
Pubblichiamo l’intervento di Massimiliano Coccia nel corso dello Spazio Twitter: Interferenze russe in Italia tra propaganda e affari:
Devo dire che sono stanco, perché mi sembra di vivere in un eterno “giorno della marmotta”, in cui ogni giorno si ripete sempre la stessa dinamica. Sul fronte ucraino, gli ucraini riescono con fatica a mantenere le loro posizioni, impedendo l’avanzata russa. Allo stesso modo, anche noi, nel campo dell’informazione e della contro-informazione, teniamo una linea di resistenza.
Ma non riusciamo a sfondare quel muro. Non per mancanza di volontà o di impegno, ma perché ci scontriamo con limiti che non dipendono da noi: dipendono dagli “adulti nella stanza” — chi governa, chi ha responsabilità editoriali, chi decide i palinsesti radiotelevisivi.
Ogni tanto qualche risultato lo otteniamo: tutti abbiamo partecipato, chi più chi meno, alla campagna per respingere Gergiev, e ora ci troviamo davanti a un’altra sfida simile, un altro “personaggio” ambiguo, travestito da artista, da tenore o direttore d’orchestra. Ma questa continua necessità di respingere, di difendere la linea del fronte, ci costa qualcosa di importante: ci impedisce di impostare un ragionamento più ampio, di comunicare davvero con le opinioni pubbliche europee, di spiegare quale sia la posta in gioco.
In Francia, in Belgio, in Germania o in Spagna la consapevolezza su ciò che accade è più diffusa. Noi, invece, restiamo ancora una volta il ventre molle dell’Europa. E questa volta, più che di complicità, parlerei di una sorta di “terzietà” del governo italiano: un atteggiamento ambiguo, a metà strada tra il sostegno formale all’Ucraina e una sostanziale inazione sul fronte interno.
Sì, a parole il governo Meloni sostiene Kiyv, e probabilmente lo fa anche sul piano militare e della sicurezza. Ma manca quel passo in più: la volontà di mettere in sicurezza anche i nostri asset democratici, a partire dall’informazione. C’è una sottovalutazione del rischio, come se il problema della propaganda russa, della disinformazione, non ci riguardasse direttamente.
Eppure, con l’avvicinarsi delle prossime elezioni politiche, questo problema diventerà anche loro, perché la Russia, Maria Zakharova, e tutta la schiera di propagandisti e influencer filo-Cremlino proveranno, come già accaduto altrove, a dare una spallata dentro la nostra cabina elettorale. E allora, forse, ci si accorgerà troppo tardi che il fronte dell’informazione non è meno decisivo di quello militare.
Dobbiamo renderci conto di una cosa: la disinformazione e la propaganda non si impiantano dal nulla, ma attecchiscono su ciò che è già sedimentato dentro una società. E in Italia, da questo punto di vista, il terreno è fertile.
La salute del nostro dibattito pubblico è pessima, ma non da ieri, non dall’invasione russa dell’Ucraina: lo è da decenni. Abbiamo una Rai gestita in modo partitocratico, televisioni commerciali schiave dell’audience e un sistema mediatico in cui la qualità e la competenza sono da tempo sacrificate. Il risultato è che il dibattito pubblico italiano è dominato da mali antichi e strutturali, e dentro questo sistema la penetrazione di una macchina di propaganda scientificamente organizzata — come quella russa — diventa facilissima.
Basta guardare cosa succede oggi: le prime serate televisive sono popolate da personaggi che non hanno alcuna preparazione, che parlano di guerra, di propaganda o di geopolitica senza strumenti né conoscenze. A fronte di pochi esperti come il professor Parsi, vediamo ripetutamente in tv figure come Alessandro Di Battista o altri che oscillano tra populismo e disinformazione, talvolta persino in sintonia con la narrativa del Cremlino.
Il problema è che il nostro sistema informativo non solo è fragile, ma anche prigioniero di una logica di potere. I partiti controllano la Rai e influenzano le redazioni: ieri si chiamava “Telerenzi”, oggi “Telemeloni”. Gli ospiti vengono scelti dagli uffici stampa dei partiti e dalle agenzie di comunicazione, non per competenza ma per convenienza. Questo genera una paradossale “par condicio dell’orrore”: ogni voce razionale deve essere affiancata da una voce opposta, anche se apertamente filoputiniana o filo-Hamas, come se la verità fosse solo una questione di equilibrio fra estremi.
In questo contesto, la propaganda trova terreno libero. Non perché gli italiani siano ingenuamente manipolabili, ma perché spesso non hanno reali alternative. L’informazione generalista non offre più strumenti per capire: chi vuole comprendere deve cercare da solo, scavare tra fonti indipendenti e inchieste, con il rischio di imbattersi più facilmente in chi disinforma che in chi racconta la verità.
Questa assenza di un’informazione libera e competente è una ferita profonda della nostra democrazia. Non c’è stata solidarietà vera verso i giornalisti italiani minacciati dai propagandisti russi, non c’è stato un minuto di silenzio per i cronisti ucraini uccisi, e persino figure come Viktorija Amelina, scrittrice ucraina assassinata, sono state ricordate solo a livello europeo. È il segno di una rimozione collettiva che precede di molto la guerra in Ucraina.
Il problema è sistemico: non abbiamo più editori disposti a difendere la libertà di stampa, né imprenditori pronti a investire in un’informazione indipendente. Chi fa giornalismo libero lo fa con risorse limitate, in un contesto ostile, pagando un prezzo in visibilità e in sicurezza economica. È una condizione che ricorda quasi la resistenza informativa ai tempi del fascismo: allora c’erano i ciclostili nelle cantine, oggi ci sono piccole redazioni digitali che sopravvivono ai margini del mainstream.
Eppure, nonostante tutto, non è vero che la propaganda vinca sempre. Le campagne di mobilitazione civica — come quella contro Gergiev — hanno dimostrato che quando cittadini consapevoli, giornalisti, parlamentari e attivisti collaborano, possono fermare la macchina della disinformazione. Quei successi, anche se parziali, mostrano che esiste uno spazio di resistenza e che la lotta per la verità non è persa.
Ma per continuare a vincere, serve ampliare le alleanze e uscire dai confini ideologici. Significa costruire reti anche con chi non ci è vicino politicamente, ma condivide la difesa della verità e della democrazia. Perché la guerra informativa — come quella militare — si combatte su più livelli, e si vince solo se si capisce che la posta in gioco non è un singolo conflitto, ma il diritto stesso dei cittadini a conoscere, comprendere e scegliere.
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E’ un problema che riguarda chi propone certi dibattiti e trasmissioni, ma soprattutto di chi li guarda per passare il tempo o magari prova anche divertimento nel seguire battibecchi accesi e opinioni campate per aria. E’ questo ciò che permette loro di proseguire nei loro intrattenimenti, nient’altro che le preferenze del pubblico.
E’ una cosa banale ma essenziale che caratterizza il successo di certi programmi e reti televisive. La ricerca della polemica viene prima della vera informazione, per questo forse chi li segue non dovrebbe prendere sul serio certe discussioni e penso che qualcuno sa già di dover agire in questo modo.
Più preoccupanti secondo me dei talk show sono certi articoli di giornale e i vari telegiornali dove la ricerca della polemica e la manipolazione delle informazioni fanno grandi danni. Forse certi editori pensano non ci sia altro modo per fare profitti e vendere copie di giornale, ma il rischio di avvantaggiare attori ostili è troppo elevato.
Serve predisporre una seria supervisione sulla veridicità o meno delle notizie e degli articoli, e non possono farlo sempre piccole agenzie o blogger indipendenti.