3 pensieri su “L’accoglienza e la bambagia. Il “palestinismo” e i ponti mai costruiti

  1. Grazie per l’articolo. Una domanda : non le sembra che questo “palestinismo” non è solo una posa sociologica tutta italiana ma può anche ritrovarsi nel contesto francese ?

    Cordiali saluti.

    1. Gentile Adriana,
      intanto grazie per il tuo commento. La tua è un’ottima osservazione.
      Non conosco la realtà francese nel dettaglio, però credo proprio che il “palestinismo” — inteso come quella “posa sociologica” e quel “terzomondismo d’accatto” di cui parlo nell’articolo — sia un fenomeno universalmente occidentale. Hai perfettamente ragione a suggerire che non sia unicamente italiano.
      Soltanto che in Italia, a mio avviso, trova alimento e sostegno sui media e in certi ambienti intellettuali e accademici in modo particolarmente pervasivo. Come spiego nell’articolo, qui da noi affonda le radici in un peculiare passato di “cattocomunismo” che ha generato una sorta di “riflesso condizionato”: una visione idealizzata e acritica che ignora le complessità storiche e le responsabilità di tutte le parti in causa.
      È quindi molto probabile che lo stesso fenomeno si ritrovi anche nel contesto francese, sebbene magari con sfumature e origini storiche differenti. È una tendenza, purtroppo, diffusa in buona parte dell’Occidente, che ha abdicato al suo ruolo critico preferendo “l’accoglienza nella bambagia”.
      Grazie ancora per l’acuto spunto di riflessione.
      Cordiali saluti,

  2. Riporto un episodio personale. Quando è stata data la notizia che i Bibas erano stati uccisi, i bambini strangolati a mani nude e poi i corpi fatti a pezzi a sassate per simulare che fossero rimasti uccisi da un bombardamento israeliano, ho portato dal corniciaio due foto, quella di Kfir steso sul tappeto, che ride, e quella del rapimento, la madre con gli occhi pieni di terrore e orrore ce li stringe a sé, le due testine arancione sul petto. Quando le avevo portate c’era la moglie. Ho posato le due foto sul banco e ho detto: “Vorrei fare un quadretto”. La signora guarda la prima e sorride intenerita: “Che carino!” Poi mette meglio a fuoco, vede anche la seconda, si blocca: “Lui è… Loro sono…” “Sì”. La voce si spezza, gli occhi si inumidiscono, prova a parlare ma la voce non esce e sussurra, scuotendo la testa: “Ma come si fa, come si fa”. Temevo di sentirmi dire, come mille volte in questi giorni mi è stato ribattuto da vari commentatori da Porro: “E alle migliaia di bambini dall’altra parte assassinati a sangue freddo non ci pensa nessuno?” Mi era andata bene: c’è ancora un po’ di umanità in giro per il mondo.
    Quando sono andata a prenderlo invece c’era lui c’era lui. Prende il quadro, lo posa sul banco, e mentre attacca il gancio e lo incarta, comincia a parlare. A voce bassa.
    Ha fatto bene a fare questa cosa. Queste cose bisogna ricordarle. Ho fatto 200 cornici per i disegni dei bambini palestinesi, per la mostra qui – indica col braccio. Quando l’organizzatrice è venuta a prenderli ho detto: “Ok, 200 dei bambini palestinesi va bene, ma uno di un bambino israeliano, uno di numero, non ci starebbe stato bene? Non sono stati uccisi anche loro?” “Eh no! Loro hanno fatto il 7 ottobre!” “No, scusi, il 7 ottobre lo hanno fatto i palestinesi, quella degli israeliani è stata una risposta”. ”Non è vero! Gli israeliani hanno attaccato Gaza il 7 ottobre! Loro hanno cominciato la guerra e sono andati a uccidere i bambini!”.

    Ecco, questo è il risultato dell’immigrazione palestinese. Per tutto il periodo in cui è rimasta aperta la mostra sono state organizzate visite da tutte le scuole elementari e medie della città, e sulle due pubblicazioni di notizie online della città apparivano articoli quotidiano sulla tragedia dei poveri bambini palestinesi uccisi intenzionalmente dal ferocissimo esercito israeliano
    Poi il quadro l’ho messo nello studio di fianco al computer, in modo da averlo sempre davanti agli occhi, e nell’ingresso ho messo le due foto da sole con un gancetto appese a un filo, che nessuno possa entrare in casa mia senza essere obbligato a ricordare.

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