


Nel cordoglio unanime per Francesco Guccini, Alessandro Tedesco è una voce fuori dal coro che mette in discussione la sua canonizzazione artistica: alla forza letteraria dei testi contrappone la povertà armonica, leggendo nel suo successo il riflesso di un’Italia che troppo spesso scambia la tristezza per profondità e la monotonia per grande arte.
Nel grande teatro del cordoglio a reti unificate, la morte di Francesco Guccini ha innescato l’ennesima liturgia collettiva. Tutti lo piangono, tutti si stracciano le vesti per la scomparsa del “grande cantautore”, del poeta con la chitarra, dell’ultimo faro morale di una generazione. Di fronte alla scomparsa dell’uomo, il rispetto umano è ovviamente assoluto, sincero e doveroso. Ma se dal lutto passiamo all’analisi prettamente artistica, a costo di attirare gli strali dei custodi del tempio, devo confessare una distanza incolmabile.
Sia chiaro: nessuno intende negare l’evidenza letteraria. Certi suoi testi erano splendide narrazioni, lampi di profonda poesia e acute riflessioni sulla realtà. Eppure, musicalmente parlando, l’ho sempre trovato stancamente monotono e poco inventivo. Più che di banalità, si tratta di una povertà armonica cronica. Accordi basici, reiterati all’infinito su architetture folk che scimmiottavano il blues dei campi di cotone americani, ma scelti come mero e rassicurante tappeto sonoro. I suoi difensori diranno che questa piattezza era una scelta funzionale, un modo per privilegiare l’oralità e dare risalto alla narrazione. Legittimo. Ma all’ascolto questa rinuncia alla dinamica si traduceva in una cantilena sfiancante. Basta prendere un inno intoccabile come “La locomotiva”: un testo potentissimo, certo, ma appoggiato su una sequenza di accordi di chitarra acustica così circolare e monotona che, unita a quell’incedere greve, finisce per trasformarsi in un mantra che confina con lo sfinimento emotivo.
Il successo di questa formula è la perfetta radiografia di una certa patologia culturale. Noi italiani, o almeno una vasta fetta della nostra intellighenzia, abbiamo un disperato bisogno di tristezza. Ci crogioliamo nel lamento autocompiaciuto. Lo aveva inquadrato con spietata lucidità Madonna, anni fa, ospite di Fabio Fazio: “Voi italiani amate la tristezza”. Aveva drammaticamente ragione. Guccini è stato il sommo sacerdote di questa malinconia, il megafono di chi scambiava sistematicamente la tetraggine per profondità.
Per fortuna, la musica italiana non è solo questo. Giganti come Paolo Conte e Lucio Dalla sono la dimostrazione di quanto possa essere geniale una canzone che narra la strada, i bar e la vita senza dover per forza annegare nella filosofia da osteria e nella depressione. Non a caso, durante la lectio magistralis per la sua laurea ad honorem a Bologna, Dalla ricordò magistralmente quanto poco il testo aulico, filosofico e letterario avesse a che fare con la musica, spiegando che “il testo di una canzone non è una poesia… usa la lingua di tutti i giorni, la lingua della strada”. Loro sapevano essere profondi restando leggeri, ironici, swinganti: esattamente il contrario della tetraggine elevata a sistema.
E che nessuno mi accusi di snobismo verso la forma-canzone in sé. La canzone è un’arte nobilissima e ha regole spietate che rifuggono la cattedra. I Beatles ci hanno insegnato che bastano due paroline in croce, un “Ob-La-Di, Ob-La-Da”, per creare un capolavoro assoluto, così come ai grandi bluesmen del Delta bastava ripetere all’infinito che il treno stava passando per evocare mondi interi. La canzone esige carne e sintesi. Se guardiamo a Fabrizio De André — o, oltre confine, a giganti come Bob Dylan, Johnny Cash e Nick Drake — troviamo artisti capaci di far sanguinare la chitarra esattamente come il vocabolario e di comprendere fino in fondo questa dualità. Pur partendo dal testo, De André si spinse sempre più verso una ricerca armonica e orchestrale raffinata, evolvendosi. Guccini, al contrario, ha sacrificato la musica sull’altare di un’oralità nuda, da comizio.
Da qui sorge spontaneo il mio interrogativo: se la tua forza è l’intelletto e la tua musica è solo un accompagnamento di servizio, perché non limitarsi a scrivere libri? La risposta è ovvia: vestire i panni del cantore popolare gli ha garantito un pubblico, un’aura e una cassa di risonanza che la semplice pagina stampata non gli avrebbe mai dato. Ma il prezzo da pagare per questa scelta è stato una perenne stagnazione sonora.
Il cantautorato gucciniano aveva una sua forza propulsiva e sociale negli anni del Sessantotto, quando quella formula intercettava un bisogno reale di aggregazione. Poi il tempo è andato avanti e lui è rimasto il monumento di se stesso, prigioniero del proprio cliché. La presentazione di Canzoni da intorto alla Bocciofila Martesana di Milano resta, in questo senso, un sipario perfetto: un passaggio malinconico, tra un bianchino e una bocciata, per un’arte rifugiata nella nostalgia.
So benissimo di essere fuori dal coro. In un Paese che non tollera deviazioni durante le canonizzazioni mediatiche, le critiche pioveranno. Pazienza. Non si scrive per compiacere il senso comune, ma per ricordare quanto spesso scambiamo l’abitudine per genialità e la monotonia per grande arte.
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Gentile AT,
lei ha usato una parola esatta: eleganza. E ha ragione, l’omaggio di Conte era elegante.
L’eleganza però non è un ornamento: è la sicurezza di chi non ha bisogno di diminuire nessuno per affermarsi. Ed è esattamente ciò che manca al suo ultimo intervento. «Idolo intoccabile», «tifo da stadio», «liturgie», «noia armonica»: non sono argomenti, sono insofferenza. Un’analisi non ha bisogno di disprezzo per farsi ascoltare.
Se ha un quarto d’ora, cerchi il dialogo televisivo fra Dalla e Guccini negli anni Settanta. Dalla gli dice in faccia che la sua musica non gli piace. Lo dice ridendo, e Guccini risponde ridendo. Nessuno dei due ha bisogno di essere confermato, perché entrambi sanno chi sono. Si può dire tutto — che l’armonia è povera, che De André è più ricco, che il pane e salame non è alta cucina — restando in quel registro.
La differenza fra critica e insofferenza non sta nella tesi. Sta nel tono. La sua tesi la trovo in parte fondata; il tono no.
Non le chiedo replica. Buon lavoro.
Cordialmente
Alfredo De Biasio
Gentile Tedesco,
nelle stesse ore in cui uscivano i suoi garbati dubbi, Paolo Conte — che lei stesso colloca tra i geni — salutava Guccini come un amico, ringraziandolo per la compagnia e le memorabili canzoni, e precisando: «la mia preferita è sempre stata “Bisanzio”».
Il dettaglio non è sentimentale, è metodologico. Se l’orecchio armonico più raffinato della canzone italiana ha ascoltato Guccini per cinquant’anni con affetto e ammirazione, le possibilità sono due: o quell’orecchio è difettoso, o il metro che lei propone è troppo stretto per misurare ciò che Guccini faceva.
E la scelta di Bisanzio lo dice meglio di qualunque argomento. Conte non indica un brano armonicamente ricco: indica un brano in cui contano il testo, il respiro, la durata, l’atmosfera. Esattamente le qualità che lei giudica insufficienti. Non è che Conte non senta la semplicità armonica, è che sa che in una canzone non è l’unico parametro.
Cordialmente
Alfredo De Biasio
Gentile De Biasio, scambiare l’eleganza di un omaggio funebre per un saggio di musicologia è un curioso esercizio di equilibrismo. Paolo Conte, da gran signore qual è, ha salutato l’amico e il cantastorie – o il menestrello, come preferite – ricordando le suggestioni testuali di “Bisanzio”. Non mi pare affatto si sia sperticato in lodi sulle sue inesistenti progressioni armoniche.
Un orecchio raffinato sa benissimo distinguere la potenza della parola dalla povertà dello spartito. Uno chef stellato può commuoversi sinceramente gustando una fetta di pane e salame, ma non commetterà mai l’ingenuità di spacciarla per alta cucina.
Mi consenta, infine, una nota a margine per chiudere definitivamente la questione. Trovo francamente estenuante, per non dire mortificante, dover continuare ad assistere a queste strenue, quasi religiose arrampicate sugli specchi pur di difendere l’inconsistenza di una musica strutturalmente povera. Il tifo da stadio, per definizione cieco e sordo, mal si concilia con l’analisi critica. Avete il vostro intoccabile idolo e la vostra immutabile, rassicurante noia armonica: teneteveli pure. Per quanto mi riguarda, il tempo da dedicare a queste liturgie è abbondantemente scaduto.
Cordialmente
AT
La locomotiva è, per dichiarazione dello stesso Guccini, una ballata anarchica e popolare strutturata sulla falsariga della tradizione dei cantastorie padani. L’uso di pochissimi accordi ripetuti e l’incedere ritmico circolare servono a creare un effetto ipnotico e incalzante.
Ma sostenere, in generale, che Guccini sia “armonicamente povero” significa ignorare una larghissima parte della sua produzione, specialmente quella legata a collaborazioni con grandi musicisti (come Vince Tempera, Ellade Bandini, Ares Tavolazzi o Juan Carlos Biondini). Accanto ai pezzi di matrice folk armonicamente scarni, Guccini ha scritto e interpretato brani con strutture armoniche decisamente ricercate, ricche di modulazioni, accordi di sesta, settima, nona e passaggi non banali.
Il limite dell’articolo è proprio questo: aver preso il “cliché” di Guccini (la chitarra acustica e i tre accordi delle ballate sessantottine) e averlo applicato arbitrariamente a cinquant’anni di carriera artistica sfaccettata.
Forse prima di montare in bigoncia sarebbe meglio ascoltare tutto con cognizione di causa.
Gentile Marcello, confondere il pregevole lavoro di arrangiamento di maestri come Tempera o Tavolazzi con la reale vena compositiva del cantautore è un errore strutturale. Vestire una linea melodica monocorde con un accordo di settima o di nona in sala di registrazione nobilita la confezione, ma non ne trasforma la sostanza armonica di partenza.
Quanto al suo perentorio invito ad ascoltare l’intera discografia prima di “montare in bigoncia”, la ringrazio per il suggerimento, ma le confesso che mi risulta un’impresa titanica: trovo già fisicamente insostenibile arrivare alla fine di un solo brano. Se per difendere la levatura musicale di un artista si è costretti a setacciare cinquant’anni di carriera in cerca di una modulazione non banale, forse il mio “cliché” ha centrato esattamente la regola.
Un cordiale saluto.
La locomotiva è, per dichiarazione dello stesso Guccini, una ballata anarchica e popolare strutturata sulla falsariga della tradizione dei cantastorie padani. L’uso di pochissimi accordi ripetuti e l’incedere ritmico circolare servono a creare un effetto ipnotico e incalzante.
Sostenere che Guccini sia “armonicamente povero” significa ignorare una larghissima parte della sua produzione, specialmente quella legata a collaborazioni con grandi musicisti (come Vince Tempera, Ellade Bandini, Ares Tavolazzi o Juan Carlos Biondini). Accanto ai pezzi di matrice folk armonicamente scarni, Guccini ha scritto e interpretato brani con strutture armoniche decisamente ricercate, ricche di modulazioni, accordi di sesta, settima, nona e passaggi non banali.
Il limite dell’articolo è proprio questo: aver preso il “cliché” di Guccini (la chitarra acustica e i tre accordi delle ballate sessantottine) e averlo applicato arbitrariamente a cinquant’anni di carriera artistica sfaccettata.
Forse prima di montare in bigoncia sarebbe meglio ascoltare tutto con cognizione di causa.
Gentile Alessandro,
la ringrazio sinceramente per la cortesia e la precisione con cui ha voluto chiarire il suo punto di vista. È sempre un piacere confrontarsi con chi ragiona senza alzare la voce.
Sul menestrello medievale le do volentieri ragione, ed è sicuramente meglio lasciarlo al suo secolo, con i suoi liuti e le sue corti. E ammetto che l’idea di elevare la monotonia a conquista democratica possa suonare, a un orecchio esigente, quasi un paradosso. Del resto, come cantava con quella sua saggezza disarmante Enzo Jannacci, “ci vuole orecchio”, e il suo, educato come lo descrive, ha tutto il diritto di trovare l’impianto gucciniano, a lungo andare, un po’ sfiancante. Non discuto i gusti; anzi, li rispetto. Anche perché Jannacci stesso ci ha insegnato che l’orecchio, a volte, è una faccenda misteriosa, capace di farci amare sia le rivoluzioni che le ninne-nanne un po’ malinconiche.
Sul confronto con Dylan, poi, le riconosco una certa efficacia narrativa. Lui ha davvero scosso le regole imbracciando la Stratocaster a Newport; Guccini, più sobriamente, ha preferito restare a raccontare storie con tre accordi e una malinconia padana. Sono strade diverse, e forse non è necessario che l’una squalifichi l’altra.
Quanto a me, confesso di condividere con il genio di Hibbing almeno un piccolo vizio, dato che anch’io, con un certo orgoglio, possiedo una Fender Stratocaster (versione economica). Non ho certo scardinato generazioni, ma ogni tanto la accarezzo e mi dico che, in fondo, tre accordi possono servire a molte cose. Anche solo a cullare qualcuno nella sua rassicurante tristezza. E, chissà, forse anche Jannacci avrebbe sorriso di fronte a tanto entusiasmo elettrico. Se a lei Guccini continua a non piacere, nessun problema. Io mi limito a godermi la possibilità che, come lei stesso generosamente ammette, il mio orecchio (e il suo) possa rivelarsi, di tanto in tanto, tremendamente fallibile.
Con simpatia e un cordiale saluto.
Gentile Daniela, è sempre un piacere confrontarsi costruttivamente.
Sono assolutamente d’accordo che tre note possano fare sognare. Del resto, lo ribadisco, non solo Dylan lo ha fatto ma tanti altri geni, come Miles Davis in Bitches Brew o Kind of Blue, e non mi addentrerei nella musica di Karlheinz Stockhausen. Guccini era un menestrello, e un ottimo oratore e scrittore. Penso che si sarebbe dovuto limitare alla sua lingua e alla penna.
L’orecchio no, proprio no.
Grazie ancora
Cari saluti
Alessandro
Lo stesso Dylan, che lei cita come esempio virtuoso, ha basato gran parte della sua produzione su progressioni di tre accordi di matrice folk-blues e su una vocalità deliberatamente sgraziata e recitata, non lontana da quella imputata a Guccini.
Gentile Daniela, le rispondo ai due suoi commenti.
Intanto la ringrazio per il garbo della sua riflessione, che però mi offre l’occasione per ribadire e chiarire il mio punto di vista.
Lei usa l’immagine del menestrello medievale per giustificarne le palesi carenze musicali. Ma il cortocircuito è esattamente questo: un menestrello medievale è, per l’appunto, un menestrello medievale. Una figura che è un gran bene resti confinata al XIII secolo. Anzi, a dirla tutta, c’è il forte sospetto che mille anni fa, nelle corti, l’estro armonico fosse persino superiore.
Inoltre, esaltare la monotonia come una sorta di conquista democratica per chi è sprovvisto di talento musicale è un paradosso concettuale. Per dirla con il genio di Enzo Jannacci, nella vita, e a maggior ragione nella musica, “ci vuole orecchio”. E se devo considerare l’orecchio, educato per come l’ho io, purtroppo, percepisco fisicamente quanto quell’impianto sonoro gucciniano risulti alla lunga inascoltabile e sfiancante.
Infine, l’accostamento a Bob Dylan storicamente e musicalmente non regge. Non confondiamo un genio assoluto con un cantastorie. È vero che Dylan è partito dalle stesse radici folk, ma lo ha fatto per farle esplodere dall’interno. Quando nel 1965 si presentò sul palco del Festival di Newport imbracciando la sua Fender Stratocaster, lasciò tutti a bocca aperta e sconvolse un’intera generazione, scardinando per sempre le regole della canzone. È la sottile ma abissale differenza tra chi usa tre accordi per fare la rivoluzione e chi li usa, all’infinito, per cullare il pubblico nella solita, rassicurante tristezza.
Ma in fondo non è un problema e, se a Lei questo ascolto piace, non ho davvero nulla da obiettare. Io mi sono semplicemente limitato a esprimere il mio punto di vista, con la serena consapevolezza che possa anche rivelarsi tremendamente errato.
Non sono molto d’accordo. È un po’ come rimproverare a un menestrello medievale di non essersi diplomato in composizione dodecafonica al conservatorio di Vienna.
Viva la monotonia, allora: almeno permetteva di cantare anche a chi era sprovvisto di orecchio assoluto.
Certo, se cerchiamo la piroetta armonica di Paolo Conte o il guizzo jazzistico di Lucio Dalla resteremo delusi, esattamente come se pretendessimo che un romanzo di periferia di Pasolini avesse la levigatezza stilistica di Proust, perché si tratta di categorie dello spirito, prima ancora che della musica.
E per fortuna non tutti abbiamo né dobbiamo avere gli stessi gusti, e l’arte, in generale, ringrazia.
Guccini ha scritto e cantato alcuni autentici capolavori che resteranno nella storia della canzone e nel cuore di molti. Il fatto che le musiche siano spesso semplici nulla toglie alla loro bellezza. Sono tante le canzoni che si basano su accordi semplici e ripetuti, e questo capita perché in una canzone la musica è spesso funzionale alla valorizzazione del testo, così come altre volte capita il contrario.
Concordo: lo condivido su Facebook
Concordo, anche nell’articolo gemello al tuo che ho scritto su Guccini ho messo in luce come il suo sia un lavoro di scrittura e con pochi risvolti musicali. La parte interessante è nei testi, che spaziano dal registro aulico a quello parlato/popolare.
Dalla aveva nella sua valigia anche il jazz, con il clarino sempre pronto, e quindi anche il ritmo. Guccini pensava la musica come accompagnamento al testo, lo stesso capita in molti lavori di Bob Dylan, non tutti.