono le grandi multinazionali e l’emergente Woke è particolarmente popolare tra i liberali dei ceti più elevati, i quali lo vedono come una spinta verso la creazione di un un equilibrio etnico e sociale che fa sentire tanto altruisti. “Big Tech”, “Big Pharma” (come le chiama Trump) e Wall Street nel frattempo viaggiano a gonfie vele sul carro dei liberali. Per Trump è l’occasione ideale per porsi come forza anti globalista, anti finanza e in generale sovversiva. Con le università controllate dai progressisti, la base elettorale a cui Trump può attingere è mediamente meno educata. Allora semplifica, colora, inventa oltre i limiti del paradossale. Crea in sostanza una narrativa che agli occhi dei progressisti pare pura finzione (come fa la gente a crederci? come fanno a votarlo?) In realtà, sta volutamente esagerando e parafrasando problematiche esistenti rompendo però tutti gli schemi della comunicazione per porsi come punto di riferimento delle forze conservatrici.
Ecco che ad esso, ad una sinistra sempre più radicale ed estrema (anche se i moderati fanno finta di non vederlo), si affianca una destra altrettanto radicalizzata che oltrepassa la soglia (in tempi relativamente brevi) del culto e del fanatismo: i MAGA.
In pochi anni, la politica americana si polarizza. Da un lato c’è una destra suprematista ultra cristiana, dal fanatismo sovversivo evidente a tutti; dall’altro invece c’è una sinistra progressista ancora cieca, che non vede la serpe che alleva in seno: quell’ideologia sovversiva che si serve dei progressisti bianchi e borghesi ma li vuole distruggere. I due fenomeni, così lontani e al tempo stesso vicini, cominciano a nutrirsi a vicenda.
È in quel frangente, quando nel 2017 Trump viene insediato alla Casa Bianca, che si afferma il femminismo intersezionale. Avviene alla Marcia delle Donne, tenutasi il 21 gennaio del 2017, il giorno dopo l’inaugurazione presidenziale.
La marcia era stata originariamente ideata da Theresa Shook, un avvocato in pensione, che aveva proposto di organizzare una marcia di tutte le donne in supporto a Hillary Clinton. La sua idea aveva riscontrato successo e molte organizzazioni si erano dichiarate favorevoli. Per organizzare l’evento, la Shook creò una pagina su Facebook insieme all’attivista Mary Lynn Foulger (conosciuta come Bob Bland), solo per vedersi prontamente estromessa dal progetto quando la Foulger cancellò la pagina creandone un’altra della quale era l’unica amministratrice. Quest’ultima era nota per le sue ricorrenti affermazioni antisemite e per ritenere le donne bianche complici della supremazia bianca. Pertanto sosteneva che avrebbero dovuto lasciare che le persone di colore prendessero l’iniziativa nella lotta per i diritti civili. Su questa base scelse come co-organizzatrici Linda Sarsour, Tamika Malory, e Carmen Perez, donne appartenenti a minoranze etniche.
Di lì a poco fu la Sarsour a prendere il comando dell’organizzazione. Palestinese di seconda generazione, in qualità di donna islamica promotrice della Sharia, la Sarsour era il fiore all’occhiello del CAIR (Council on American-Islamic Relations), un’organizzazione sospettata di avere connessioni con Hamas, di essere affiliata ai Fratelli Musulmani e designata come organizzazione terroristica dagli Emirati Arabi.
Abile nel tessere le fila tra la sinistra progressista, l’estrema sinistra e i movimenti pro-islamici (servendosi dell’antisionismo come trait d’union), la Sarsour trasformò radicalmente la concezione iniziale della marcia.
Il femminismo intersezionale era stato originariamente coniato nel 1989 da Kimberlé Crenshaw, una professoressa di diritto americana, che lo definiva come “un prisma per vedere il modo in cui varie forme di disuguaglianza spesso operano insieme e si esacerbano a vicenda”. La Crenshaw era anche stata anche una pioniera della teoria critica della razza.
Per quel gruppo di fondamentaliste islamiche e di neo-marxiste il femminismo intersezionale non solo andava abbracciato ma anche affermato e infine imposto come unico vero e possibile femminismo. Scalzare le progressiste fu un gioco da ragazzi, anche perché molte erano ebree.
Il manifesto fu proclamato alla marcia da Lara Kiswani, un’attivista di origine palestinese, che in quel processo di appropriazione e abbattimento del vecchio femminismo – operando lo sposalizio con la causa palestinese – dichiarò: “Ricordiamoci che così come il razzismo non ha posto in un movimento delle donne, neanche lo hanno il dislocamento, l’occupazione, la guerra, l’imperialismo e il sionismo.”*
Preso all’assalto da un gruppo di attiviste palestinesi, islamiche e neo marxiste, il vecchio femminismo fu completamente liquidato alla marcia che avrebbe dovuto esaltarlo. Lo scippo vide così emergere un modello nuovo anti occidentalista e antisionista (infatti, si trattò anche del primo evento femminista dal quale furono fisicamente cacciate le donne ebree).
Il femminismo proclamato quel giorno sfonda poi in Italia qualche mese dopo, quando viene promosso alla manifestazione per la Giornata mondiale contro la violenza maschile sulle donne dalla neonata associazione Non Una di Meno che, fin dalla fondazione un anno prima, si era definita intersezionale. Da quel momento, dietro anche la forte spinta di Michela Murgia, il femminismo di vecchio stampo (giudicato troppo bianco ed eurocentrico) viene spazzato via anche da noi.
Nello stesso anno, negli USA, esplode anche il Me Too, un altro movimento che – partendo premesse legittime – si trasforma in breve in una caccia alle streghe quando viene fagocitato dagli adepti del narcisismo morale che processano e distruggono vite sui social in un magistrale connubio tra maccartismo e legge dei sospetti.
In concomitanza, si assiste anche alla nascita dell’estrema destra complottista QAnon che, sebbene si ponga agli antipodi del Woke e del femminismo intersezionale, ha in realtà con loro molto in comune: sono infatti tutti movimenti sovversivi, anti-globalisti e anti-semiti. Rossobrunismo in purezza.
La coincidenza dell’insorgere contemporaneamente di tutti questi movimenti destabilizzanti, sia a destra che a sinistra, pone diversi quesiti su quanto sia veramente accaduto tra il 2016 e il 2017 (anni molto particolari anche in Italia) ma mi fermo qui.
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– Del femminismo intersezionale ho scritto anche qui
– Del Woke ho scritto anche qui
– Sulla fascinazione storica della sinistra per l’Islam, leggi qui
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Per un’ulteriore retrodatazione della diffusione dell’antisemitismo antisionista tra le femministe americane (ai primi anni Ottanta… quelli in cui nascevo io, impropriamente detta “ragazza Sara”:) propongo la lettura di https://jwa.org/media/anti-semitism-in-womens-movement-by-letty-cottin-pogrebin
Che dire?? COMPLIMENTI per la precisa ricostruzione, speriamo che si riesca a far aprire gli occhi a molti e molte che dormono placidi!!
Raramente ho letto un articolo così ben fatto, documentato e approfondito come questo.
Da diffondere il più possibile.
Bravisdima, Alessandra!
Riccardo
Cara Alessandra, l’ipotesi che vi sia stato un colpo di mano nel 2017 e non un processo evolutivo può reggere solo rimuovendo fatti come la lettera “Dear Colleagues” di Obama nel 2011 (inizio della caccia alle streghe nelle università) e la Convenzione di Istanbul ratificata all’unanimità nel 2014: se conosci il testo ricorderai che si punta esplicitamente alla “equità” (“substantive equality” contrapposta a quella unicamente legale) e si parla persino di misure speciali che non saranno ritenute discriminatorie (art 4 comma 4 se ricordo bene).
Credo che nell’articolo sia ben chiaro che il processo parte addirittura negli anni’90 e che il trumpismo emerge in risposta al dilagare del fenomeno durante i mandati di Obama.
Il colpo di mano è solo relativo al femminismo intersezionale. Prima di allora esisteva e si stava diffondendo ma non aveva il controllo. La Marcia delle donne del gennaio 2017 è uno spartiacque. Diciamo poi che se Trump era la risposta al Woke, la risposta al trumpismo fu un acuirsi maggiore del fenomeno: Me Too, BLM, Antifa, fino all’assalto alle città dell’estate 2020. Fenomeno che a sua volta nutriva la reazione a destra con Maga, QAnon, Proud Boys, Oath Keepers ecc. che a sua volta condusse all’assalto a Capitol Hill. Ho una grande simpatia umana per Obama ma i suoi mandati sono stati micidiali (per non parlare della sua politica estera).
Il motore della politica “femminista” di Obama non è stato Obama, dei dettagli di quelle cose se ne occupava Joe Biden, notorio per la sua retorica incendiaria. Ironicamente ora che è proprio Biden al potere si nota molto meno questa sua tendenza perché è rincintrullito.
Un bel po’ di controllo ce l’avevano eccome, in Europa: “substantive equality” (ovvero transizione dall’uguaglianza all’equità) nella Convenzione di Istanbul l’hanno messo, così come altro: riferimento assai alle donne migranti con parole intersezionali (mi pare proprio che ci sia addirittura la parola “intersezione” o “intersezionale” nella Convenzione).
Inoltre faccio pure notare che la transizione dall’uguaglianza all’equità non è farina del sacco dei woke e delle femministe intersezionali: è il femminismo della differenza che non vuole l’uguaglianza ma l’equità, e che è stato il primo a spinger ein quella direzione.
Malgrado la tua indubbia preparazione generale ho come la sensazione che devi ancora scoprire quanto è profonda la tana del Bianconiglio…
Ottimo articolo
Suggerisco che bisogni quantomeno tornare a Foucault e la sua divulgazione in USA, ma io le propongo la lettura o rilettura della Macchia Umana di Philip Roth – The Human Stain
E’ del 2000 e i temi ci sono tutti.
Complimenti per l’articolo. Anch’io dormivo, eprofondamente. Sto cominciando ad aprire gli occhi finalmente e quello che vedo non mi piace per niente
Grazie
Sempre più ammirata dei suoi pezzi, sono due anni che seguo le attiviste femministe intersezionali sui social, uno studio antropologico il mio con la curiosità di vecchia femminista irritata da tanta confusa propaganda, ora con lei ho capito tanto forse tutto?
Grazie. Io invece non avevo capito niente. Cascavo dal pero. Mi ci sono dovuta mettere d’impegno e studiarne i passaggi per capire che cosa era successo.
Per me è ora fondamentale che molte donne si rendano conto che c’è stata un’appropriazione indebita.