

In un breve video che si può trovare sui social, Dario Fabbri, il noto esperto di geopolitica e direttore della rivista “Domino”, afferma che “il più grande errore dell’Occidente è credersi il fine ultimo dell’evoluzione”. Diamo per scontato, si sostiene ancora, che “gli altri esseri umani, se liberi – e dunque diamo per scontato che loro non lo siano – realizzerebbero una società simile alla nostra. Ad esempio, gli iraniani si ribellano al governo di Teheran: non vogliono la teocrazia? Molto probabile… Chi ha stabilito, però, che vogliono realizzare la nostra società? Non ce l’hanno mai detto. Il nostro errore occidentalista è questo”.
Le parole sono state pronunciate in una delle ultime puntate del famoso podcast Basement (BSMT), condotto da Gianluca Gazzoli, caricata su YouTube dieci giorni fa. È un discorso breve, ma sintetizza bene l’idea di Fabbri: in altre circostanze si è espresso sostanzialmente nello stesso modo. Non è vero che tutto il mondo vuole imitare noi occidentali, anzi.
È interessante anzitutto notare l’atteggiamento di tetragona sicurezza con cui Fabbri espone le proprie teorie, con frasi brevi come tweet, che si conficcano nella testa degli ascoltatori, impazienti di scoprire cosa si muove “in realtà” sotto la superficie della storia. Ogni proposizione è una sentenza, una rivelazione resa con voce metallica, che non concede nulla alle emozioni: così stanno le cose, se vuoi continuare a vivere nel tuo Matrix segui pure gli altri; se vuoi la pillola rossa, ascolta la geopolitica.
Niente subordinate, niente dubbi: la realtà non sono i fatti, ma la struttura entro cui accadono, che il profano non sa vedere. Se per i filologi comprendere significa andare all’etimologia dei termini, per il geopolitologo si tratta di andare all’etimologia dei popoli: lì c’è la struttura.
Se la forma è attraente, dentro la confezione ci sono un mucchio di imprecisioni. Anzitutto, l’idea che l’Occidente si consideri il fine della storia, che noi siamo i buoni e gli altri i cattivi, è di un sorprendente anacronismo: l’abbiamo abbandonata da un sacco di tempo.
Non serve dimostrarlo molto: basta aprire un manuale di storia o filosofia delle scuole superiori, uno a caso, per trovare schede, approfondimenti, interi capitoli dedicati alla critica dell’eurocentrismo. A mio avviso con insistenza talvolta eccessiva: la critica interna di una civiltà è segno di salute; l’autodemolizione è invece patologica e storicamente ingiustificata. Ma questa è un’altra questione.
Il problema più grosso è il discorso sulla libertà. Prima di tutto, nessuno ha mai pensato che i giovani di Teheran, o la popolazione della Corea del Nord, o altri popoli, debbano istituire una democrazia parlamentare, magari col bicameralismo perfetto e il CNEL.
Quando costruisci un avversario così fragile è troppo facile abbatterlo, specie in presenza di un interlocutore che non interloquisce. Il punto centrale, però, è un altro: il relativismo culturale assoluto che Fabbri e altri sposano con l’atteggiamento accondiscendente dello scettico che ti rivela che Babbo Natale non esiste, è in realtà quanto di più altezzoso e paternalistico si possa immaginare nei confronti dei non occidentali.
È come dire: voi non volete la libertà, non ne avete bisogno, non siete fatti per essa; è un capriccio culturale nostro, voi funzionate in un altro modo. Apparentemente è rispetto, in realtà è l’antica distinzione coloniale tra popoli adulti e popoli minorenni, che ritorna inconsapevole e con una retorica aggiornata: non più “vi civilizziamo”, ma “vi lasciamo ai vostri valori”, valori che – guarda caso – spesso coincidono con quelli dell’élite che reprime.
Il relativismo assoluto – posizione morale legittima, certo, ma chi ne fa professione dovrebbe curarsi di fondarla rigorosamente – diventa così una comoda giustificazione morale per non vedere la domanda elementare di dignità che attraversa tutte le culture. Perché la libertà non è un’invenzione occidentale: ogni volta che un potere opprime, ovunque, qualcuno protesta, qualcuno fugge, qualcuno muore per parlare, amare, vestirsi, credere senza essere sorvegliato. Che nome ha tutto questo, se non libertà?
Quando migliaia di iraniane sfidano una teocrazia sapendo di poter essere picchiate, arrestate e uccise, davvero crediamo che stiano combattendo per un valore occidentale? O che siano ingannate da una propaganda straniera? Dire così significa toglier loro la voce, ridurle a oggetti geopolitici, negare che la loro sofferenza e la loro speranza siano autentiche.
Certo, la libertà si specifica in modi differenti nelle varie culture: in una società che ha il confucianesimo come sfondo, non sarà lo stesso che in una di tradizione giudeo-cristiana.
Gli uomini possono, però, confrontare le cornici culturali in cui sono nati, con quelle di altri esseri umani: possono equipararle, eventualmente lasciare una cornice ed abbracciarne un’altra. Gli esseri umani possono giudicare la propria cultura: questo è il punto decisivo. Se assumiamo che ogni individuo è una cellula passiva della propria tradizione, neghiamo la facoltà di critica, esperienza, apprendimento, persuasione, confronto.
Eppure la storia è piena di esempi contrari: rivoluzionari, riformatori, dissidenti, convertiti. Non a caso tutti i regimi dittatoriali tendono a isolare la popolazione dalle notizie esterne, per quanto possono, per evitare che la vista della libertà di altri possa favorire la resistenza interna.
Il relativismo assoluto (ma forse, in questo caso, sarebbe meglio definirlo “facilone”) mostra qui il suo tratto tirannico, nella misura in cui non riconosce agli uomini il diritto di cercare ciò che loro ritengono migliore, più vero, più buono, più utile, ma stabilisce in anticipo ciò che gli altri possono o non possono volere. Così le culture sono congelate.
Su tali basi, si può affermare che il discorso di Fabbri, non il solo a ragionare in un certo modo, sia portatore asintomatico di eccezionalismo occidentale. È il discorso di chi è talmente convinto di essere un caso unico da immaginare che nessun altro al mondo possa desiderare ciò che desidera lui.
È un paradosso: dopo aver accusato per decenni l’Occidente di considerarsi superiore, oggi molti “realisti” lo considerano talmente eccezionale da ritenere i suoi valori inimitabili, incomprensibili, quasi biologicamente estranei agli altri popoli.
È un rovesciamento elegante: non siamo migliori, siamo semplicemente diversi, e la libertà non è un’esigenza umana, ma un capriccio locale. Ma questa presunta modestia intellettuale diventa un’immensa presunzione antropologica: se un iraniano o un russo o un afghano desiderano libertà di parola, di religione, di movimento, allora – si suggerisce – non possono che essere strumenti dell’Occidente, perché nella loro cultura tali aspirazioni non esistono.
Si toglie così alla libertà il suo carattere universale e la si riduce a un prodotto geografico, come il parmigiano reggiano.
Questa forma di relativismo facilone è, insomma, solo una versione aggiornata di arroganza occidentale: siamo talmente convinti di essere un caso unico che immaginiamo che nessuno al mondo possa desiderare ciò che desideriamo noi.
E invece la sete di libertà precede l’Occidente, lo supera, lo smentisce: nasce ovunque ci sia un uomo che rifiuta di essere schiavo. Così, affermare che la parola libertà abbia “un significato positivo solo in Occidente”, come sostiene ancora Fabbri nella stessa puntata del podcast, svela, infine, la grave confusione di chi scambia “la differenza delle forme” con “l’assenza di sostanza”.
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Articolo e commenti condivisibili. Ricorda però qualcuno il mantra di solo qualche anno fa, tanto caro agli USA (e non solo) “esportare democrazia”? Esperimenti – mi pare – sostanzialmente falliti, in Iraq e Afghanistan, tanto per citare due esempi. L’essenza della questione meriterebbe ulteriori approfondimenti
Chiaramente sostenere i diritti e le libertà per tutti gli individui non significa che si possono trasmettere specie con la forza facilmente in certe zone dove in gran parte mancano.
Servirebbe una presenza militare, politica, intellettuale e via dicendo fissa e costante per poter vedere dei risultati in un ampio arco di tempo dopotutto.
Un lustro o un decennio non bastano. Una sorta di neo colonialismo senza i difetti e i soprusi del primo colonialismo, ma che probabilmente andrebbe a fallire o servirebbe il pugno duro per tenere la situazione dato che scatenerebbe credo proteste e rivolte, oltre a dover gestire pesanti critiche nei Paesi d’origine dei coloni.
Un altro personaggio arrivato alla ribalta grazie a buoni contatti e agganci nel mondo dell’informazione e della politica. Nulla di nuovo.
Il tema è sempre lo stesso pur di giustificare e non disturbare i poteri che governano quei Paesi non democratici. Forse pensano che a loro ciò non riguardi quello che fanno all’interno del loro Paese, ma tra immigrazione e guerra ibrida e commerciale o anche diretta come fa la Russia ormai nessuno può ritenersi immune e risparmiato da certi fattori globali.
Sono tentato di rovesciare il discorso, ed essendo i “non occidentali” sempre più aggregati intorno alla superpotenza cinese, che nelle sue figure apicali fa discorsi del tutto assimilabili a quelli di Dario Fabbri e visto che, piaccia a o meno, siamo in guerra con questo blocco, sosterrei una tesi diversa da quella del relativismo.
Ovvero che Fabbri, Caracciolo e compagnia (le cui analisi sono indicatori predittivi contrarian) sottendano implicitamente che il nostro modello sia superabile, sostituibile e la libertà un accidente tra gli altri.
Quando la si relativizza, la libertà, è la prima componente a saltare.
Discorsi e strategie cari a Xi, Khamenei e Putin, oltre che ai geopolitici.
Non è relativismo nella sostanza, ma assolutismo antioccidentale.
Il modello di libertà individuale occidentale, una conquista imperfetta durata almeno 2500 anni, è, in effetti, un caso culturale unico. Non è un caso che molta migrazione dai paesi in via di sviluppo abbia come target l’Europa, e in misura minore paesi ricchi come l’Arabia saudita, per esempio. Non si tratta solo di un’aspirazione al miglioramento economico: ci sono paesi in cui non si può essere gay, in cui è difficilissimo essere donne, in cui non si può essere atei, in cui non si può dissentire dal potere, oppure essere una minoranza culturale qualsiasi. Questo è il punto, che rende la società occidentale-non la politica estera occidentale- desiderabile.