

Qui le prime due puntate: Parte 1 e Parte 2
“Un eccesso di libertà è letale per uno Stato“.
In una delle sue più celebri interviste, pubblicata dal Financial Times il 18 giugno 2021, Surkov pronuncia queste parole per spiegare le ragioni della deriva autoritaria a cui aveva contribuito a condurre la Russia.
Surkov ha ragione.
Naturalmente la terapia russa è letale: lo è stata per la società russa e lo sarebbe a maggior ragione per le società democratiche. Ma la diagnosi è corretta.
Ed è proprio questo vulnus, non quello della libertà ma quello dei suoi eccessi, che la Russia decide di sfruttare per minare le fondamenta delle società occidentali, attraverso azioni di guerra informativa e cognitiva.
Il target di queste azioni sono le persone che hanno meno strumenti per difendersi: le persone più ignoranti, più arrabbiate, più frustrate o semplicemente più stupide. “Tutti approfittano di queste persone, in tutto il mondo“, afferma cinicamente Surkov. Anche qui, ha ragione. Alla fine, quando nel secolo scorso si parlava di “proletari”, si esprimeva un concetto molto simile.
Il problema insorge quando a guidare i tuoi “proletari” è uno Stato straniero a te ostile, che si pone l’obiettivo di rivolgerli contro di te, contro i tuoi cittadini, contro le tue istituzioni, contro i tuoi alleati. Gran parte della storia sociopolitica dell’Occidente degli ultimi 12 anni è interpretabile secondo questa chiave.
Quando una nazione di grandi dimensioni decide di concentrare quasi tutti i propri sforzi, in termini di risorse economiche ed azioni politiche, a destabilizzare le altre società, possiamo essere sicuri che ce la farà. Specie se le società bersaglio, come è il nostro caso, non si rendono conto di ciò che sta accadendo.
Ogni istante, ogni atomo della vita pubblica russa è finalizzato a distruggere l’Occidente e la democrazia, in quella che per loro è diventata una battaglia esistenziale, e che sarebbe ora diventasse tale anche per noi.
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Sia nel libro che nel film, Surkov, parlando con Prigozhin (il deus ex machina della celebre fabbrica di troll di San Pietroburgo), afferma che l’Occidente va spezzato nello stesso modo in cui si spezza un filo di ferro.
“Come fai quando vuoi spezzare un filo di ferro? Prima lo torci in una direzione e poi nell’altra. (…) Magari qualcuno ce l’ha con i vaccini, qualcun altro con i cacciatori, o gli ecologisti, o i neri, o i bianchi, poco importa. L’essenziale è che ognuno ha qualcosa che gli sta a cuore, e qualcuno che lo fa incazzare. Noi non dobbiamo convertire nessuno. Solo scoprire in cosa credono e convincerli di più, capisci? Dargli notizie, argomenti, veri, falsi, non ha importanza. Farli incazzare. Tutti. Sempre di più. (…) Torciamo da una parte e poi dall’altra, finché il filo si spezza“.
Le parole saranno inventate, ma il concetto, seppur a mio avviso parziale (non è vero che i russi non vogliono convertire nessuno), è tremendamente concreto ed attuale. Potete osservare chiaramente queste dinamiche ogni volta che entrate in una bolla social che porta con sé le tracce della propaganda russa.
La scomparsa dei fatti è funzionale al raggiungimento di questo obiettivo, ed una delle modalità attraverso cui la si ottiene è saturare l’ambiente informativo di falsità: di fronte a versioni totalmente discordanti dei fatti, le persone sceglieranno quella che fa al caso loro. La conseguenza è che i fatti vengono sostituiti dalle narrazioni.
Dopodiché, attraverso l’attività di bot e troll farm, ma anche degli individui che vengono via via infettati da questo meccanismo, si impongono le narrazioni più polarizzanti, ciascuna delle quali verrà cucita su misura su ogni individuo grazie agli algoritmi.
In questo modo si va ad agire sia su come gli individui pensano (la realtà non conta più nulla), sia su cosa pensano (ovvero l’oggetto delle narrazioni). In pratica: smetti di credere a ciò che è reale, ed inizi a credere a ciò che dicono i russi.
L’Occidente, da questo punto di vista, sembra non poter essere altro che una vittima sacrificale: sia perché nelle nostre società non vi è la minima consapevolezza nei confronti di queste tematiche (mentre in Russia si parla di infowar anche nei rotocalchi pomeridiani); sia perché le autocrazie hanno un vantaggio intrinseco quando si tratta di tecniche di manipolazione delle masse.
Una guerra violenta contro la realtà non può sconvolgere un Paese come la Russia, perché ne è storicamente abituato, e perché il potere assoluto è in grado di imporre le verità alternative che desidera, ora con la propaganda, ora con la repressione.
Ma per l’Occidente è diverso: se nelle nostre società la realtà inizia a non contare più niente, crolla tutto.
Neanche a dirlo, l’obiettivo è esattamente questo.
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La mole gigantesca di falsità che caratterizza l’infosfera filorussa, in presenza di un collante ideologico / psicologico / intellettivo (spesso tutti e tre insieme), riesce a strutturarsi e a costruire un insieme organico, ovvero una realtà parallela.
La novità del modus operandi di Surkov è quindi duplice.
– Da un lato, far passare l’idea che i fatti non contino assolutamente nulla. Questo serve a fare tabula rasa, a creare un terreno su cui poter edificare.
– Dall’altro lato, fornire non solo i mattoni, instabili, con cui costruire questa realtà parallela, ma anche il cemento in grado di tenerli insieme: rabbia, sfiducia nelle istituzioni, odio verso il prossimo, polarizzazione politica estrema, irrazionalità, rifiuto del pensiero scientifico, fino alla pura e semplice stupidità.
Alla luce di quanto detto, risulta evidente quanto questo processo sia profondo e radicale. Forse anche irreversibile, o quasi. Quante volte vi è capitato di discutere con persone che sembrano vivere, appunto, in una realtà parallela, che continuano a ripetere falsità anche quando messe di fronte all’evidenza, che sembrano non essere in grado di ragionare, che a volte sembrano addirittura completamente impazzite? Non è un caso che tra i sostenitori della Russia queste caratteristiche siano così frequenti: la loro mente era il campo di battaglia, e dopo essere stato raso al suolo è stato occupato.
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Una delle strategie più efficaci per uccidere la realtà è rappresentato dalla diffusione delle teorie del complotto. Si tratta di uno strumento incredibilmente efficace, perché multifunzione. Va ad agire su tutti gli aspetti precedentemente citati.
Innanzitutto sono teorie, appunto, spesso basate su fatti inesistenti o distorti, che si pongono come alternativa alle verità fattuali. La fantasia, cioè, sostituisce la realtà.
In secondo luogo le teorie del complotto hanno spesso come protagonisti i Governi: si nutrono quindi della rabbia e della sfiducia nelle istituzioni, e al contempo contribuiscono ad alimentarle.
Sono campate per aria, quando non platealmente assurde: si nutrono quindi del pensiero irrazionale e della stupidità, e al contempo contribuiscono ad alimentarle.
Il nemico agisce per malvagità pura, viene disumanizzato, non c’è un possibile compromesso e può essere solo annientato: si nutrono dell’odio e al contempo contribuiscono ad alimentarlo.
Le teorie del complotto, cioè, innescano dei circoli viziosi che sono funzionali alla sostituzione della realtà con una narrazione predeterminata.
In più fa leva sugli stessi elementi psicologici su cui fa leva la propaganda russa. In altre parole, se il tuo modus cogitandi è quello del complottista, sarai verosimilmente pronto ad accogliere anche la propaganda russa.
Ecco allora che le teorie del complotto diventano uno strumento per agganciare un terreno che sai già essere fertile, un vettore estremamente efficace per la diffusione della propaganda russa. In un mio vecchio thread paragonai questo processo ad un’infezione virale.

Non è un caso che i primi diffusori delle teorie del complotto non siano gli account anonimi online, ma proprio le élite politiche e culturali russe.
Ho fatto l’esempio di Dugin che parla del bambino crocifisso. Questo, invece, è un tweet dell’ambasciata russa in UK che parla di biolab. È un leitmotiv ricorrente della propaganda russa, sempre incredibilmente paranoica.

Lo stesso giorno dell’invasione su larga scala, i canali complottisti iniziano a dare la notizia dei laboratori per armi biologiche, in uno sforzo collettivo di saturare l’ambiente informativo con ogni tipo di notizia falsa possibile, per le ragioni che citavo su.

Il 9 marzo Tucker Carlson rilancia la teoria del complotto su Fox News, cercando di incolpare l’amministrazione Biden per l’invasione. La notizia, come ricostruisce Anne Applebaum in “Autocrazie”, viene poi ripresa dai media di Stato cinesi, che dopo il COVID avevano tutto l’interesse a sposare una narrazione del genere.
Due giorni più tardi l’ambasciatore russo all’ONU (!), e non vostro zio ubriaco alla bocciofila, accusa Ucraina e USA di voler usare gli uccelli migratori per diffondere agenti patogeni in Russia.
Ad una prima occhiata sembra tutto assai grottesco, stupido, ridicolo (ed inquietante, se si pensa all’eterna sindrome da proiezione che affligge i russi). Eppure questi episodi fanno parte di una strategia ben precisa di decostruzione e ricostruzione della realtà. In Occidente stiamo commettendo l’errore madornale di non comprenderlo.
Pensiamo che a credere a queste cose siano quattro poveri scemi. Può darsi. Ma questa strategia si estrinseca in mille direzioni diverse, in mille modi diversi, puntando a mille target diversi. Ai biolaboratori magari ci crede solo qualche picchiatello. Ma al “genocidio del Donbas”? Alla “denazificazione”? Al fatto, come sostiene Surkov, che “l’Ucraina non esiste, ma esiste la malattia mentale dell’ucrainismo”?
Nella guerra della Russia contro l’Occidente, le nostre menti, è bene ribadirlo, sono il principale campo di battaglia. E non c’è circostanza più pericolosa, per una società, che essere in guerra senza saperlo.
Gli atti di guerra informativa e cognitiva sono atti di guerra, e come tali vanno trattati.
La libertà di espressione è un bene preziosissimo, da proteggere a tutti i costi.
Ma consentire abusi e manipolazioni di ogni tipo da parte di attori ostili, è libertà di espressione oppure un suo eccesso?
Non tutelare gli spazi informativi da operazioni malevole, consentendo agli architetti della disinformazione di plasmarli ed inquinarli, ci rende più liberi o più vulnerabili?
Consentire che una notizia palesemente e scientemente falsa, ingegnerizzata appositamente per produrre un effetto dannoso sulla società, possa essere diffusa liberamente da migliaia di bot che si fingono utenti reali, è l’essenza o la morte della democrazia?
Le tre domande che ho appena posto sono retoriche, in realtà: in tutti e tre i casi la risposta è chiaramente la seconda, e bisogna avere il coraggio di prenderne atto. In Occidente non siamo in grado di farlo, perché non ci poniamo nemmeno le domande. Siamo indietro fino a questo punto. Con Trump i nodi stanno venendo al pettine, e quello che ci stiamo gustando ora è solo il primo boccone dell’antipasto.
Rischia di crollare tutto.
L’abuso della libertà non è libertà.
Lasciare che gli spazi informativi vengano manipolati ci rende più vulnerabili.
Le bot farm non sono l’essenza della democrazia, neanche per scherzo, ma sono la sua morte per hackeraggio.
La libertà di espressione quindi va protetta a tutti i costi, certo. Ma bisogna anche proteggere a tutti i costi le nostre società dai suoi abusi.
Questi sono due limiti, invalicabili, entro i quali bisogna muoversi. Non c’è molto spazio. Ma non c’è neanche molto tempo.
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“Io sono interessato a lavorare nel genere del contro-realismo. Ovvero, se e quando è necessario agire contro la realtà, cambiarla, ricostruirla.” “Quando un’idea collide con la realtà, le vecchie strutture collassano, e questo si traduce in un rilascio attivo di energia. È divertente. E quando il nuovo è creato, improvvisamente diventa vecchio. Entra in una fase di stabilità e diventa esso stesso realtà”. “(Nel 2013) ho avuto l’opportunità unica di scegliere io stesso un progetto. Ho scelto l’Ucraina”. “Ora il contesto è cambiato. Non tornerò. Impossibile.”
Nel 2020, dopo 20 anni di carriera a fianco di Putin, Surkov si fa da parte. Spiega la sua decisione con queste parole. “È cambiato il contesto”.
È difficile non credere che sapesse esattamente cosa sarebbe successo due anni più tardi. Un’invasione militare su larga scala richiede una lunga preparazione.
Forse nel ferro dei carri armati c’è un eccesso di realismo. Forse la soluzione militare è troppo rozza per chi è abituato al teatro d’avanguardia. O forse pensava che si può conquistare un Paese imbastendo una serie di farse da avanspettacolo, senza dover usare la forza.
La realtà, quella a cui Surkov è allergico, quella distopica che ha contribuito a plasmare, è che ovunque sia passato lui ci sia odore di sangue e morte.
Sarebbe paradossale se proprio la realtà, la sua acerrima nemica, lo trasformasse per una volta da sceneggiatore a comparsa. Se bussasse alla sua porta nel modo più imprevedibile, tragico, drammatico e allo stesso tempo ironico.
Un ronzio inusuale.
Il rumore che si fa via via più forte.
I battiti del cuore che accelerano.
La tua guerra che ti arriva in casa.
Lo sguardo terrorizzato.
Un drone.
BUM.
Sipario.
Da uomo di teatro, non potrebbe che apprezzare un epilogo del genere.

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Potente come una sberla assestata di sorpresa a tutta forza!! (ma anche un bel calcio sugli zebedei)
Il mio commento su alcuni passaggi che mi hanno colpito
..smetti di credere a ciò che è reale, ed inizi a credere a ciò che dicono i russi…Lo vedo ogni giorno parlando con le persone!!!
…collante ideologico / psicologico / intellettivo: dei 3, gli ultimi 2 sono le debolezze più evidenti del popolo italiano, soprattutto di coloro che sono mediamente acculturati, fino alla pura e semplice stupidità….
..sembra tutto assai grottesco, stupido, ridicolo (ed inquietante…eppure funziona!!!
Può sembrare assurdo ma anche pericoloso il fatto che, nel mio quotidiano, non sopporto più la vicinanza di coloro che mi sembrano infetti da stupidità cronica degenerativa.
Ho segato molte frequentazioni quando mi sono reso conto che la loro unica salvezza fosse la lobotomia preventiva, inutile cercare di aprire gli occhi e le menti, sono andati…
E questi soggetti: insegnano, lavorano, votano!!!!!
Tutto vero e condivisibile. Un problema si pone però se le istituzioni democratiche agissero troppo aggressivamente per fermare l’ondata di disinformazione, per esempio sui social.
La minoranza di cui facciamo parte anche noi non ci troverebbe nulla di strano, ma per chi già si alimenta di certa informazione distorta o anche chi è solo la maggior parte delle volte scettico di fronte all’informazione confermata dalle istituzioni, quelle azioni aggressive potrebbero essere invece tradotte come un tentativo di censurare e limitare l’informazione alternativa ritenuta “giusta” da costoro o anche solo per difesa della libertà di espressione, portando la società ad una polarizzazione maggiore e ad un ampliamento di quel gruppo con persone magari non inizialmente totalmente vicine a quella informazione alternativa.
Sembra paradossale ma combattere decisamente la disinformazione può rivelarsi controproducente se non dannoso, rispetto alle intenzioni iniziali.
Non conosco la soluzione, continuare a fare buona informazione per chi è in grado e ha i titoli per farlo è doveroso e necessario. Purtroppo è creare un seguito sempre più ampio che è complicato. A molte persone semplicemente piacciono il gossip e la polemica, non imparare certi concetti e agire di conseguenza.
Alimentare poi certi social palesemente condotti in malafede (come X) personalmente non credo renda qualcosa. Anche perché è impossibile sovvertire la situazione in un tale ambiente ampiamente manipolato. Si può provare ma il pubblico rimarrebbe sempre quello.
Mi associo al tuo pensiero soprattutto quando dichiari:
NON HO LA SOLUZIONE
CREARE UN SEGUITO IN UN CONTESTO DI CORRETTA INFORMAZIONE E’ QUASI IMPOSSIBILE.
I due aspetti del problema non credo si possano contrastare con le limitazioni autoimposte dalle Democrazie occidentali, riguardo alla libertà di espressione e di parola.
Ritengo ci si trovi sulle rive del Rubicone…..
Totalmente d’accordo. Purtroppo è la cruda verità. L’Europa dei cervelli conservatori è ancora poco consapevole della situazione e in aggiunta l’amministrazione Trump sta facendo il gioco di Putin.