

È l’era in cui abbiamo iniziato a nutrire una creatura vorace, un Porcellino da ingrasso nato non dalla nostra paura, ma dalla nostra presunzione. Un Simulacro che ci sta divorando, figlio legittimo dell’effetto Dunning-Kruger e delle nostre echo chambers: quei luoghi chiusi dove la convinzione di sapere ha sostituito la fatica della conoscenza e dove avere ragione è l’unico orizzonte possibile. In questo recinto artificiale la realtà non conta più: se i fatti ci smentiscono, sono i fatti ad avere torto o, peggio, sono frutto di un complotto. Abbiamo alimentato la bestia per sentirci infallibili, per non dover mai dire “ho sbagliato”, e ora la bestia è cresciuta ed è fuori controllo.
Assistiamo oggi a un paradosso grottesco che funge da prova regina di questa dinamica. Da una parte, figure pubbliche si svegliano improvvisamente indignate di fronte a muri imbrattati nella notte. È il caso della scritta “SALIS NAZISTA” apparsa a Genova contro la sindaca del centrosinistra Silvia Salis: un accostamento aberrante che ha scatenato, giustamente, la reazione inorridita delle istituzioni e della protagonista. Si denuncia la barbarie, si punta il dito contro il degrado civile, dimenticando però che quella violenza grafica è figlia di anni di etichette appiccicate con leggerezza sugli avversari.

Dall’altra parte il copione si ripete, identico e speculare. Quando Giorgia Meloni viene aggredita con epiteti come “scrofa” e “pesciaiola” — insulti proferiti non da un anonimo hater, ma dal professor Gozzini, un cattedratico — si grida allo scandalo per la violenza verbale. Eppure quella ferocia è la stessa che il proprio schieramento ha contribuito a sdoganare per anni nelle piazze e sui social.
È la prova definitiva: il Porcellino non ha colore politico. Ha solo fame. In entrambi i casi si lamenta il “livello culturale e umano” del dibattito, senza rendersi conto che quel livello è esattamente ciò che si è costruito giorno dopo giorno. È l’irresponsabilità organizzata: si è insegnato alla folla che l’avversario non è una persona con cui discutere, ma un nemico da distruggere; si sono trasformate le parole in armi prive di senso, e ora ci si stupisce se quelle armi sparano anche all’indietro.
Ma come è possibile non accorgersi di essere gli artefici del proprio disastro? Per capire la patologia cognitiva che ci affligge basta guardare il film Don’t Look Up. La pellicola di Adam McKay è il manifesto perfetto dell’eristica involontaria. L’eristica classica era l’arte dei sofisti di ottenere ragione pur avendo torto, ma era un atto consapevole. L’eristica involontaria di oggi è il rifiuto cognitivo di accettare che la cometa stia arrivando, perché accettarlo significherebbe ammettere che la nostra narrazione — il nostro ego, la nostra bolla — è sbagliata.
Nel film, quando la minaccia diventa visibile a occhio nudo, la massa non chiede scusa agli scienziati che aveva deriso. Grida al complotto: “Ci hanno mentito”. Trasforma istantaneamente la propria cecità attiva in un torto subito. È l’aggressione dell’incompetente che, scontrandosi con la realtà, piange per farsi perdonare o urla al tradimento. Esattamente come chi si lamenta delle scritte sui muri dopo aver fornito le bombolette spray.
La risposta, tuttavia, non è solo psicologica: è semantica. Con questo termine si intende semplicemente il rapporto tra le parole e il loro significato, un rapporto che oggi si è rotto. È avvenuta quella che in passato si è definita la snackizzazione del linguaggio. Parole immense come Libertà, Democrazia o Antifascismo sono state svuotate della loro storia e ridotte a bocconcini veloci, da consumare in un attimo sui social senza masticare.
Sono diventate scatole vuote che oggi vengono riempite di emotività a basso costo. Non servono più a descrivere la realtà, ma funzionano come bandiere: servono solo a dire “io sono dei tuoi, lui è il nemico”. La snackizzazione ha eliminato il tempo della digestione mentale: non c’è più lo spazio tra il leggere e il capire. Non ragioniamo più: ci schieriamo e basta.
Ed è qui che il cerchio si chiude. Per anni la classe politica e intellettuale ha deliberatamente abbandonato la realtà per un percorso più comodo, utile alla narrazione. Ha nutrito un Porcellino ideologico, ingrassandolo con la semplificazione, con la lettura orizzontale dei fatti, con l’odio binario che non ammette sfumature. Si è creato così un Simulacro a quattro zampe, convinti di poterlo controllare per sempre.
Ma il Simulacro, una volta innescato, viaggia ormai in autonomia. Si autoalimenta. Non ha più bisogno del burattinaio. Il copione della commedia si replica da solo, trasformandosi in tragedia senza che gli attori se ne accorgano.
Il Porcellino ci divorerà, è inevitabile.
E lamentarsi mentre ci mastica è solo l’ultimo atto di ipocrisia di una classe dirigente che ha preferito l’eco della propria voce al rumore difficile della realtà. Proprio come Silvia Salis, che oggi fissa inorridita quel muro imbrattato chiedendosi “perché?”, senza accorgersi che la mano che ha scritto “Nazista” è mossa dagli stessi cavalli di Troia semantici che la sua parte politica ha costruito e introdotto nelle mura della dialettica, abbattendone le difese logiche.
Il cerchio si è chiuso, e siamo tutti dentro.

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Attraverso una citazione nota, si potrebbe riassumere: “C’è sempre qualcuno più ‘puro’ che ti epura”
Grazie per questa analisi nitida, esaustiva e comprensibile.
Non tutti sono/siamo ancora fagocitati da quel porcellino. È difficile invertire la rotta, ma spero non impossibile.