

Per comprendere la strategia sovietica durante la Guerra Fredda bisogna sgombrare il campo da un equivoco di fondo. Quando si parla di KGB, l’immaginario collettivo si ferma agli agenti sotto copertura, ai microfilm e al furto di piani militari. Certo, lo spionaggio convenzionale esisteva. Ma ciò che emerge con prepotenza dall’Archivio Mitrokhin è qualcosa di diverso, che va oltre la semplice raccolta di informazioni.
La vera specialità del Servizio A (incardinato nel Primo Direttorato Centrale di Yasenevo) erano le Aktivnye Meropriyatiya, le Misure Attive. Se il compito dell’intelligence classica è fotografare la realtà per anticipare le intenzioni del nemico, le Misure Attive miravano a modificare la realtà stessa, infettando il tessuto sociale e decisionale dell’avversario per indurlo all’autodistruzione.
Tra i dossier più cinici di questa guerra ombra spicca la gestione sovietica delle tensioni razziali che hanno attraversato gli Stati Uniti nel dopoguerra. Le richieste legittime dei movimenti per i diritti civili non vennero accolte da Mosca con solidarietà ideologica, ma identificate come il “tallone d’Achille” sistemico. Tuttavia, bisogna fare attenzione a non togliere “agency” ai movimenti americani, perché la rabbia era autentica e le ingiustizie reali.
L’errore storico dell’FBI (e di J. Edgar Hoover) fu credere che la protesta fosse un’invenzione comunista. La realtà documentata dai file Mitrokhin è invece che il KGB non generava il fuoco, ma agiva come un amplificatore su un segnale già esistente. Si comportava come un parassita opportunista su un corpo sociale già malato, utilizzando quella ferita aperta come il grimaldello perfetto per screditare l’autorità morale di Washington e smantellare dall’interno la narrazione del “Leader del Mondo Libero”.
Dagli archivi emerge dunque una verità gelida: l’URSS non sosteneva i movimenti per empatia verso la popolazione afroamericana. La strategia era puramente accelerazionista. L’obiettivo di Yuri Andropov, l’architetto di questa guerra psicologica, non era la parità dei diritti, ma la massima delegittimazione e ingovernabilità.
In questo scacchiere, Martin Luther King rappresentava un paradosso operativo. Mentre l’FBI lo sorvegliava ossessivamente credendolo un pericoloso sovversivo, i rapporti interni del KGB lo liquidavano con disprezzo come un “piccolo borghese”. La sua dottrina della non-violenza era vista a Mosca come un freno a mano tirato, un ostacolo all’escalation rivoluzionaria che il Centro desiderava.
Per il KGB, King era un leader inefficace proprio perché cercava la conciliazione. Per questo il piano sovietico prevedeva di sostituirlo con figure radicali, disposte a trasformare le proteste in guerriglia urbana. Finché King restò in vita, la strategia di Mosca fu quella del logoramento. I residenti del KGB negli Stati Uniti ricevettero l’ordine di finanziare pubblicazioni radicali che dipingessero il reverendo non come un leader, ma come un “Uncle Tom”, un servitore docile dell’establishment bianco.
L’obiettivo era erodere la sua base giovanile, spingendo le nuove generazioni verso i movimenti del Black Power, ritenuti più permeabili all’influenza marxista-leninista. Ma il 4 aprile 1968, il proiettile che uccise King a Memphis cambiò istantaneamente lo scenario. Per il Centro di Mosca, la morte del reverendo offriva un’opportunità tattica paradossalmente superiore alla sua vita.
Mentre le città americane bruciavano nelle rivolte della “Holy Week”, da Mosca partì l’ordine di diffondere massicciamente, attraverso canali in Africa e nel Terzo Mondo che poi rimbalzavano sui media occidentali, una narrazione complottista: King non era stato ucciso da un razzista solitario, ma era vittima di un complotto di Stato orchestrato dall’FBI. La menzogna aveva il fine preciso di trasformare il lutto in furia cieca.
Se lo sfruttamento del caso King si muoveva ancora sul piano della propaganda, con l’Operazione Pandora (1971) il cinismo sovietico compì un salto di qualità, passando dalla guerra psicologica alla pianificazione del terrorismo fisico. Il teatro scelto fu New York. L’obiettivo non era più lo scontro verticale — neri contro bianchi — ma l’innesco di una guerra orizzontale, fratricida, tra le due minoranze della comunità afroamericana e quella ebraica.
Da un lato, il Servizio A fabbricò volantini firmati da finti gruppi suprematisti neri, carichi di minacce antisemite. Dall’altro, produsse materiale speculare, falsamente attribuito alla Jewish Defense League (JDL), contenente violenti attacchi razzisti contro i neri. Lo scopo era saturare l’ambiente di paranoia reciproca.
I documenti d’archivio dettagliano inoltre l’esistenza di una volontà agghiacciante di compiere un salto ulteriore, passando all’azione cinetica, immaginando il piazzamento di un ordigno esplosivo in un “college nero” (questa la terminologia asettica usata nei dossier), per poi far ricadere la colpa sugli estremisti ebraici. Sebbene questa azione non sia mai stata portata a termine, la sola esistenza di un simile scenario resta una sentenza storica.
Tredici anni dopo Pandora, la strategia compì un’ulteriore operazione. Questa volta il teatro non era un quartiere di New York, ma le Olimpiadi di Los Angeles del 1984. In un tentativo di ritorsione per il boicottaggio americano di Mosca ’80, il KGB decise di terrorizzare le delegazioni del Terzo Mondo, trasformando la paura del razzismo in un’arma geopolitica.
I comitati olimpici di oltre dieci nazioni africane e asiatiche si videro recapitare missive ufficiali su carta intestata del Ku Klux Klan. L’operazione fu smascherata da un dettaglio tecnico che tradì la mano dei burattinai. Sebbene le lettere fossero state fisicamente imbucate negli Stati Uniti per garantire il timbro postale corretto, l’analisi linguistica forense rivelò l’inganno.
La sintassi era rigida, le costruzioni verbali innaturali per un suprematista del Sud, ma perfettamente compatibili con un madrelingua slavo che traduce mentalmente in inglese. Inoltre, il nome dell’organizzazione era scritto “Ku-Klux-Klan” con i trattini, una grafia mai utilizzata dai veri gruppi del Klan. Nell’agosto 1984, l’Attorney General William French Smith rese pubbliche le prove della falsificazione.
Eppure, il danno psicologico era fatto. Il dubbio sulla sicurezza degli atleti neri in America rimase sottopelle, dimostrando che una menzogna ben confezionata sopravvive spesso alla sua smentita. Relegare questi dossier alla polvere degli archivi sarebbe un errore di prospettiva fatale. Cambiano i vettori tecnologici, ma la dottrina operativa è rimasta intatta.
L’Operazione Pandora e i falsi volantini del KKK sono, a tutti gli effetti, gli antenati analogici delle moderne campagne di influenza digitale. Ciò che il Servizio A faceva con macchine da scrivere e buste affrancate, oggi viene eseguito su scala industriale dalle “troll farm” come l’Internet Research Agency di San Pietroburgo. Durante le elezioni USA del 2016, i report d’intelligence hanno confermato l’applicazione dello stesso modus operandi.
Operatori russi gestivano, spesso dalla stessa scrivania, sia pagine radicali “Black Lives Matter” che gruppi di supporto alla polizia “Blue Lives Matter”. La lezione finale che emerge dall’Archivio Mitrokhin e dalle Misure Attive è semplice: per l’attaccante, il contenuto ideologico della disputa è irrilevante. L’unico vero obiettivo è il grado di lacerazione interna della società bersaglio.
Sarebbe sbagliato vedere l’ombra lunga della manipolazione in tutte le nostre sane discussioni interne. Ma teniamo sempre a mente come la polarizzazione sia un’arma in mano ai nemici delle nostre società.

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