

L’aforisma ha l’indubbio vantaggio di essere veloce da leggere; in genere (ma non necessariamente) è inoltre spiritoso e sorprendente, nel senso che contraddice la verità dei luoghi comuni.
Gino Ruozzi
Scrivere aforismi è da gran signore; un gran signore regala bottiglie di vino pregiato; un villano regala una botte di vino mediocre.
Giuseppe Prezzolini
Pillola sapienziale, nell’arte dell’aforisma si sono esercitati non soltanto maestri come Oscar Wilde e Karl Kraus (da noi Leo Longanesi e Ennio Flaiano), ma un po’ tutti i grandi pensatori. A cosa si deve l’immortalità della forma aforistica? E qual è il suo valore letterario? Scrive Umberto Eco nella prefazione a Teoria e storia dell’aforisma di Gino Ruozzi (Bruno Mondadori, 2004): «Dove sta dunque il valore di verità dell’aforisma, almeno in quei casi in cui pare colpirci con una rivelazione e mostrarci aspetti ignorati del mondo e della nostra vita? Quando l’aforisma, per la sua forza inattesa e insospettabile, scatena una sorta di curiosità interpretativa, esso assume allora funzione poetica. In base alla sua forma persuasiva ci fa balenare una verità possibile».
Sempre Eco distingueva gli aforismi per «estrazione» dagli aforismi per «creazione», ovvero massime estrapolate da opere di natura non aforistica e massime nate già come aforismi. Al primo genere appartengono i frammenti presocratici, in particolare di Eraclito, che appaiono come frutto di una sapienza oracolare. Il secondo genere è la forma di scrittura utilizzata consapevolmente dai filosofi stoici, in particolare da Seneca e Marco Aurelio: sia le Sentenze di Seneca sia, soprattutto, i Ricordi di Marco Aurelio sono legati alla pratica di vita stoica, alla meditazione. Hanno un carattere soggettivo, presentano emozioni e pensieri, in una profonda aderenza all’esperienza vissuta.
L’aforisma il più delle volte costituisce un vero e proprio lampo di genialità linguistica. È spesso alla base della creazione di nuove idee e di nuovi concetti: una forma che rivisita, analizza e critica la nostra realtà, dando prova di humour e brillantezza d’intelletto. La sua espressione breve ben si addice al witz, ai motti di spirito, alle battute, all’invettiva e all’uso immediato di quelle figure del linguaggio che riescono a stupirci, a divertirci e talvolta anche a indignarci.
Un aforisma può inoltre dare luogo a una barzelletta, a un racconto breve, a un saggio: in pratica non è altro che una «topic sentence». L’aforisma, insomma, è la minima forma di scrittura elevata al massimo grado di espressività comunicativa.
Nella filosofia moderna e contemporanea è possibile distinguere due tendenze nell’uso dell’aforisma. La prima è presente in tutte le culture europee. Si pensi, per l’Italia, al Guicciardini dei Ricordi (1530) e al Leopardi dei Pensieri (1845); allo spagnolo Baltasar Gracián e al suo gusto per l’agudeza; al tedesco Georg C. Lichtenberg. Trova però la sua più esemplare espressione nella cultura francese tra il XVI e il XVIII secolo (Jean de La Bruyère, François de La Rochefoucauld, Blaise Pascal, Nicolas de Chamfort), dando luogo a massime moraleggianti, spesso riprendendo sentenze e proverbi dell’antichità, come già aveva fatto Erasmo da Rotterdam con i suoi Adagia (1508-1511).
La seconda nasce nel primo romanticismo tedesco (Novalis, Friedrich Schlegel), dove l’aforisma esprime in maniera sorprendente e lapidaria una verità derivante da un’illuminazione improvvisa (gli aforismi dei romantici sono in realtà frammenti). Disprezzata da Hegel, questa scrittura aforistica e frammentaria viene rivalutata da Arthur Schopenhauer che, nei Parerga e paralipomena (1851), comprendenti gli Aforismi sulla saggezza della vita, riprende la tradizione latina della massima. Così anche in Nietzsche (Umano, troppo umano, 1878), in cui l’aforisma si svincola da ogni legame con una verità assoluta.
Dalla fine dell’Ottocento e nel corso del Novecento la scrittura aforistica, per la sua natura antidialettica e antisistematica, è stata strumento espressivo di filosofi e scrittori che hanno affrontato criticamente il rapporto tra verità e apparenza: chi proponendo una nuova estetica, chi una «dialettica negativa», chi una filosofia del linguaggio asistematica, tendente a rivalutare l’aspetto molteplice e irriducibile a unità delle forme di vita (Charles Baudelaire, Emil Cioran, Walter Benjamin, Theodor W. Adorno, Ludwig Wittgenstein, per fare qualche nome).

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