

Clara Usón intreccia terrorismo basco, fanatismo politico e formazione adolescenziale in un romanzo ibrido e inquieto, dove il male non resta mai astratto e la Storia entra nelle vite private con la forza brutale delle appartenenze.
Cosa hanno in comune una sanguinaria terrorista dell’ETA con deliri di grandezza e un’adolescente in crisi con la propria famiglia? Lo racconta nel suo ultimo romanzo, intitolato Le belve ed edito in Italia da Sellerio, Clara Usón, autrice spagnola nata a Barcellona, che avevo avuto il piacere di scoprire col suo precedente libro La figlia.
Usón non è una scrittrice per tutti. Nei suoi libri approfondisce fatti storici accaduti e racconta personaggi realmente esistiti, intrecciando le loro storie a quelle di figure di pura invenzione. Il confine tra reale e irreale è molto labile.
I suoi sono romanzi ibridi, come lei stessa li definisce, un genere che affonda le radici nell’antichità della storia della letteratura: si pensi all’Iliade di Omero o alle opere di Shakespeare.
Chiede molto ai propri lettori Clara Usón, ma poi li premia con romanzi mai banali, che ci permettono di scoprire il lato umano della Storia.
Ne Le belve il motore della narrazione è Idoia López Riaño, conosciuta come La Tigresa, una delle terroriste più spietate dell’ETA, catalizzatrice dell’attenzione mediatica sia per i suoi sanguinari attentati sia per la sua nota bellezza.
Ci troviamo negli anni Ottanta, periodo in cui la Spagna fu dilaniata da una serie di attentati dell’organizzazione terrorista che lottava per l’autonomia dei Paesi Baschi, conosciuta come ETA, e dal terrorismo di Stato dei GAL, Gruppi Antiterroristici di Liberazione, squadre della morte composte da poliziotti in borghese e nostalgici della dittatura di Stato, con legami anche con i nostri movimenti di destra extraparlamentare.
La storia della Tigre, donna bellissima, che ha sedotto poliziotti e militanti, si intreccia a quella di Miren, un’adolescente figlia di una famiglia medio-borghese e profondamente patriarcale.
Il padre di Miren, poliziotto, è stato trasferito a Biscaglia, piccola cittadina nel nord della Spagna, per combattere contro il terrorismo. È un padre-padrone, alcolista e infedele, dagli scarsi principi morali. Miren sospetta che non sia realmente suo padre e tira avanti solo programmando una clamorosa fuga.
Miren è prima una bambina e poi un’adolescente che cresce in un ambiente dove le divisioni e la lotta sono all’ordine del giorno. Gli amici, i suoi familiari, il ragazzo che le piace, tutti sono costretti a prendere posizione, chi a destra chi a sinistra. Tutti si devono schierare, come belve feroci in una lotta all’ultimo sangue.
Come nel precedente La figlia, romanzo in cui Clara Usón raccontava la storia di Ana, figlia di Ratko Mladic, il boia di Srebrenica, anche qui l’attrazione per il male è totalizzante, soprattutto perché a commetterlo è una donna dal viso d’angelo.
La sua scrittura ci porta a interrogarci su cosa è giusto e cosa non lo è, sulle vittime e sui carnefici.
In un momento storico come quello che stiamo vivendo, in cui i movimenti nazionalistici dilagano, la lettura de Le belve ci costringe a ragionare sul concetto di Patria: luogo da conquistare, da affrancare, da difendere, contro chi?
Se siete lettori appassionati alla ricerca di libri sfidanti, vi consiglio Le belve: non resterete delusi!

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