

Due sacerdoti già in carcere furono trasformati in colpevoli perfetti da un regime che non cercava la verità, ma un nemico utile. La beatificazione di Jan Bula e Václav Drbola riapre una pagina rimossa della Cecoslovacchia comunista e restituisce voce a due martiri condannati prima ancora dei fatti.
All’alba del 17 giugno 1951 gli uomini della StB, la polizia segreta cecoslovacca, entrano nella canonica di Babice, un villaggio sull’altopiano boemo-moravo, e trascinano fuori dal letto il parroco Vaclav Drbola.
Lo portano a Jihlava e iniziano a interrogarlo; chi viene arrestato in quelle stesse ore racconterà poi di averne sentito le urla. Quando Drbola entra in quella cella, l’attentato per cui verrà condannato non è ancora avvenuto: la sparatoria nella scuola di Babice è di due settimane dopo. Lo accuseranno comunque di averla ordita.
È un copione non molto diverso da quello che, un anno e mezzo prima, era toccato a Josef Toufar, il parroco di Cihost attirato in trappola da agenti spacciatisi per giornalisti e morto sotto tortura perché confessasse di aver simulato un miracolo.
Cambiano i pretesti, non il metodo. Nei primi anni Cinquanta il regime comunista cecoslovacco non cerca colpevoli: li crea quasi dal nulla. E nel caso di Drbola, come in quello del confratello Jan Bula, arrestato sei settimane prima, lo fa con una sfacciataggine che ancora oggi lascia senza parole: entrambi i sacerdoti, quando si svolgono i fatti di Babice, sono già stati arrestati da tempo.
La Chiesa nel mirino
Per capire come si arrivi a impiccare due preti per un delitto che non potevano aver commesso bisogna tornare al giugno 1949.
Deciso a spezzare il legame tra i cattolici cecoslovacchi e Roma, il regime crea una sua “Azione cattolica” (Katolicka akce), organizzazione di facciata animata dai cosiddetti “preti patrioti”, per costruire una Chiesa nazionale docile allo Stato e piegare così l’arcivescovo di Praga Josef Beran.
La Chiesa condanna l’iniziativa e scomunica chi vi aderisce; il regime allora rompe le relazioni con la Santa Sede e vara le “leggi ecclesiastiche”, che mettono il clero sotto il controllo del governo.
Nella notte tra il 13 e il 14 aprile 1950 arriva poi la “Barbarska noc”, la notte della barbarie: StB, polizia e milizie circondano i monasteri di tutto il Paese e in poche settimane sopprimono oltre duecento case religiose, internando migliaia di frati e sacerdoti.
È in questo clima, con una Chiesa decapitata ai vertici e il clero rurale sorvegliato a vista, che maturano i fatti di Babice.
Un villaggio, tre morti e centosette condannati
La notte tra il 1° e il 2 luglio 1951 un gruppo armato guidato da un certo Ladislav Maly fa irruzione nella scuola elementare di Babice, dove è in corso una riunione del comitato locale del partito.
Tre funzionari comunisti restano uccisi, un quarto si salva. Maly si era presentato come agente dei servizi americani, con la missione di portare all’estero l’arcivescovo Beran; resta una figura sfuggente, forse un avventuriero.
Quel che è certo è che il regime lo stava aspettando: il mattino dopo l’attacco cade in un rastrellamento e muore prima di poter dire una sola parola.
Lo studio di Adolf Razek StB + Justice (UDV, 2002), tra i lavori di riferimento sul caso, ricostruisce come la vicenda diventi in poche ore un’operazione di polizia politica imponente: nei quindici processi successivi finiscono alla sbarra 107 persone, undici condannate a morte, le altre a un totale di più di 1375 anni di carcere.
Nemmeno i familiari vengono risparmiati: decine di donne, bambini e anziani, colpevoli solo di essere parenti degli imputati, vengono cacciati di casa e deportati nelle zone di confine svuotate dall’espulsione dei tedeschi dei Sudeti.
E il loro destino, si scoprirà poi, era stato deciso ancora prima dei verdetti: la prova che i processi erano una messinscena.
Il discorso che il ministro Vaclav Kopecky pronuncia il 6 luglio 1951 ai funerali di Stato delle vittime, oggi negli archivi dell’Istituto ceco per lo Studio dei Regimi Totalitari, è un piccolo manuale di propaganda: un atto di accusa contro una galleria di nemici del popolo, kulaki, preti reazionari, agenti americani, “imperialisti occidentali”, “traditori emigrati”, in un lessico che non descrive la realtà, ma la crea a suo piacimento.
Due ragazzi di campagna
Jan Bula era nato il 24 giugno 1920 a Lukov, vicino a Moravske Budejovice, secondo figlio di una famiglia modesta.
Entrato in seminario a Brno nel 1939, durante la guerra fu mandato ai lavori forzati e poté terminare gli studi teologici solo a guerra finita; fu ordinato nel 1945 dal vescovo Stanislav Zela, anch’egli poi vittima di uno dei processi contro il clero.
Chi lo conobbe ricorda come Bula fosse allegro, appassionato di pittura, instancabile nella sua attività con i giovani dell’Orel, l’associazione sportiva cattolica molto in voga negli anni prima del golpe comunista.
Cappellano e poi amministratore della parrocchia di Rokytnice nad Rokytnou, già nel settembre 1949 Bula era stato condannato una prima volta per aver letto in chiesa la lettera pastorale con cui i vescovi denunciavano la Katolicka akce cui abbiamo accennato.
Vaclav Drbola, più anziano di otto anni, era nato il 16 ottobre 1912 a Starovicky, maggiore di sette figli di una famiglia povera.
Ordinato nel 1938, servì in varie parrocchie prima di essere trasferito nel febbraio 1950 a Babice come amministratore, al posto del parroco Arnost Polacek, arrestato poco prima.
Lì Drbola insegnava religione, mandava avanti l’economia della parrocchia e aveva anche avviato i lavori di restauro per l’organo della chiesa; la propaganda lo avrebbe invece dipinto come un primitivo scontroso, in un articolo della giornalista Ludmila Cekotova che con la realtà non aveva nulla a che vedere.
Entrambi erano caduti nella rete di Maly, che si era presentato come emissario della resistenza in cerca di aiuto per far espatriare Beran.
Drbola gli aveva creduto e lo aveva messo in contatto con un gruppo locale ostile al regime; insospettito, aveva poi saputo da un confratello che il provocatore aveva agganciato anche Bula, ma troncare i rapporti era ormai tardi.
Bula aveva rifiutato fin dall’inizio, su avvertimento di un altro sacerdote. Per entrambi il destino era segnato.
Questione di credibilità
Qui si tocca il cuore della giustizia comunista cecoslovacca di quegli anni: al regime non serviva che i suoi nemici fossero colpevoli, bastava che fossero credibili come nemici.
I fatti di Babice, qualunque ne sia la verità mai del tutto chiarita, gli offrivano finalmente vittime concrete che i processi contro Milada Horakova o Rudolf Slansky non avevano potuto esibire: non accuse astratte di sabotaggio, ma tre cadaveri veri.
Che Drbola e Bula fossero già in carcere quella sera era irrilevante: le confessioni erano pronte, o lo sarebbero diventate in fretta, sotto interrogatori che la storiografia ceca descrive come vere e proprie torture.
L’unico funzionario sopravvissuto all’attacco, Frantisek Blaha, rese deposizioni piene di contraddizioni che il tribunale non si curò mai di sciogliere; secondo il riesame giudiziario successivo, il movente più probabile dell’aggressione non fu un piano premeditato, ma una reazione agli arresti dei giorni precedenti, a partire proprio da quello di Drbola.
Se così fosse, l’idea che due preti già detenuti avessero potuto “istigare” alcunché crollerebbe del tutto. Ma nel 1951 per sfumature simili non c’era spazio.
Il patibolo di Jihlava
Vaclav Drbola viene processato per primo, tra il 12 e il 14 luglio 1951, con l’accusa di alto tradimento e istigazione all’omicidio.
Il giorno dopo la sentenza, insieme al parroco di Horni Ujezd Frantisek Paril, subisce anche la degradazione ecclesiastica, ottenuta facendo pressione sul vescovo di Brno internato.
Viene impiccato il 3 agosto 1951 nel cortile del carcere di Jihlava, insieme ad altri sei condannati: ha trentotto anni.
Il percorso processuale di Jan Bula prende strade diverse: il sacerdote salirà al patibolo, nello stesso carcere, il 20 maggio 1952, a trentun anni.
Sua madre da quel giorno vestirà di nero fino alla morte, e farà incidere il nome del figlio, almeno simbolicamente, sulla tomba di famiglia a Lukov, perché il regime non le restituirà mai un corpo da seppellire.
Una storia troppo a lungo dimenticata
A differenza di altri capitoli della repressione, il caso Babice non fu riesaminato nemmeno durante il disgelo del 1968: c’erano ancora troppi morti veri, troppo sangue, a permettere al regime di mantenere la cortina di silenzio.
Fu proprio questo a rendere il caso prezioso per la propaganda anche molto tempo dopo, quando ad esempio lo sceneggiato televisivo Tricet pripadu majora Zemana gli dedicò due puntate, presentando i preti condannati come terroristi.
Era il 1975, Drbola era morto da ventiquattro anni, e la sua condanna veniva ancora ribadita in prima serata.
Solo dopo il novembre 1989 la loro memoria poté riemergere, e Bula fu riabilitato nel 1990.
Il processo canonico, spiega il postulatore Karel Orlita, partì nel 2004 per Bula e nel 2011 per Drbola, in due cause poi confluite e istruite dalla diocesi di Brno: sono i primi martiri della Repubblica Ceca contemporanea a essere beatificati.
La storia di questi due sacerdoti è quindi un cerchio che si chiude finalmente con un atto pubblico che dice ad alta voce ciò che gli archivi avevano già dimostrato: quelle condanne nacquero da confessioni estorte e da un processo manipolato dalle fondamenta.
Sabato 6 giugno 2026, al polo fieristico di Brno, davanti a oltre tredicimila persone, il cardinale Michael Czerny, nato in quella stessa città e portato via dai genitori in fuga dal comunismo dopo il 1948, ha celebrato la messa di beatificazione in un’assemblea dominata dal rosso, colore del sangue dei martiri e della vittoria della verità.
Da quest’anno la Chiesa ceca ricorderà Jan Bula e Vaclav Drbola ogni 17 giugno, lo stesso giorno in cui, settantacinque anni prima, Drbola veniva strappato dal letto all’alba.
Nell’omelia Czerny ha tenuto a sottolineare come i due non furono dei rivoluzionari, ma dei semplici pastori che volevano annunciare alla loro gente la libertà, e che proprio per questo rifiutarono di farsi strumento di violenza e di oppressione.
Il regime comunista mirava a distruggere l’uomo nel suo intimo; oggi, ha osservato il cardinale, la società non colpisce più con la violenza diretta, ma spingendo ai margini e riducendo al silenzio.
Ed è precisamente per questo motivo che la voce di due sacerdoti impiccati settant’anni fa continua a interrogare anche noi.
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