

È ormai più di un anno che alimento settimanalmente la rubrica sullo stile; questa volta non me ne occuperò, bensì analizzerò la sua mancanza, riferita in special modo al comportamento, che si manifesta in cattive maniere, supponenza o arroganza.
Ho compiuto un lungo percorso, non certo conclusivo, per definire lo stile e il suo influsso in tutte le attività umane e nell’essenza delle persone. Per una volta mi concentro su ciò che non appaga ma infastidisce e che spesso è all’origine di situazioni spiacevoli, quando non di veri e propri guai.
È bene però chiarire un punto: non mi riferisco alla mancanza di stile spesso inconscia, alla goffaggine, alla distrazione, né tantomeno alla fragilità. Quelle appartengono alla condizione umana e meritano comprensione e anche indulgenza.
Qui il tema è diverso. Riguarda il comportamento di chi si impone, invade, confonde la franchezza con la brutalità o cela l’insicurezza con la prevaricazione.
In fondo, la mancanza di misura è una forma involontaria di esibizionismo, che apre spesso la strada a quella volontaria; chi ne è affetto sente il bisogno di mostrarsi ed essere ascoltato, temuto, disposto a pagare il prezzo di risultare sgradevole, con il sottile piacere di esercitare un potere sugli altri.
Non ho usato, né userò volutamente, l’espressione “maleducazione”, perché è un termine che suggerisce un difetto d’origine, una mancanza trasmessa, e rischia di spostare l’attenzione dalle inclinazioni del singolo alla carenza di educazione ricevuta in famiglia.
Parlare di mancanza di misura è più corretto, perché chiama in causa la responsabilità individuale, non il contesto. Conosco figli insopportabili di genitori deliziosi.
In questo l’inglese è più preciso: “impolite” non indica qualcuno che non è stato educato, ma qualcuno che sceglie di non usare cortesia e gentilezza. Una distinzione sottile ma decisiva, soprattutto quando il comportamento diventa invasione e l’arroganza viene scambiata per spontaneità.
Come ha osservato La Rochefoucauld, «l’arroganza è l’ultimo rifugio di chi non ha argomenti». Una definizione asciutta e forse un po’ stereotipata, ma che contiene una pillola di verità.
Parlare di mancanza di stile non serve a impartire lezioni né a stilare elenchi di colpe; è utile piuttosto a riconoscere un disagio diffuso, un rumore di fondo che accompagna la vita quotidiana.
A tal proposito, temi controversi che riguardano le nuove generazioni sono l’abbandono del “lei” e lo sdoganamento del turpiloquio, forse perché la maggiore libertà di costumi ha depotenziato il contenuto scandaloso di certe espressioni, un tempo collocate tra il proibito e l’osceno.
Avevo raccolto un gran numero di citazioni di uomini illustri sul tema dell’incapacità di comportamento — in questo l’AI è preziosa — ma ho deciso di risparmiarle al lettore perché le ho trovate ovvie e banali. Consiglio invece la lettura della satira di Orazio, “Lo scocciatore”, quella che inizia con “Ibam forte Via Sacra…”.
Lì si trova l’archetipo del seccatore, grezzo, arrampicatore sociale, arrogante, a dimostrazione che certi tipi umani sono sempre esistiti e non c’è modo di liberarsene, né mai ci sarà.
L’unica citazione che mi appare sensata e attuale è dovuta al di recente scomparso Giorgio Armani: «La vera distinzione non è nel modo di vestirsi, ma nel modo di comportarsi».
È una frase molto aderente alla nostra epoca, così attenta all’apparire, perché l’educazione, la gentilezza d’animo, la cortesia e la tolleranza sono il vero mix da indossare, un invisibile passe-partout prima ancora di vestire alla moda.
Perché l’educazione, quando c’è, non si fa notare; quando manca pesa, non per ciò che mostra ma per ciò che invade. Non è una questione di buone maniere, ma di misura, di rispetto dello spazio altrui, fisico o simbolico che sia.
Forse è per questo che la mancanza di stile infastidisce oltremodo: non tanto perché offenda, ma perché stanca, e ci ricorda, con una certa ostinazione, che l’eleganza, ahimè rara, non è apparire ma sapersi comportare.
Infine si potrebbe evocare il concetto di classe, parola oggi poco frequentata e spesso guardata con sospetto, come se implicasse esclusione anziché attitudine. Eppure non riguarda l’origine né il censo, ma il modo in cui una persona sceglie di stare al mondo e di rapportarsi agli altri.
Al rischio di fare un’affermazione qualunquista, il mondo politico, tutto e sotto ogni latitudine, in questa fase storica, è il paradigma più significativo di quanto emerge da questa sintetica analisi.
A scanso di equivoci, però, si tenga conto che le classi politiche, come si suol dire, non sono paracadutate da un altro pianeta, ma hanno solide basi nelle società. Il che ci dovrebbe far riflettere a fondo sulla crisi di due istituzioni basilari della civile convivenza: famiglia e scuola.

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Opportuna nota sullo “stile” di quest’epoca volgare. Dove sono senso della “misura” e senso del “distacco”, equilibrio e pudore? Ricordo gli appelli della Weil e di Nietzsche, l’indignazione di Ortega y Gasset. Troppe le masse, pochi gli individui. Efficace l’immagine di corredo all’articolo.