

Da oltre un decennio, l’Europa è bersaglio di un’aggressione lenta, multidimensionale, pervasiva. Ma solo con l’invasione su larga scala dell’Ucraina nel 2022 e la successiva ondata di sabotaggi, cyberattacchi e disinformazione, le cancellerie europee hanno iniziato a riconoscere la portata della minaccia. La verità, tuttavia, è che la guerra ibrida russa contro l’Unione Europea non è una novità dell’era post-Crimea. È una strategia sedimentata, testata, raffinata fin dagli anni 2000. Una forma di conflitto senza dichiarazione, che ha mirato – e mira tuttora – a logorare la coesione interna europea, a disarticolarne le istituzioni, e a minarne la fiducia pubblica. Non una guerra aperta, ma una guerra vera, mascherata da ambiguità.
L’errore iniziale dell’Europa è stato di trattare gli atti ostili russi come anomalie episodiche, piuttosto che come segnali di una strategia coerente e intenzionale. Il Cremlino, fin dai primi anni 2000, ha combinato strumenti non cinetici – media, gasdotti, pressioni commerciali – con incursioni nelle reti cognitive occidentali. La guerra ibrida russa nasce nel solco di una visione geopolitica post-sovietica che mira a ricostruire zone di influenza, non attraverso invasione diretta, ma con logoramento sistemico e delegittimazione delle istituzioni avversarie. L’Europa, distratta dal suo stesso processo di allargamento e integrazione economica, ha sottovalutato i segnali, limitandosi a reagire in modo parziale e frammentato.
Prima della Crimea: i segnali ignorati
Già nei primi anni Duemila, la Russia sperimentava forme di pressione ibrida sui paesi dell’ex blocco sovietico e sui partner europei. Le “guerre del gas” del 2006 e del 2009 contro Ucraina e Georgia, che colpirono indirettamente anche l’Europa orientale, furono i primi segnali tangibili: non si trattava solo di contese commerciali, ma di vere e proprie operazioni di coercizione energetica. Parallelamente, si consolidava una rete mediatica e diplomatica pensata per diffondere narrative anti-occidentali, criticare l’allargamento NATO e screditare le istituzioni europee. La Russia non faceva mistero delle sue ambizioni: dividere, indebolire, manipolare.
Nel frattempo, l’Unione Europea – assorbita dalla sua agenda di allargamento e di integrazione economica – tendeva a interpretare questi episodi come crisi settoriali, senza coglierne la coerenza strategica. I Paesi baltici, la Polonia, la Finlandia lanciavano avvertimenti: parlavano di disinformazione sistematica, di operazioni di influenza, di pressione migratoria organizzata. Ma dall’altra parte del continente si parlava ancora di “paranoia dell’Est”.
2014: Crimea come turning point percettivo
Con l’annessione della Crimea nel marzo 2014, la strategia russa si dispiega in tutta la sua evidenza. È il momento in cui l’Europa – e l’Occidente in generale – inizia a riconoscere apertamente che esiste un nuovo tipo di conflitto. La Crimea non viene conquistata con divisioni corazzate: bastano “omini verdi” senza mostrine, l’occupazione silenziosa delle infrastrutture, la disinformazione martellante, il sostegno di media compiacenti. È un’operazione ibrida esemplare: nessuna dichiarazione di guerra, ma effetti strategici totali.
Nello stesso periodo, emergono altri episodi che mostrano l’ampiezza dello spettro operativo russo. Il malware NotPetya del 2017, partito dall’Ucraina, paralizza infrastrutture civili in tutta Europa. Campagne di disinformazione invadono l’ecosistema digitale europeo: dalle presidenziali francesi del 2017, con il leak dei MacronLeaks, fino alla Brexit, passando per le narrative anti-UE in Italia, Germania e Grecia e il trionfo dei partiti populisti filorussi.
Le analisi successive – come quelle del CSIS, dell’EU DisinfoLab e dell’East StratCom Task Force – identificano decine di operazioni “grigie”: cyberattacchi, campagne social, ingerenze politiche, infiltrazioni nei media e nei think tank.
L’annessione della Crimea nel 2014 avrebbe potuto – e forse dovuto – rappresentare una linea rossa invalicabile. Ma l’Europa si limitò a sanzioni simboliche, mentre Washington oscillava tra prudenza strategica e disimpegno. Nessun intervento concreto, nessuna risposta proporzionata all’annessione di un territorio sovrano con un’operazione di forza. Nelle capitali europee prevalse la logica del contenimento morbido, l’illusione che fosse un’anomalia e non l’inizio di una strategia più ampia. Quel silenzio, quella riluttanza a reagire, furono letti a Mosca come un segnale: l’Occidente non era disposto a difendere le sue stesse regole.
La nuova fase: guerra permanente a bassa intensità
Dal 2025, con il ritorno di Trump alla Casa Bianca e la prosecuzione della guerra in Ucraina, la strategia russa entra in una nuova fase: meno focalizzata sul conflitto ucraino, più orientata a destabilizzare l’Europa continentale. La guerra ibrida diventa la forma primaria di pressione strategica.
Droni non identificati sorvolano lo spazio aereo di Polonia, Germania, Danimarca, Estonia. Alcuni vengono intercettati, altri no. In Estonia, tre MiG violano lo spazio nazionale. Le forze polacche abbattono droni russi. Le incursioni sono ambigue, negabili, calibrate con attenzione per evitare una risposta militare formale. Ma hanno un effetto chiaro: testano i tempi di reazione, alimentano l’incertezza, insinuano la possibilità che la NATO non sia inviolabile.
A questi episodi si aggiungono blackout informatici, incendi sospetti in raffinerie e fabbriche chimiche (come in Germania e nell’Europa dell’Est), sabotaggi su cavi sottomarini nel Baltico, attacchi DDoS a parlamenti nazionali. Secondo fonti NATO e analisi del CSIS, solo nel 2024 si contano oltre 60 episodi sospetti, spesso senza rivendicazione, ma con firme tecniche riconducibili a gruppi legati al GRU o a contractor russi.
L’arsenale russo per la guerra ibrida è altamente sofisticato e adattabile. Comprende strumenti di guerra elettronica (EW) testati in Siria e perfezionati sul fronte ucraino, come jamming GNSS che disorienta la navigazione satellitare, e attacchi informatici mirati a infrastrutture critiche, spesso condotti da gruppi collegati al GRU (es. APT28, alias Fancy Bear). Il Cremlino mantiene una plausibile negabilità grazie all’uso di proxy civili, contractor irregolari, mafie locali o hacker freelance, rendendo difficile l’attribuzione diretta degli attacchi. Questi strumenti operano in sinergia con provocazioni fisiche, come sorvoli di jet MiG o lanci di droni su basi NATO, che testano i tempi di risposta e alimentano un clima di crisi a bassa intensità.
In parallelo, Mosca alimenta il caos informativo: attraverso bot farm, media alternativi e influencer simpatizzanti, si diffondono narrazioni che accusano l’UE di russofobia, che legittimano la guerra russa come autodifesa, che mettono in dubbio la validità delle sanzioni. In Italia, in Francia, in Germania, le campagne su X e Telegram mostrano una netta impennata: si parla di “pace a ogni costo“, si accusano le istituzioni europee di sacrificare l’economia per l’Ucraina.
Quinte colonne e “pentitenzialismo”
La guerra ibrida non si combatte solo con i droni o i malware, ma anche – e forse soprattutto – nelle menti. Mosca sa sfruttare il senso di colpa storico dell’Occidente: le guerre in Iraq, Afghanistan, Libia, l’imperialismo economico, l’arroganza post-1989. È su queste ferite che costruisce le sue narrative: l’Occidente ha provocato Mosca, l’Occidente ha imposto la NATO, l’Occidente non ha titolo morale per criticare.
L’efficacia della guerra cognitiva russa risiede anche nella sua capacità di cooptare segmenti della società civile e intellettuale occidentale. La cosiddetta “quinta colonna” non si compone solo di agenti consapevoli, ma di figure pubbliche che, per ideologia o risentimento verso l’egemonia americana, finiscono per amplificare la narrativa russa.
A dare voce a queste tesi non ci sono solo troll anonimi, ma anche intellettuali riconosciuti, accademici, commentatori che – per convinzione o tornaconto – amplificano le linee del Cremlino. Jeffrey Sachs ne è un caso emblematico: da economista di spessore e critico rispettato della terapia d’urto post-sovietica, è diventato nel tempo un “validatore” delle narrazioni russe, accusando l’Occidente di aver provocato la guerra e partecipando come relatore al Consiglio di Sicurezza ONU, dove ha sostenuto le rivendicazioni di Mosca.
Eppure, nel 2014, Sachs esprimeva posizioni molto diverse. All’indomani dell’annessione della Crimea, definiva l’azione di Mosca una violazione del diritto internazionale, destinata a isolare la Russia e a produrre conseguenze economiche devastanti. Sebbene anche allora non mancassero, nel suo retrotesto, accuse all’espansione NATO, il suo impianto era ancora ancorato alla legalità internazionale. La sua visione era (ed è) informata dall’idea di sfera di sicurezza – concetto ambiguo che riecheggia le “aree di influenza” di stampo novecentesco – ma il passaggio da critico bilanciato a interprete del punto di vista russo è stato progressivo e marcato.
Il punto di svolta arriva nel febbraio 2023, quando Sachs viene invitato dalla Federazione Russa come relatore a un dibattito del Consiglio di Sicurezza ONU dedicato alla distruzione dei gasdotti Nord Stream. In quell’occasione, accusa direttamente gli Stati Uniti di sabotaggio – senza portare prove – e ribadisce pubblicamente che la guerra in Ucraina è stata provocata dalla NATO e che la Crimea è storicamente russa. Pur precisando di parlare a titolo personale, l’invito è significativo: Sachs è stato scelto perché le sue tesi – dalla neutralità ucraina alla fine dell’espansione NATO – coincidono con gli obiettivi narrativi del Cremlino. Un perfetto esempio di soft power rovesciato: un economista occidentale di prestigio che legittima il discorso geopolitico russo in una sede internazionale.
In Italia, Sachs è stato più volte ospite di dibattiti televisivi e convegni. Memorabile, in tal senso, il confronto televisivo con il senatore Carlo Calenda, che lo ha accusato pubblicamente di essere un propagandista filorusso e di piegare la lettura storica a vantaggio delle tesi del Cremlino. La parabola di Sachs dimostra che Mosca non ha bisogno di creare artificialmente le quinte colonne: le seleziona, le incoraggia e le trasforma in moltiplicatori cognitivi.
Il caso Sachs non è un’anomalia, ma l’emblema di un approccio sistemico. La Russia non si affida più soltanto alla propaganda diretta, ma punta sulla cooptazione di voci autorevoli occidentali che possano veicolare le sue narrazioni dall’interno del dibattito democratico. È una forma raffinata di penetrazione cognitiva, che non si limita a manipolare le informazioni, ma agisce sulle categorie interpretative stesse del pubblico occidentale: colpa, responsabilità storica, equilibrio geopolitico. In questo quadro, la propaganda smette di sembrare tale. Diventa opinione rispettabile, confronto tra esperti, pluralismo del discorso. Ma il fine resta lo stesso: orientare il consenso, dividere l’opinione pubblica, neutralizzare il sostegno all’Ucraina.
La disinformazione russa non è un’innovazione recente: ha radici profonde nella tradizione sovietica delle “misure attive” (aktivnye meropriyatiya) praticate dal KGB durante la Guerra Fredda per manipolare l’opinione pubblica e influenzare l’élite in Occidente. Questo approccio è stato aggiornato in epoca digitale, trasformando i media statali russi in veri strumenti di guerra epistemica. Piattaforme come RT e Sputnik sono solo la punta visibile di un ecosistema più vasto che include bot farm, troll, influencer cooptati, reti Telegram e campagne coordinate su X. L’obiettivo non è solo diffondere notizie false, ma inquinare il campo informativo con versioni contrastanti, rendendo impossibile stabilire una verità condivisa: è il principio del “flooding the zone with shit”, adattato alle democrazie europee.
Non meno pericoloso è il ruolo dei partiti politici che, in Europa, sono stati finanziati o infiltrati direttamente da reti legate a Mosca. In Germania, Austria e Italia sono emerse prove di legami finanziari e ideologici con ambienti filorussi. Alcune forze politiche euroscettiche hanno ricevuto supporto economico occulto per promuovere agende che indeboliscono la coesione interna dell’Unione. La guerra ibrida si combatte anche nelle urne.
Una strategia adattiva e senza fine
Ciò che rende la guerra ibrida russa così pericolosa non è solo la sua estensione tecnica, ma la sua adattività. Non esiste una dottrina codificata – e il riferimento alla cosiddetta “dottrina Gerasimov” è fuorviante – ma un insieme fluido di pratiche che si aggiornano costantemente: dalla coercizione energetica alla disinformazione, dal sabotaggio fisico al jamming satellitare, dalle campagne su Telegram alla corruzione politica.
L’obiettivo non è vincere con un’azione decisiva, ma logorare, dividere, rallentare. È una strategia del tempo lungo, che punta a costringere l’Europa a scegliere tra stabilità e resistenza, tra comfort interno e difesa dell’ordine liberale. E per ora, l’Europa ha risposto con cautela, spesso in ritardo, sempre in ordine sparso.
Capire il conflitto per contrastarlo
L’aspetto più pericoloso della guerra ibrida russa è la sua capacità di mimetizzarsi all’interno delle normali dinamiche democratiche. Non si tratta di operazioni segrete nel senso classico, ma di un uso strategico delle vulnerabilità sistemiche europee: libertà di stampa, pluralismo, federalismo. Le democrazie liberali, in assenza di un fronte narrativo coeso e di un linguaggio strategico condiviso, diventano permeabili non solo agli attacchi esterni, ma anche alla corrosione interna della fiducia pubblica. La Russia non mira tanto a distruggere l’Europa militarmente, quanto a svuotarne i significati: sicurezza, appartenenza, verità. È una strategia che non cerca vittorie sul campo, ma la resa semantica dell’avversario.
La Russia non ha inventato la guerra ibrida nel 2014. L’ha solo resa visibile. Per anni, ha testato i limiti dell’Europa, calibrando il passo e misurando la risposta. Ora, dopo due decenni di escalation sotto soglia, ha trasformato la guerra ibrida in una condizione permanente, una cornice dentro cui ogni crisi – energetica, migratoria, informativa – può essere strumentalizzata.
Capire questo significa riconoscere che la guerra non comincia quando cadono le prime bombe, ma quando si accetta la manipolazione. Serve una dottrina europea per la resilienza cognitiva, servono strumenti di attribuzione rapida, serve una narrazione compatta. Perché se la guerra è iniziata prima che ce ne accorgessimo, può finire solo se impariamo a chiamarla con il suo vero nome.
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Direi che siamo all’aggiornamento di Brigate Russe, molto ben documentato