

La sostituzione sistematica della verità con la menzogna rappresenta, secondo Hannah Arendt, un pilastro fondamentale del totalitarismo, per il quale non importa più distinguere il vero dal falso, ma imporre una narrazione fittizia che diventi la nuova realtà percepita dalle masse. Tale sostituzione non si limita a convincere, ma distrugge il senso di orientamento nel mondo reale, eliminando la distinzione tra il fatto e la finzione.
Una delle strategie di comunicazione del trumpismo consiste proprio in questo: nel costruire una narrazione che precede i fatti e li sostituisce. È accaduto nel 2020, quando Donald Trump iniziò a parlare di “elezioni rubate” mesi prima del voto, sedimentando l’idea di un complotto prima ancora del voto.
Lo stesso schema si è ripetuto a Minneapolis. Nel giro di poche ore, il Department of Homeland Security ha definito le vittime come “terroristi”, subito dopo, Stephen Miller e JD Vance hanno rilanciato quel frame sui social, parlando di terrorismo interno. Infine, Donald Trump è intervenuto su Truth Social, evocando l’insurrezione. Ed è proprio questa la funzione del meccanismo: anticipare i fatti, saturare lo spazio pubblico, rendere irrilevanti persino le immagini video che smentiscono la narrazione.
La realtà empirica diventa meno rilevante di quella narrativa.
È in questo passaggio che si entra nella “verità di Stato”: una narrazione che non si misura più con i fatti, perché li ha già superati e neutralizzati.
Una volta che Donald Trump e il suo ecosistema comunicativo hanno delineato la cornice, ogni smentita diventa parte del complotto e chi solleva obiezioni viene etichettato come nemico e messo a tacere. Le conferenze stampa della Casa Bianca ne sono una prova plastica – a meno che il giornalista non sia compiacente è messo alla berlina e spesso – successivamente – gli viene impedito di partecipare.
Ed è proprio questo a far suonare tutti i campanelli d’allarme. Chi utilizza questi strumenti ha già oltrepassato la linea che separa la democrazia dall’autoritarismo. La democrazia vive di trasparenza, verifica empirica e possibilità di smentita; l’autoritarismo, al contrario, è aprioristico e ideologico, impermeabile ai fatti. Quando la realtà diventa negoziabile e la prova viene trattata come un’opinione ostile, non siamo più nel terreno del confronto politico, ma in quello della disciplina cognitiva. E a quel punto, il problema non è più una singola menzogna, ma la fine stessa della verità come spazio comune.
Gli stessi schemi li troviamo nel Regno Unito, nel linguaggio di Reform UK, dove la “trumpizzazione” non si limita all’allineamento ideologico, ma si estende alla macchina narrativa, con la costruzione di narrazioni che precedono i fatti e si fissano nell’immaginario prima di ogni verifica. È una tecnica già sperimentata ai tempi della Brexit, ma oggi appare più raffinata, coordinata e sistematica.
Prendiamo un esempio di campagna digitale recente. Reform ha deciso di seminare nel collettivo l’idea che nel Regno Unito vivano decine di milioni di immigrati, che il governo nasconde. Si tratta di una cifra priva di fondamento, ma ripetuta a sufficienza da creare una percezione di realtà, indipendente dai dati e impermeabile alle smentite. Un tocco di complottismo, come sempre, aiuta a rendere il messaggio più virale.
La sequenza è ormai riconoscibile. Tutto parte da una figura istituzionale, nella fattispecie il deputato Rupert Lowe, l’uomo che Elon Musk vorrebbe alla guida di Reform al posto di Farage. Lowe ha acceso la miccia con un post in cui cita il numero di SIM in circolazione come “prova” dell’esistenza di decine di milioni di immigrati. Un passaggio che omette volutamente l’ovvio: non esiste alcuna correlazione logica tra SIM e popolazione, e la diffusione di telefoni aziendali e utenze multiple spiega facilmente perché le SIM superino il numero di abitanti.
Ma la verità è irrilevante, perché il punto è insistere fino a rendere la verifica inutile.
Infatti, subito dopo entra in scena un account di supporto, “Basil the Great” di Team Musk, che rafforza il messaggio con un secondo post sui “costi degli immigrati”, presentati come una verità “scoperta” e occultata dal governo (mentre in realtà sono dati perfettamente pubblici, ma chi va a controllare?).
Subentrano poi altri account che riprendono la stessa narrazione e aggiungono nuovi tasselli per renderla più “credibile”, fino a parlare di 60 milioni di immigrati, “come dimostrerebbero i supermercati”.
Il sottotesto del messaggio di Lowe, rimbalzato da account legati al suo network è un classico del populismo: “non ce lo dicono”. L’idea di una realtà nascosta dalle élite che solo pochi “coraggiosi” avrebbero il coraggio di rivelare. Non conta la plausibilità dei dati, né la loro verificabilità. Conta l’effetto: sedimentare il sospetto, fissare un’immagine mentale prima che qualsiasi controllo dei fatti possa intervenire. È così che una narrazione fittizia si trasforma, per una parte dell’opinione pubblica, in verità percepita: quella dell’invasione occultata. Non è fattuale, è emotiva.
È a questo punto che entra in scena una massa che accetta la mistificazione dei fatti e la menzogna istituzionale come metodo legittimo, perché la considera necessaria alla soluzione del problema.
Il baricentro si sposta così dalla valutazione razionale ed empirica — quello che dice non è vero — a una posizione puramente ideologica: lui sta dalla mia parte, e non importa se mente se questo serve alla nostra causa.
Come spiegava Arendt, quando la verità fattuale viene sacrificata in nome di un fine superiore, ciò che si rompe non è solo il rapporto con i fatti, ma la capacità stessa di giudicare.
Questo meccanismo non è esclusivo dell’estrema destra. Lo stesso schema lo abbiamo visto all’opera nell’estrema sinistra sulla questione di Gaza, in particolare nell’uso sistematico e ideologico del termine “genocidio”. Anche qui il passaggio è identico: dalla constatazione empirica — questa affermazione non è vera, non corrisponde alla definizione giuridica e ai fatti — alla chiusura ideologica — non importa se falsa: serve alla causa.
La menzogna diventa accettabile perché ritenuta moralmente necessaria.
Il punto di arrivo è sempre lo stesso, ed è rivelatore: la domanda ricattatoria, tipica del benaltrismo morale. “Allora neghi che siano stati ammazzati dei bambini?” Non è una domanda, è un silenziatore. Serve a impedire ogni distinzione, ogni analisi, ogni verifica. Chi la pone non sta difendendo i bambini, ma proteggendo una narrazione dall’esame dei fatti.
Ed è qui che il meccanismo si chiude, specularmente, anche a destra. “Ma vorrai mica dire che l’immigrazione illegale non è un problema?” Si parte da qualcosa di vero, condivisibile, persino ovvio, per giustificare ogni menzogna a priori. Il problema reale diventa il cavallo di Troia che rende irrilevante la verità, legittima l’esagerazione, assolve la falsificazione. A quel punto non si sta più discutendo di soluzioni, ma rinunciando consapevolmente al criterio della realtà. Ed è sempre lì che inizia la deriva.
Perché, intendiamoci, il meccanismo è identico, anche se cambia il pretesto. A sinistra, Gaza è stata usata come giustificazione morale dell’antisionismo, mascherato da indignazione politica. A destra, l’immigrazione clandestina viene usata come trampolino di lancio per un’agenda che con i clandestini c’entra sempre meno. Si parte da un problema reale, concreto, percepito — che esiste e va affrontato — per legittimare una narrazione più ampia fatta di paura, identità etnica, sospensione dei diritti, delegittimazione dello Stato di diritto. In entrambi i casi, il tema iniziale serve solo da grimaldello: non per risolvere il problema, ma per normalizzare qualcosa di molto più radicale. Ed è lì che la discussione smette di essere politica e diventa ideologica: non importa più che cosa sia vero, ma che cosa sia utile alla causa.
Vediamolo nella sequenza di post della campagna di Reform Uk.
Qui, per esempio, il bersaglio diventa Vijay Rangarajan, cittadino britannico, ex ambasciatore, con un Phd in astrofisica, di origini indiane. Basil, che riposta abitualmente Lowe, e viene ripostato da Musk, si domanda:
“Perché siamo dominati da stranieri?”
La domanda smaschera il meccanismo: l’“estraneità” non è più una questione di cittadinanza, di assenza di integrazione, di criminalità o di problematiche sociali, ma di identità etnica. (Per inciso, la comunità indiana britannica è nota per essere perfettamente integrata e altamente educata). Qui Basil, contrario alla cessione a Mauritius delle isole Chagos, individua prontamente il colpevole nello “straniero” (perché deve esistere un “noi” e “loro” identitario e “loro” sono contro di “noi” e un nemico da combattere), pur sapendolo cittadino britannico.
È il salto dalla propaganda anti-immigrazione a una logica apertamente etnica, in cui l’integrazione non conta più e l’obiettivo diventa ridefinire chi ha diritto di appartenere.
Ad imprimere questo concetto subentrano altri influencer e figure istituzionali, come l’estremista pluricondannato Tommy Robinson (recentemente invitato in Italia da Matteo Salvini) che sostiene che non basta essere nati nel Regno Unito per essere britannici. E l’ex presentatore di GBNews, Matt Goodwin, candidato di Reform UK alle prossime by-election a Gorton e Denton (Manchester), che afferma che gli sviluppi nella scienza genetica renderanno le generazioni più giovani più conservatrici, in quanto comprendono le “differenze intrinseche” tra i diversi gruppi.
Quindi ora scopriamo che non è più un problema culturale. No. È proprio genetico.
Il concetto viene rafforzato e spinto un passo più in là da Rupert Lowe. Secondo lui, il problema non sarebbero gli immigrati irregolari, ma l’immigrazione regolare. È un passaggio chiave: la questione non è più il rispetto delle regole, né la gestione dei flussi, ma chi entra anche quando le regole le rispetta. In altre parole, non è la legalità a essere messa in discussione, ma la presenza stessa di determinati gruppi. È qui che cade definitivamente la maschera del discorso securitario e affiora una visione dell’appartenenza, in cui il problema non è ciò che fai o come vivi nel Paese, ma chi sei.
Non bisogna dimenticare, ci dice Lowe, che il vero problema, è chi arriva con il visto. Dobbiamo tenerlo a mente. Perché? Quando? E per cosa?
Perché, nella narrazione che si sta delineando, oltre a ciò che viene detto esplicitamente, conta il sottotesto che viene normalizzato. Il messaggio è che fermare l’immigrazione illegale non basta. E non basta neppure fermare l’immigrazione legale. Il problema sono tutti quelli arrivati: anche se queste persone sono nate nel Regno Unito e sono cittadini britannici, non sono veri britannici. Perché non basta il diritto, non basta la nascita, non basta la legge.
È qui che la narrazione scivola fuori dal terreno politico per entrare in quello identitario. L’idea sottesa è che esistano differenze essenziali, non culturali o sociali, ma intrinseche, fino a evocare differenze genetiche.
“Never forget that”, non lo dimenticate…
Perché, quando arriverà il momento, il punto non sarà fermare i flussi, ma rimediare a quanto è già accaduto. Non l’esclusione di comportamenti, ma l’esclusione di persone.
Ma chi è che ha fatto entrare così tanti stranieri legalmente?
Bé, sono stati i conservatori, al governo per 14 anni. Insomma, le stesse persone che Reform UK ha appena accolto a braccia aperte.
Una contraddizione? Certo. Ma vediamo come è gestita. Lowe scrive:
“Sono andato a scavare tra i contratti per i richiedenti asilo politico, e uno salta all’occhio. È assolutamente sbalorditivo: 1.593.535.200 sterline per “Provision of Bridging Accommodation and Travel Services” assegnato a “Corporate Travel Management (North) Limited”…” Poi elenca la lunga lista di soldi spesi per gli immigrati invece che per i britannici e conclude:
“Chi era il Segretario dell’Interno in quel momento? Suella Braverman di Reform. Chi era il ministro dell’immigrazione in quel momento? Robert Jenrick di Reform. Erano i ministri, erano responsabili. Voglio sapere esattamente perché questi contratti scandalosi sono stati firmati…”
Qui la mossa di Lowe è narrativamente interessante. Lowe non attacca l’opposizione perché non può farlo. A Starmer si può, al limite, rimproverare di non fare abbastanza, ma non di certo di aver creato il problema. Questa operazione serve a svuotare di contenuto la critica che sa che verrà inevitabilmente rivolta a Reform dai laburisti:
Come potete risolvere un problema creato dalle persone che avete appena imbarcato?
Lowe anticipa l’accusa e si propone come guardiano morale: lui denuncia, lui scava, lui promette di “trovare tutto”. In pratica, si auto-proclama l’uomo che bonificherà il partito dai propri peccati.
C’è anche un altro livello. Lowe sposta il conflitto all’interno, costruendo una narrativa in cui Reform non è responsabile del disastro, bensì la forza che lo smaschera. È una mossa difensiva e aggressiva insieme:
– difensiva, perché salva Reform dal ridicolo;
– aggressiva, perché introduce una linea di antagonismo interno, non solo verso gli ex ministri, ma verso Nigel Farage.
Ricordiamo che Rupert Lowe è l’uomo che Musk vorrebbe come Primo ministro britannico e che il 7 marzo 2025 fu sospeso dal partito in seguito ad accuse di minacce fisiche nei confronti di Zia Yusuf, presidente musulmano (praticante) di Reform UK, il quale si era lamentato del fatto che Lowe parlasse troppo di “deportazioni di massa”.
Quanto a Farage, bé, lui aveva giurato che non avrebbe mai accolto Suella Braverman. Infatti, aveva passato un anno a bersagliarla, ritenendola responsabile del disastro migratorio,

Insomma, la ricetta di Reform Uk per risolvere l’immigrazione sarebbe formare un gabinetto con le stesse persone che hanno creato il problema e che hanno perso le elezioni. Basta guardare ai nomi. Dal governo di Boris Johnson, oggi in Reform ci sono Zahawi, Jenrick, Dorries, Braverman, Kruger, Jenkyns, Berry, Caulfield, Nici, Holloway e Offord. Da quello di Liz Truss anche di più, infatti sono tutti lì.
I fatti sono difficili da aggirare. Il numero di hotel per richiedenti asilo ha raggiunto il picco sotto Robert Jenrick; Suella Braverman è stata licenziata due volte da ministra dell’Interno; Nadine Dorries ha promosso l’Online Safety Act, una legge che Reform detesta; Nadhim Zahawi è stato rimosso per evasione fiscale, oltre che per le richieste di rimborsi ai contribuenti per il riscaldamento delle stalle per i suoi cavalli.
Il cerchio si chiude così: si inventa un’emergenza citando numeri falsi, la si trasforma in indignazione morale, poi in paura collettiva, e infine si indica l’uomo e il partito che promettono di risolverla. La narrazione scivola deliberatamente dall’immigrazione illegale a quella legale, dall’insicurezza e dalla mancata integrazione a un piano identitario, fino ad approdare a suggestioni genetiche e al linguaggio delle “deportazioni di massa”. A quel punto, il paradosso finale non è più un problema ma parte integrante del racconto: ammettere apertamente di essere stati coloro che hanno creato il disastro, sostenendo al tempo stesso di essere gli unici in grado di salvare il Paese.
È la sostituzione del reale allo stato puro: i fatti non servono più a capire, ma a essere piegati; la contraddizione non va risolta, ma normalizzata. E quando la narrazione arriva a questo livello, non siamo più di fronte a una proposta politica, ma a un dispositivo ideologico completo, impermeabile alla realtà e autosufficiente nella propria finzione.

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Per quanto riguarda i figli di immigrati un po’ in tutta Europa i vari movimenti, gruppi e partiti di estrema destra hanno iniziato a riunirsi e a utilizzare un termine specifico nella questione di provare a deportare e allontanare i primi citati: remigrazione.
Anche se loro “assicurano” che solo quelli con fedina penale particolare e rei di reati gravi.
Ci sono stati anche dei raduni in Italia basati su questo concetto e alcuni esponenti dei partiti di maggioranza di governo, specialmente della Lega, vi hanno partecipato.
E dove “remigherebbero”? In quali paesi? Su quali basi? Usando quali criteri? DNA test?
Concetto piuttosto nazista, quindi posso immaginare quale potrebbe essere il loro suggerimento successivo…
Condivido ogni singolo passggio del suo approfondito articolo e le confesso, però, che quanto da lei opportunamente rilevato mi fa aumetare l’ansia, perché mi chiedo come diavolo si possa fermare questa deriva. E’ come assistere impotenti ad una valanga.
Non credo sia possibile “fermarla” in senso stretto. Va a cicli storici. E ci si ricasca. Però a un certo punto, tra chi smonta i sui meccanismi e li mostra, tra che la realtà presenta il conto, si formano degli anticorpi.
Quello che Reform fa in Uk è più martellante, più organizzato e con più visibilità di quanto avvenne con la Brexit ma per quanto faccia danni e ottenga consenso, non ha lontanamente l’impatto che ebbe la comunicazione sulla Brexit. Questo perché c’è sempre più gente ormai immune.
L’idea che con il sistema elettorale britannico “First Past the Post” questi possano veramente andare al governo con un misero 25% mette i brividi. Conservatori (21%), Labour(17%), LibDem (14%) e Green (16%) dovrebbero mettersi d’accordo per cambiare la legge elettorale ed evitare questo disastro
No, con il 25% non si va al governo, almeno non senza una coalizione. La percentuale poi è poco indicativa dei seggi effettivi: potrebbero essere 280 oppure solo 100, a seconda dei posizionamenti (se arrivi sempre secondo, per esempio, hai alte percentuali ma 0 seggi).
Un 25% dei laburisti e dei Tories produrrebbe più seggi che un 25% di Reform perché maggiormente radicali sul territorio.
Rappresentano un pericolo d’instabilità? Certamente, perché potrebbero portare a un hung parliament e c’è il pericoli che formino un’alleanza con i tories.
Detto questo, mancano 3 anni e mezzo alle elezioni e negli ultimi 3 mesi Reform ha perso 6 punti. Hanno già avuto il loro “peak”. Scenderanno ancora.
La pressione mediatica anti Starmer è stata brutale nel primo anno perché, essendo appena arrivato, poteva essere attaccato e lui non aveva ancora avuto il tempo di fare nulla.
Ora però il panorama sta cambiando. Nel primo anno sono state gettate le basi per la ripresa economica. Sono stati messi soldi nella sanità, risolto il caos delle ferrovie, sbloccata l’edilizia, si stanno costruendo centrali nucleari.
Perché la vera battaglia è lì. La demagogia funziona quando c’è insoddisfazione ma se il paese migliora, non c’è slogan che tenga.
Io temo più l’autolesionismo del Labour nell’attaccare Starmer che Reform.
Il problema più macroscopico del mondo attuale è il movimento migratorio di masse povere verso paesi ricchi. Intorno a questo nodo insolubile (perché tale è) si sviluppano tutte le tematiche politiche occidentali, trasformate ab initio in lotta per il potere. Ovvero: dx e sx mondiali, consapevoli che nessuno può sciogliere il nodo (è insolubile) si combattono sul terreno della narrazione dei fatti, diventando sempre più ciniche ed esperte in manipolazione. In epoca contemporanea ha cominciato Putin, un maestro, ora seguito dall’ America di Trump, autocrate più rozzo e meno capace (causa retaggi storici di democrazia) di nascondere all’ occidente la sua natura fascista. I due dittatori, come si diceva in Europa negli anni trenta, sono fatti per intendersi. Il finale è da scrivere, lo farà la Cina?