

L’arrivo di nuovi studenti e ricercatori palestinesi in Italia, attraverso i corridoi universitari promossi dal governo, è stato presentato con la consueta enfasi umanitaria. Il ministro Tajani e la ministra Bernini hanno parlato della necessità di “costruire il futuro della Palestina” e di rafforzare un “ponte di pace”. Parole nobili, che si inseriscono in una prassi ormai quarantennale di accoglienza e borse di studio.
Eppure, proprio questa lunga esperienza storica dovrebbe indurre a una riflessione più cauta. Se dopo quarant’anni di simili iniziative ci troviamo ancora a parlare della necessità di “costruire ponti”, è lecito domandarsi cosa abbia prodotto questo sforzo pluridecennale. L’osservazione dei fatti suggerisce che, invece di un ponte per il dialogo, quell’investimento culturale abbia contribuito a consolidare in Italia una forma molto particolare di attivismo.
È quello che il blogger Roberto Damico ha definito palestinismo: un fenomeno ormai endemico nelle nostre università e in certi salotti intellettuali, che ha poco a che fare con la reale sofferenza di un popolo e molto con una posa sociologica tutta italiana. È, per usare le parole dello stesso Damico, una farsa borghese travestita da militanza, animata da chi, pur rivendicando una ferita ancestrale, è cresciuto nella bambagia del milieu progressista.
D’altronde, che certo attivismo radicale fosse un affare per conto della borghesia lo aveva già colto, con acume profetico, Franco Battiato.
Il suo Up patriots to arms descriveva perfettamente questa dinamica: Le barricate in piazza le fai per conto della borghesia / Che crea falsi miti di progresso. È narcisismo mascherato da solidarietà, una recita per sentirsi rivoluzionari senza mai rinunciare ai privilegi. Un attivismo estetico che non libera nessuno, ma serve solo ai suoi protagonisti per specchiarsi nel mito romantico della ribellione.
Il problema è che questa autorappresentazione non è innocua. Questo palestinismo si è dimostrato un elemento dirompente per la democrazia. Non ha favorito l’integrazione né la comprensione reciproca, ma ha importato propaganda unilaterale, diffondendo una visione del mondo impermeabile al dialogo e, in molti casi, fungendo da veicolo per l’Islam politico. La storia recente delle manifestazioni nelle nostre piazze e atenei, con una solidarietà che non di rado è apparsa ambigua e pericolosamente vicina alla rivoluzione di Hamas, non è affatto un buon presagio.
Oggi, di fronte ai nuovi arrivi, la narrazione dei “ponti di pace” suona, per molti, stanca e poco credibile. Sia chiaro, la preoccupazione diffusa non è per gli individui, ma per il contesto ideologico che li accoglierà. Staremo a vedere. Ma il timore è che, ancora una volta, questi giovani non serviranno a costruire un dialogo, ma solo a rinvigorire quella bolla di palestinismo che prospera nell’autocelebrazione, al riparo da ogni confronto con la realtà.
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Grazie per l’articolo. Una domanda : non le sembra che questo “palestinismo” non è solo una posa sociologica tutta italiana ma può anche ritrovarsi nel contesto francese ?
Cordiali saluti.
Gentile Adriana,
intanto grazie per il tuo commento. La tua è un’ottima osservazione.
Non conosco la realtà francese nel dettaglio, però credo proprio che il “palestinismo” — inteso come quella “posa sociologica” e quel “terzomondismo d’accatto” di cui parlo nell’articolo — sia un fenomeno universalmente occidentale. Hai perfettamente ragione a suggerire che non sia unicamente italiano.
Soltanto che in Italia, a mio avviso, trova alimento e sostegno sui media e in certi ambienti intellettuali e accademici in modo particolarmente pervasivo. Come spiego nell’articolo, qui da noi affonda le radici in un peculiare passato di “cattocomunismo” che ha generato una sorta di “riflesso condizionato”: una visione idealizzata e acritica che ignora le complessità storiche e le responsabilità di tutte le parti in causa.
È quindi molto probabile che lo stesso fenomeno si ritrovi anche nel contesto francese, sebbene magari con sfumature e origini storiche differenti. È una tendenza, purtroppo, diffusa in buona parte dell’Occidente, che ha abdicato al suo ruolo critico preferendo “l’accoglienza nella bambagia”.
Grazie ancora per l’acuto spunto di riflessione.
Cordiali saluti,
Riporto un episodio personale. Quando è stata data la notizia che i Bibas erano stati uccisi, i bambini strangolati a mani nude e poi i corpi fatti a pezzi a sassate per simulare che fossero rimasti uccisi da un bombardamento israeliano, ho portato dal corniciaio due foto, quella di Kfir steso sul tappeto, che ride, e quella del rapimento, la madre con gli occhi pieni di terrore e orrore ce li stringe a sé, le due testine arancione sul petto. Quando le avevo portate c’era la moglie. Ho posato le due foto sul banco e ho detto: “Vorrei fare un quadretto”. La signora guarda la prima e sorride intenerita: “Che carino!” Poi mette meglio a fuoco, vede anche la seconda, si blocca: “Lui è… Loro sono…” “Sì”. La voce si spezza, gli occhi si inumidiscono, prova a parlare ma la voce non esce e sussurra, scuotendo la testa: “Ma come si fa, come si fa”. Temevo di sentirmi dire, come mille volte in questi giorni mi è stato ribattuto da vari commentatori da Porro: “E alle migliaia di bambini dall’altra parte assassinati a sangue freddo non ci pensa nessuno?” Mi era andata bene: c’è ancora un po’ di umanità in giro per il mondo.
Quando sono andata a prenderlo invece c’era lui c’era lui. Prende il quadro, lo posa sul banco, e mentre attacca il gancio e lo incarta, comincia a parlare. A voce bassa.
Ha fatto bene a fare questa cosa. Queste cose bisogna ricordarle. Ho fatto 200 cornici per i disegni dei bambini palestinesi, per la mostra qui – indica col braccio. Quando l’organizzatrice è venuta a prenderli ho detto: “Ok, 200 dei bambini palestinesi va bene, ma uno di un bambino israeliano, uno di numero, non ci starebbe stato bene? Non sono stati uccisi anche loro?” “Eh no! Loro hanno fatto il 7 ottobre!” “No, scusi, il 7 ottobre lo hanno fatto i palestinesi, quella degli israeliani è stata una risposta”. ”Non è vero! Gli israeliani hanno attaccato Gaza il 7 ottobre! Loro hanno cominciato la guerra e sono andati a uccidere i bambini!”.
Ecco, questo è il risultato dell’immigrazione palestinese. Per tutto il periodo in cui è rimasta aperta la mostra sono state organizzate visite da tutte le scuole elementari e medie della città, e sulle due pubblicazioni di notizie online della città apparivano articoli quotidiano sulla tragedia dei poveri bambini palestinesi uccisi intenzionalmente dal ferocissimo esercito israeliano
Poi il quadro l’ho messo nello studio di fianco al computer, in modo da averlo sempre davanti agli occhi, e nell’ingresso ho messo le due foto da sole con un gancetto appese a un filo, che nessuno possa entrare in casa mia senza essere obbligato a ricordare.