
Nei giorni scorsi il Centro studi e ricerche Itinerari Previdenziali ha pubblicato il suo dodicesimo Rapporto sulla ripartizione del carico fiscale in Italia, basato sulle dichiarazioni 2024 relative all’anno precedente.
I giornali ne hanno parlato distrattamente, mentre quel Rapporto meriterebbe ben altra attenzione: fotografa, con la forza dei numeri e non delle chiacchiere, clamorose contraddizioni sociali e distributive nel nostro Paese. Poiché repetita iuvant, cito i dati più significativi — per comodità espositiva, le cifre sono arrotondate all’unità.
Nel 2023 gli italiani che hanno versato almeno un euro di Irpef sono 33,5 milioni, pari a circa il 57 per cento della popolazione (58,9 milioni). Il restante 43 per cento non ha redditi o non li dichiara.
Quanto alla ripartizione del carico fiscale, su 42,6 milioni di italiani che presentano la dichiarazione dei redditi, il 77 per cento dell’Irpef è pagato da circa 11,6 milioni di contribuenti, mentre tutti gli altri pagano solo il 23 per cento.
Più in dettaglio, chi ha un reddito tra 0 e 7.500 euro lordi — vale a dire 7,2 milioni di italiani, pari al 12 per cento della popolazione — paga in media 26 euro di Irpef l’anno ed è pertanto a carico della collettività. Nella fascia immediatamente superiore, quella dei contribuenti che dichiarano redditi tra i 7.500 e i 15.000 euro lordi, l’Irpef media annua pagata per contribuente è di 296 euro.
L’insieme di queste due fasce di contribuenti, circa 16,2 milioni di soggetti, versa solo l’1,2 per cento del totale Irpef. «Rapportato al numero di abitanti — evidenzia il Rapporto — questo significa che circa 22 milioni e mezzo di nostri concittadini pagano, al netto di deduzioni e detrazioni, un’imposta media di cento euro annui.»
Sono dati più simili a quelli di un Paese del Terzo mondo che di un membro del G7. E appaiono anche poco credibili, se si considerano i consumi e le abitudini di spesa degli italiani, che nel 2023 hanno destinato a giochi d’azzardo, slot machine e giochi online circa 150 miliardi di euro.
A pagare la stragrande maggioranza delle imposte, insomma, sono i poco più di sette milioni di contribuenti con redditi superiori ai 35mila euro: il famigerato ceto medio.
Esaminando le dichiarazioni relative agli scaglioni più elevati, sopra i 100mila euro, risulta che l’1,65 per cento dei contribuenti — poco più di 700mila persone — versa oltre il 22 per cento del totale Irpef. Sommando i titolari di redditi lordi da 55mila a 100mila euro, si scopre che il 5,8 per cento paga il 40,3 per cento dell’Irpef complessiva.
Includendo anche i redditi dai 35mila ai 55mila euro, il 17,2 per cento dei contribuenti paga il 63,8 per cento dell’imposta. E se si aggiunge anche lo scaglione 29mila-35mila euro, circa un quarto dei contribuenti versa tre quarti dell’intera Irpef nazionale.
Chiedo venia al lettore per la girandola di percentuali, ma la morale della favola è chiara: in Italia molti ricevono senza dare, e pochi danno senza ricevere.
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Non sarebbe questo gran male se si considera il principio della progressività per cui chi guadagna di più, in percentuale paga di più.
Il problema semmai è considerare “ricco” chi ha reddito di 35mila euro e non può magari ricevere certe agevolazioni fiscali.