
Nelle ultime settimane la Lituania è stata al centro di una battaglia politica d’intensità insolita per le sue latitudini. Venerdì 3 ottobre, il neo-ministro della cultura Ignotas Adomavi?ius, esponente del partito populista Alba del Nemunas, è stato costretto alle dimissioni dopo poco più di una settimana di manifestazioni di protesta in tutto il paese, scatenate proprio dalla ratifica presidenziale della sua nomina.
L’episodio costituisce l’ultimo atto dell’instabilità che, dal 31 luglio, caratterizza la politica lituana. In quella data il primo ministro Gintautas Paluckas aveva annunciato le proprie dimissioni per disinnescare le polemiche seguite alle inchieste giudiziarie su alcuni suoi vecchi affari privati. Come previsto dalla Costituzione, alle dimissioni di Paluckas erano seguite quelle dell’intero governo, lasciando al Partito socialdemocratico (LSDP) – titolare della maggioranza relativa nel Seimas, il parlamento lituano – il compito di ricomporre gli equilibri politici e formare un nuovo esecutivo.
Nel frammentato scenario dell’hung parliament lituano, i socialdemocratici hanno dovuto ridiscutere i termini di una coalizione simile a quella precedente, composta da forze eterogenee, tra cui proprio i populisti di Alba del Nemunas. Il nome del partito – in lituano Nemuno Aušra – suona vagamente sinistro: il Nemunas è il fiume principale del paese, ma anche un topos identitario nel discorso etno–nazionalista. Fondato alla fine del 2023 da Remigijus Žemaitaitis, il movimento ha rapidamente guadagnato spazio sulla scena politica, incarnando la via lituana al populismo.
Il profilo politico di Alba del Nemunas è simile a quello di altri partiti dello spazio centro-europeo, come Smer di Fico in Slovacchia o ANO di Babiš in Repubblica Ceca, anche se, a ben guardare, riproduce schemi già noti anche da noi. Ennesimo esemplare di ircocervo populista, mescola, nella sua retorica per citrulli, elementi di opposta matrice: posizioni reazionarie sui temi identitari (immigrazione, famiglia, difesa della tradizione) e volto umano, da vecchia socialdemocrazia nordica, sui temi economico-sociali (diritto alla casa, lotta all’inflazione, ecc.). Il tutto ai soli fini di massimizzare il consenso.
Žemaitaitis si distingue per virtuosismo cerchiobottista: pur dichiarandosi timidamente a favore delle unioni civili – posizione non scontata in un paese arretrato sui diritti civili – la sua vera agenda politica, al netto di qualche apertura di facciata, è piuttosto truce e include, tra le altre cose, l’opposizione alla ratifica del Trattato di Istanbul contro la violenza sulle donne e la proposta di reintrodurre la pena di morte nell’ordinamento giuridico. Un repertorio ideologico sospeso tra tradizionalismo punitivo e populismo penale, tipico delle derive illiberali già osservate in altre parti dell’Europa centro-orientale.
Alle elezioni parlamentari del 2024, pur mancando il temuto exploit, Alba del Nemunas si è affermato come terza forza politica del paese, entrando nella coalizione di maggioranza guidata dai socialdemocratici a sostegno del governo Paluckas. Dopo le dimissioni di quest’ultimo e la nomina di Inga Ruginien? a nuovo primo ministro, il partito di Žemaitaitis ha colto l’occasione per incassare i dividendi politici, ridistribuendo tra i propri fedelissimi le cariche ministeriali ottenute con il nuovo accordo di governo. Tra questi spicca proprio Ignotas Adomavi?ius, imprenditore e proprietario di una catena di ristoranti a tema – guarda caso – italiano, nominato ministro della cultura.
Il livello medio della classe politica lituana è in linea con quello delle altre democrazie europee, Italia compresa, e resta lontano dalle vette di cialtroneria raggiunte altrove in Europa centro-orientale. Tuttavia, in un paese piccolo, segnato da un declino demografico pluridecennale e da una costante emorragia di talenti, la carenza di figure politiche di rilievo tende a emergere con particolare evidenza – soprattutto in formazioni improvvisate come quella di Žemaitaitis. Così, secondo una logica di spartizione degli incarichi che ricalca il principio tutto italiano del “a ciascuno il suo bibitaro”, nel nuovo governo lituano il ministero della cultura – prestigioso pur non strategico – è finito nelle mani dell’incompetente di turno.
La nomina di Adomavi?ius – uomo che con la cultura non ha mai avuto a che fare – ha innescato un profondo disagio nella società civile lituana. Già in subbuglio dopo meno di un anno di governo a incerta guida socialdemocratica, tra le ambiguità di alcuni esponenti della coalizione sull’aggressione russa in Ucraina e l’affaire Paluckas, la ratifica del presidente Gitanas Naus?da è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. A esasperare ulteriormente gli animi hanno contribuito poi alcune dichiarazioni – o, meglio, esitazioni – dello stesso Adomavi?ius sullo status della Crimea. Il disastro politico era servito.
Le proteste sono state immediate, partecipate e di una determinazione senza precedenti. Nel giro di poche ore, la piazza di fronte al palazzo presidenziale, nel cuore di Vilnius, si è riempita di migliaia di manifestanti: civili, ma irremovibili. Ai lituani non è andata giù la nomina di un ristoratore populista a ministro della cultura. In un paese piccolo come il loro, sanno bene che la cultura – e il soft power che ne deriva – non è un orpello, ma una risorsa strategica: plasma l’identità nazionale e ne sostiene il prestigio, la credibilità e, in ultima analisi, il diritto stesso di esistere come comunità autonoma e distinta. Una consapevolezza che, in un momento in cui, a poche centinaia di chilometri, si tenta di cancellare a suon di bombe l’esistenza stessa di una comunità nazionale attraverso la negazione – a carattere genocidario – della sua autonomia culturale, assume il valore di un imperativo categorico: difendere la cultura significa difendere la sopravvivenza stessa della propria comunità.
Il mondo della cultura e dello spettacolo ha reagito proclamando uno sciopero generale. Le piazze, fisiche e digitali, si sono riempite di un simbolo divenuto virale: un cartello di pericolo di caduta in acqua con la scritta “kult?ra”, adottato come emblema della protesta. In breve tempo il simbolo ha tappezzato le città lituane, appuntato su giacche, borse e zaini, soprattutto dai più giovani. La protesta ha varcato i confini nazionali: lunedì 6 ottobre, a Roma, durante la visita del presidente Naus?da per l’inaugurazione dell’“anno lituano della cultura in Italia” alla presenza di Mattarella, diversi artisti lituani hanno esibito con orgoglio il simbolo della contestazione. Nel frattempo, Adomavi?ius aveva già rassegnato le dimissioni.
L’insurrezione civile e pacifica dei settori culturali e della società lituana contro l’avanzata del populismo è un segnale significativo, che infonde speranza. Dimostra come un piccolo paese, temprato da una storia difficile, possa offrire una lezione morale e politica all’Europa occidentale, stanca e ripiegata su se stessa. Noi, da anni assuefatti alle peggiori pantomime della politica nostrana — dai bibitari di stadio assurti a ministri degli esteri alle special rapporteur venerate come pizie vaticinatrici — dovremmo guardare al caso lituano come a un monito: di fronte all’assalto populista, la democrazia si difende senza arretrare e lo si fa subito, prima che la situazione degeneri oltre ogni possibilità di risanamento.
Nel caso lituano, l’intransigenza della società civile affonda le radici in una pesante eredità storica: il trauma ancora vivo dell’occupazione sovietica, il senso di vulnerabilità nazionale e la consapevolezza della perenne vocazione imperialista del vicino orientale, con la sua propaganda pervasiva e i suoi impulsi genocidari verso i vicini, hanno generato una sorta di immunità morale a ogni deriva antidemocratica. I lituani sono scesi in piazza per dire no a una politica che cominciava a cedere alle retoriche cialtronesche del populismo e dei suoi derivati: la propaganda tiktokizzata che traveste l’antipolitica da autenticità e l’antidemocrazia da libertà.
Un ulteriore, inquietante aspetto del caso lituano è l’antisemitismo e la strumentalizzazione del conflitto israelo-palestinese per alimentare una retorica anti-sistema, antidemocratica e filo-autoritaria. Non sorprende, quindi, che Alba del Nemunas sia il partito di appartenenza di due dei soli tre parlamentari lituani che hanno proposto di riconoscere lo Stato palestinese per fini puramente propagandistici. Né è casuale che questo partito sia nato sulle ceneri del più volgare episodio di antisemitismo nella politica lituana contemporanea, con protagonista lo stesso Žemaitaitis.
Già nel maggio 2023, quando militava ancora nel partito populista Libertà e Giustizia, Žemaitaitis aveva pubblicato su Facebook commenti di chiara matrice antisemita, citando persino un’infame filastrocca che paragonava gli ebrei ai topi e diffondendo la menzogna secondo cui gli ebrei avrebbero partecipato all’oppressione dei lituani durante la Seconda guerra mondiale, fino a insinuare una loro corresponsabilità nel massacro di Pir?iupiai del 1944 – in realtà opera delle SS e di collaborazionisti locali. Le sue affermazioni vennero condannate dalla comunità ebraica, dal corpo diplomatico e dall’establishment politico, e portarono a un’indagine della procura generale e alla sua espulsione dal partito.
Ma Žemaitaitis, invece di sparire, riemerse pochi mesi dopo per fondare Alba del Nemunas, tornando così a diffondere più di prima il suo repertorio di bestialità demagogiche per inquinare e polarizzare il dibattito. Recentemente, il 10 ottobre scorso, ha attaccato il direttore del Museo nazionale d’arte, usando le presunte – e, peraltro, smentite – origini ebraiche dell’uomo come pretesto per accusarlo di complottare contro lo stato. Non è ancora chiaro quale sarà la reazione della politica istituzionale e della società civile di fronte a questa ennesima esternazione, ma intanto la coalizione di maggioranza continua a perdere credibilità, e lo spettro di elezioni anticipate sembra prendere forma.
Qualunque sia il corso politico a breve termine, la lezione che arriva dalla Lituania – specie per noi italiani ed europei meridionali – è semplice ma cruciale: non cedere alla cialtroneria populista, né a chi, per calcolo o debolezza, finisce per assecondarla. In Italia, come altrove in Europa, ampi settori della società civile non hanno obiettato alle mosse spericolate dei leader dei partiti istituzionali, spesso compiacenti verso l’agenda dei partiti antisistema nel tentativo di arginare l’emorragia di consensi. Il risultato finora è stato nefasto: invece di recuperare terreno, i partiti istituzionali hanno inquinato la propria identità, inglobando la demagogia dei populisti, assimilandone la corruzione morale e contribuendo, di fatto, a normalizzare la cialtroneria anti-democratica di qualunquisti e massimalisti.
La situazione politica lituana presenta analogie inquietanti con quella italiana. Anche da noi, il principale partito progressista ha scelto di allearsi con una forza populista dalla retorica sgangherata, abituata a piroette opportunistiche e compromessi morali. Ma la differenza è sostanziale: in Lituania quell’alleanza serviva almeno a superare l’impasse parlamentare e a garantire la governabilità; in Italia, invece, il cosiddetto “campo largo” sembra un esercizio di auto-sabotaggio. L’attuale leadership del principale partito di opposizione, priva di carisma e visione, sta smarrendo la propria identità riformista nel vano tentativo di inseguire l’umore del momento, trasformando il partito in un’aggregazione incoerente di pulsioni populiste e calcoli elettorali. Così, più che contendere il potere al blocco sovranista, finisce per legittimarlo e consolidarlo.
In Lituania – a differenza dell’Italia – la società civile ha reagito con fermezza nei confronti di una politica che cominciava a mostrare segni di cedimento alle logiche populiste. In tutte le sue componenti nobili – popolari, liberali, riformiste – ha dimostrato una consapevolezza democratica rara: ha capito che la difesa della democrazia non tollera ambiguità. Ogni indulgenza verso il qualunquismo, ogni compromesso con l’antipolitica, ogni strizzata d’occhio al disprezzo delle regole non è pragmatismo, ma resa. È imboccare a tutta velocità la corsia che porta al degrado della democrazia.
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Un bel esempio di come la democrazia e i suoi valori non si debbano dare per scontati, salvo accorgersi troppo tardi del rischio o peggio del danno che certi cambiamenti di natura populista portano al sistema istituzionale e sociale.
In Europa e anche negli Usa accadono troppo facilmente certe svolte populiste e sembrano difficili da arginare, in un mondo sempre più social dove ognuno ha il diritto di replica, facendosi portavoce attraverso like e visualizzazioni ma commettendo l’errore di pensare di sapere di smentire e superare l’esperienza e la conoscenza acquisita da esperti e studiosi in materie scientifiche e non solo. O certamente, per chi è in malafede smanioso di popolarità, fama e pure denaro, quello è proprio l’obiettivo da perseguire.