


Il viaggio di Ulisse diventa una metafora del cammino di ciascuno: ci si perde senza essere necessariamente perduti, guidati dal desiderio del ritorno. Itaca non è forse la scoperta di un’identità nascosta, ma il ricongiungimento con la perfezione originaria, con ciò che siamo sempre stati e che, attraverso i nostri mostri, impariamo a riconoscere.
Non sempre colui che si perde è perduto. Questa frase fu pronunciata una ventina di anni fa da un pastore metodista in una chiesa evangelica milanese. Ero presente perché, volentieri, usavo accompagnare a messa mia moglie, keniana, appunto di cultura metodista.
Quel pastore parlava con la tipica inflessione anglofona degli americani italianizzati e probabilmente non conosceva perfettamente la lingua italiana. Magari proprio per questo fu particolarmente creativo nell’esprimere il concetto che aveva in mente e propose, forse non del tutto consapevolmente, quella sorta di gioco di parole: non sempre colui che si perde è perduto.
Ci sono frasi destinate a restarti nella memoria, indelebili, come tatuaggi. Per quanto mi riguarda, quella frase di quel pastore metodista è una di queste. Ci si perde, certo, ma non sempre, non per sempre: la via si può sempre ritrovare. Questo mi pareva il messaggio.
Perché quella frase si ripropone proprio oggi alla mia mente? Credo dipenda dal gran parlare che si è fatto intorno al nuovo film di Christopher Nolan. In effetti anche l’Ulisse di Nolan si perde, ma mai è davvero perduto.
Non è perduto perché mantiene il suo rapporto col nostos, il ritorno, ed anche quando ci pare in balia degli eventi o prigioniero della sua stessa volontà di dominarli, il desiderio del ritorno lo salva e lo riconduce al suo cammino, a quel viatico che Paulo Coelho definisce magistralmente come “leggenda personale”.
Il viaggio di Ulisse rappresenta il percorso personale di ognuno di noi, un percorso che porta alla luce tutti i nostri mostri interiori, quei mostri che ci obbligano a fare i conti con nefandezze compiute e rimosse, un cammino che ognuno di noi inevitabilmente percorre. Verso dove? Verso quale ritorno? In cosa consiste la nostra Itaca?
Secondo molti, il nostro viaggio consisterebbe nella ricerca di noi stessi, come se da qualche parte si celasse il nostro vero io, un’identità nascosta che andrebbe solo scovata. Così, ci si lascia andare a una caccia al tesoro fatta di frasi fatte come “voglio essere me stesso” o “sto facendo un lavoro su di me” o ancora “ho deciso di seguire le mie passioni”.
Da tempo sono convinto che l’Itaca di ciascuno di noi consista in tutt’altro e sia forse rappresentata dalla nostra perfezione perduta, quello stato esistenziale perfettamente incontaminato che ci caratterizzava al momento della nostra nascita, coscienza allo stato puro. Forse è a quello stato che siamo destinati a ritornare, forse in questo consiste il nostos di ciascuno di noi.
Se fosse così, allora non saremmo chiamati a scoprire chi davvero siamo, semmai a ripercepire chi siamo sempre stati. Lo stesso Argo non riconosce Ulisse per ciò che è diventato, ma per ciò che è sempre stato. Argo lo abilita a riconciliarsi con la sua coscienza più profonda e, compiuta questa missione, può morire in pace. Forse ognuno di noi ha il suo Argo, va solo riconosciuto.
Non c’è dunque una meta, c’è solo un ritorno, la meta è il pretesto per percorrere il cammino, perché come ci suggerisce Costantino Kavafis, Itaca ti ha dato il viaggio bello. Senza di lei non ti saresti messo in strada. E non ha altro da darti.
Probabilmente per questo l’Ulisse di Nolan non si gode l’agognata meta dopo averla raggiunta e, riconquistato il suo regno, riprende il viaggio, questa volta in compagnia della sua amata Penelope: il nostos deve ancora compiersi.
Colui che si perde non è dunque mai perduto, perché il perdersi è il nostro stato naturale e permanente, è il nostro destino. Quando impareremo a voler bene a questo nostro destino, saremo pronti a ricongiungerci con la nostra perfezione perduta, a diventare la nostra stessa via e potremo finalmente abbracciare quella sorta di emozione cosmica dalla quale, forse, tutti noi proveniamo.
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