


L’Italia non ha bisogno di consolarsi con la retorica del Belpaese, ma di decidere quale Repubblica vuole diventare. La crisi non è più solo economica o amministrativa: riguarda il patto fondativo, il modello di Stato, l’idea stessa di sviluppo, libertà e responsabilità.
Che paese è l’Italia? A questa domanda si risponde troppo spesso facendo ricorso alla retorica italianista, retorica che oggi suona del tutto inadatta: il Belpaese, il bel canto, il buon cibo, l’arte, la cultura, la brava gente.
Chi vuole bene a questo Paese è chiamato invece a guardare in faccia la realtà: negli ultimi trent’anni, nessun Paese al mondo è cresciuto meno di noi; viviamo un calo demografico continuo e inesorabile che fa del nostro Paese il più anziano d’Europa; la produttività italiana è cinque volte inferiore alla media della zona euro; il nostro debito pubblico è il più alto d’Europa; produciamo pochissimi laureati rispetto alla media europea e, nonostante ciò, assistiamo a una continua fuga di cervelli (ventimila laureati lasciano il Paese ogni anno); infine, più di un italiano su tre è afflitto da analfabetismo funzionale.
Insomma, da ormai diversi decenni l’Italia è un Paese stagnante, inefficiente, indebitato, vecchio, incolto.
La crisi è così strutturale e profonda che attribuirne la responsabilità a questo o quel governo specifico è del tutto pretestuoso, intellettualmente disonesto e sostanzialmente inutile.
Serve a ben poco anche ridurre la questione a problema tecnico o specialistico, rivendicando la necessità del ricorso alla competenza: quando la crisi è strutturale, “di sistema”, la soluzione non riguarda i meccanismi operativi del sistema, ma il sistema stesso.
Quindi, chi si pone come aggregatore dei competenti (peraltro auto-nominati), agli occhi dell’elettorato appare inevitabilmente come presuntuoso, privo di visione e, aggiungo, antipatico.
Quindi? Come procedere? Come intervenire sul “sistema”?
C’è innanzitutto una prima questione da smarcare: dopo 80 anni dobbiamo chiederci che Repubblica vogliamo essere domani.
Sì, sono le parole pronunciate da Giorgia Meloni in occasione della Festa della Repubblica.
Ha ragione, questa è la domanda cruciale: che Repubblica vogliamo essere? Vogliamo continuare a essere la Repubblica post-bellica nella quale siamo nati e cresciuti o pensiamo che sia venuto il momento di archiviare quella fase storica?
La Prima Repubblica nasce dal patto obbligato fra mondo politico cattolico e mondo politico comunista e consacra la sua unità istituzionale grazie all’espediente retorico dell’antifascismo.
La Costituzione italiana racconta nella sua prima parte i compromessi e le reciproche concessioni fra quei due mondi politici e nella sua seconda parte prevede un sistema bloccato, finalizzato a rendere di fatto impraticabile l’alternanza.
Quel patto e quel sistema bloccato hanno garantito decenni di pace e di sviluppo e reso possibile il cosiddetto “miracolo italiano”.
Da tempo quel patto e quel sistema mostrano però il fianco a un mondo che nel frattempo è radicalmente cambiato e oggi appare più che mai necessario scavallare quella fase storica.
La nostra Repubblica va quindi migliorata? Va forse ritoccata in alcuni suoi meccanismi? Va corretta e resa più adeguata ai tempi? No, va rifondata.
La stessa Carta va ripensata ripartendo da un foglio bianco, anche, anzi soprattutto, nella sua prima parte: bisogna dare vita, questa volta davvero, a una Seconda Repubblica.
Lo so, da tempo molti danno per scontato che la Seconda Repubblica si sia già affermata nei fatti.
Non è così, la Prima Repubblica ha esaurito il suo compito, ma la Seconda ha ancora da venire: ci troviamo a metà del guado.
Infatti, per affermare un autentico cambiamento, non basta correggere le anomalie del vecchio sistema, poiché, come sosteneva il filosofo della scienza Thomas Kuhn, i fatti non bastano a cambiare se non si dispone di un nuovo paradigma.
Il paradigma di una nazione è definito nel suo patto costitutivo, per questo è importante definire la Repubblica che vogliamo essere: non basta osservare che la Prima Repubblica ha esaurito il suo compito storico, occorre mettere mano a un nuovo patto fondativo.
Questa consapevolezza ci aiuta a definire la contraddizione principale che caratterizza, quantomeno in Italia, lo scenario politico, anche se non ancora il dibattito.
Su cosa si fonda oggi il confronto politico? Qualcuno pensa che esso continui a essere rappresentato dalla dialettica destra verso sinistra; altri si sono convinti che la contraddizione con cui fare i conti sia rappresentata dalla dinamica bi-populismo verso polo alternativo da costruire.
Si tratta di contraddizioni reali, intendiamoci, ma a mio giudizio secondarie.
Ritengo infatti che il confronto più profondo e autentico si esprima fra chi si batte per procrastinare di fatto lo status quo e quindi una concezione dello Stato di stampo paternalistico, burocratico, socio-assistenziale, etico-pedagogico, prescrittivo e dirigista, e chi si propone invece di innovare in direzione di un impianto costituzionale liberale, fondato su una concezione umanistica dello sviluppo sociale, sul valore della responsabilità individuale, intransigente nella difesa dei valori europei e occidentali e dell’indipendenza nazionale.
Benché questo sia il vero oggetto del contendere, pochi fra i protagonisti politici si misurano su questo terreno.
Le parole della Presidente del Consiglio possono aprire uno spiraglio? Non lo so.
So che i protagonisti della politica sono chiamati ad alzare lo sguardo: è questione di visione, di libertà intellettuale e di coraggio.
Sono convinto che l’elettorato sarebbe pronto a misurarsi su questo terreno così alto e impegnativo.
Chi si farà promotore di questa iniziativa, chi metterà mano all’elaborazione dei fondamenti del nuovo patto, chi si metterà alla guida di questo processo, getterà le basi per un nuovo e più attuale sistema di alleanze e si candiderà alla leadership del nuovo corso, facendo in modo che il superamento della fase storica post-bellica non derivi da un atteggiamento di pura reazione, rivendicativo o, peggio ancora, vendicativo, ma sia invece governato all’insegna dell’innovazione istituzionale, politica e culturale.
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