“Creiamo molte fonti di informazione che non sono collegate a noi. Mentre la CIA cerca di capire se sono collegate a noi, esse hanno già un’enorme audience. A volte le trovano e le chiudono. Alcune mattine ti svegli e 600 canali sono stati chiusi tutti in una volta. Mentre loro li chiudono, noi ne abbiamo già creati altri. Questo è come ci rincorriamo l’uno con l’altro. È divertente, in verità. La guerra non è divertente, ma con le infowar puoi divertirti”




Il livello di coinvolgimento della società russa nella guerra di informazione contro l’Occidente lo si può evincere anche da piccoli dettagli. Ad esempio dal fatto che Margarita Simonyan, celebre propagandista di regime, illustri una delle strategie russe nell’infowar parlando in un programma rivolto ad un pubblico generalista.
È utile soffermarsi sulle parole della Simonyan:
1) Esistono molte fonti di informazione create dai russi, ma non direttamente riconducibili ad essi.
Che nella galassia della cosiddetta “controinformazione”, dei “canali indipendenti”, dei “liberi pensatori”, molti prendano ordini (e rubli?) dalla Russia, è il segreto di Pulcinella. Questa è l’ennesima conferma.
2) Le dimensioni del fenomeno: la Simonyan parla di “600 canali chiusi tutti in una volta”, valore che non deve allontanarsi molto dal dato reale delle dimensioni di un network di propaganda (network di cui, verosilmente, ne esistono decine di migliaia, ciascuno comprendente diverse centinaia di siti). Proprio di recente, in Francia, è stato identificato un network di 193 siti che diffondono disinformazione sull’Ucraina, molti dei quali con lo stesso indirizzo IP riconducibile ad un server localizzato in Russia.
Purtroppo trovare dei siti di disinformazione così chiaramente “made in Russia” non è l’evenienza più comune: in questi casi sia la diagnosi che la terapia sono estremamente semplici. Il problema sorge quando gli stessi contenuti vengono diffusi da canali non direttamente riconducibili al Cremlino, come affermato dalla Simonyan. È in questa zona grigia, nella quale svolgono un ruolo fondamentale le quinte colonne, che la propaganda russa prolifera maggiormente.
3) Viene citata come al solito la CIA. Non saprei che valore dare a questa affermazione, può essere un modo semplice per comunicare ad un pubblico generalista facendo leva sulla diffusa paranoia antiamericana. Ma il collegamento tra “informazione” e “servizi segreti” è un dato di fatto. Si ha spesso una visione romanzata dei servizi segreti russi, come se la loro attività principale consistesse nel compiere attentati pittoreschi con polonio o Novichok, oppure “suicidare” oppositori e giornalisti facendoli volare dalle finestre. Nella realtà il focus principale dei servizi di intelligence russi, già dai tempi della Guerra Fredda, è la propaganda. E lo è a maggior ragione oggi, con a disposizione mezzi incredibilmente potenti, che consentono una diffusione ampia e capillare della narrativa del regime (il riferimento naturalmente è ad internet ed in particolare ai social network).
4) L'”enorme audience”: i russi sono consapevoli della notevole efficacia delle loro tecniche di manipolazione delle masse. Motivo per cui investono nell’infowar miliardi di dollari ogni anno.
5) “È guerra”: quello che ancora non vogliamo capire in Occidente.
6) “È divertente”: dal loro punto di vista lo è senz’altro, visto che sul tema dell’infowar l’Occidente arranca, mentre i russi stanno devastando le nostre società con la disinformazione agendo di fatto indisturbati, senza che in Occidente si riesca anche solo a prendere coscienza del problema.
Ciò che dice la Simonyan è interessante perché va a confermare un modus operandi ben noto a chi si interessa della guerra ibrida russa; meno, evidentemente, a chi è chiamato a contrastarla, ovvero le classi politiche occidentali.
È infatti chiaro che in presenza di un’azione di guerra coordinata dai servizi segreti russi, consistente nella creazione di un numero gigantesco di canali di propaganda col tramite di quinte colonne, l’approccio Occidentale sia errato ed insufficiente.
Ciò che nell’UE ha portato al ban dei canali di propaganda russa RT e Sputnik è stato il loro chiaro legame con il Cremlino. Ma aggirare il ban è fin troppo semplice: è sufficiente che gli stessi contenuti di Sputnik ed RT vengano diffusi da canali non russi o da profili anonimi nei social network.
È impossibile dimostrare per decine di migliaia di profili social/siti web un collegamento con la Russia. Ed anche se lo si facesse, chiuderne anche qualche centinaio non risolverebbe assolutamente il problema.
È evidente che la soluzione debba basarsi non solo sulla fonte della disinformazione, ma anche:
– sul tramite che diffonde la disinformazione, (cioè il sito web o il profilo social, indipendentemente dai legami con il Cremlino);
– sulla disinformazione in sè (la notizia falsa); da questo punto di vista l’art. 656 c.p. può tornare utile, specie se opportunamente riformato.
Il tema è delicato, perché bisogna muoversi attorno al limite fra ciò che è libertà di espressione e ciò che ne è un abuso.
Dall’altra parte, difendersi dall’infowar portata avanti da attori stranieri per minare le fondamenta delle nostre società rappresenta un’urgenza indifferibile.
Se si vuole cercare di circoscrivere e di contenere il più possibile il problema, eventuale, della limitazione della libertà di espressione, si può creare una fattispecie giuridica ad hoc che favorisca tale contenimento. Ma a ben vedere non c’è da inventarsi nulla: la Russia è per l’UE uno Stato sponsor del terrorismo. La fattispecie giuridica può benissimo essere questa e bisognerebbe solo definire con maggiore precisione quali siano gli obblighi giuridici derivanti da questa definizione.
Ma possiamo creare una fattispecie ad hoc, ad esempio quella di “Stato ostile” (d’altronde la Russia ha inserito l’Italia nella lista degli Stati ostili: non ci sarebbe da meravigliarsi se l’Italia facesse lo stesso)
Insomma, se volessimo fare un paragone medico, la situazione sarebbe molto chiara: c’è un tumore che va rimosso. La chirurgia deve essere la più conservativa possibile, senz’altro: la libertà d’espressione va preservata in quanto caposaldo della nostra democrazia.
Ma bisogna intervenire d’urgenza. Non facendolo, si rischiano danni enormi.
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La situazione (info-war e guerra asimmetrica) è veramente pericolosa anche per essere sbilanciata a tutto vantaggio del nemico, si nemico perché di nemico si tratta. Purtroppo è come se 2 competitor si stessero sfidando nel mercato dei tappeti (giusto per dirne una): una parte lavora con telai industriali h24/gg7 e magari utilizzando una forza lavoro al limite dello schiavismo , la controparte esegue lavorazioni manuali, belle e carine ma dannatamente lente, con lavoratori sindacalizzati ……
Articolo ben fatto
Grazie, davvero interessate!