

Quella che la Russia ha messo in atto in Ucraina non è soltanto un’invasione genocida: è anche la più grande messinscena della Storia dell’umanità.
Una recita che, per qualche tempo, è stata confusa con la realtà da molte persone: capi di Stato e di Governo, imprenditori, semplici cittadini. Persino dalle stesse vittime: Peter Pomerantsev racconta di come, nel 2014, una vecchia signora russofona che abitava in una piccola città sulla linea del fronte, incolpasse gli ucraini per un bombardamento che era avvenuto vicino la sua abitazione, a 500m da una postazione ucraina. L’evidenza era che, in realtà, il bombardamento era avvenuto dalle postazioni russe. Ma sarebbe bastato usare la logica, senza scomodare le analisi sulle traiettorie dei colpi d’artiglieria: perché gli ucraini avrebbero dovuto bombardarsi da soli, a 500m dalla loro postazione e su un territorio che essi stessi in quel momento controllavano?
Eppure.
Eppure c’era una forza invisibile capace di schiacciare l’evidenza dei fatti, la logica, persino il proprio istinto di sopravvivenza. È la stessa forza che si è materializzata, in forma diversa, anche a casa nostra, negli USA di Trump, nel Regno Unito della Brexit o nell’Europa dei sovranismi filorussi.
Qualcuno potrebbe far notare che la signora, essendo russofona, guardava la TV russa, quindi era esposta alla propaganda di regime. Vero. La propaganda russa è incredibilmente pervasiva, si infiltra come un cancro e finisce col dare metastasi al cervello.
Ma non è solo questione di disinformazione o misinformazione. Nessuno decide di suicidarsi perché ha un’informazione sbagliata. Il problema non è soltanto ciò che si conosce o ciò che si pensa: è il modo in cui si pensa ed in cui si interpreta la realtà.
È lì la chiave.
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Il passato di Surkov, da teatrante prima ed autore televisivo poi, gioca un ruolo cruciale nell’invasione russa.
Quando affermo che in Ucraina i russi hanno messo in onda una grande messinscena, non uso un’iperbole: c’era una trama, un copione e degli attori. Nel senso stretto del termine.
È celebre il caso di Marya Vykina/Maria Tsipko, figurante che si spacciava un giorno per cittadina di Donetsk, un giorno per cittadina di Odessa, un giorno per osservatrice del referendum farsa in Crimea. In tutti i casi, intervistata dalle TV russe, implorava un intervento russo.

Oppure il caso dei “manifestanti” di Kharkiv che, l’8 aprile 2014, si presentarono furiosi al Teatro dell’Opera della città, chiedendo di parlare con il sindaco. Avevano scambiato il teatro per il comune. Non esattamente una cosa che farebbe uno del posto.
O ancora, Galina Pyshnyak, una sedicente cittadina di Sloviansk che, a suo dire, avrebbe assistito alla crocifissione in piazza di un bambino da parte delle truppe di Kyiv. La sua intervista, trasmessa su ORT (canale per cui Surkov aveva lavorato in passato), fece molto scalpore in Russia, e l’episodio è ancora oggi citato da qualche idiota filorusso qui in Occidente.
Naturalmente era una balla.
Nel raccontare l’episodio l’attrice cita una piazza che nella realtà non esiste. I giornalisti di Novaya Gazeta vanno a Sloviansk: nessuno degli abitanti sa nulla dell’accaduto. Viene fuori che la signora è la moglie di un membro del Berkut che aveva rapporti con Mosca. Curiosamente, due giorni prima dell’intervista, il blog di Dugin aveva messo in giro una storia simile.
Nemtsov, l’oppositore che Putin avrebbe fatto uccidere di lì a breve, dice che quell’intervista è uno dei punti più bassi raggiunti nella storia della TV russa. La stessa attrice, anni più tardi, dopo essersi trasferita in Russia, appare non più così convinta della sua versione, e dice di essersi pentita di aver raccontato quella storia.
Era una balla, dunque.
Anzi no. Erano tante balle.
Un’infinità, letteralmente.
Era una balla praticamente la totalità dei tasselli su cui si poggiava, e si poggia tuttora, la narrazione con cui il Cremlino cerca di giustificare le invasioni del 2014 e del 2022.
Era una balla il “genocidio del Donbas”.
Era una balla quella dell’Ucraina nazista.
Era una balla quella di Crimea e Donbas separatisti.
Era una balla il referendum.
Venivano diffuse balle su qualunque cosa: su Maidan, che sarebbe stato un complotto della CIA; sui biolaboratori, che andavano a solleticare le fantasie dei frequentatori degli angoli più bui e complottisti del web; sull'”espansionismo NATO”, come se l’Ucraina fosse in procinto di entrare nell’alleanza.
Una miriade di casus belli inventati, in modo che ognuno potesse scegliere quello che si adeguava meglio alle proprie convinzioni e ai propri bias.



Una delle messinscene più tragiche fu quella che portò al rogo di Odessa.
Dopo Maidan, i russi, i loro proxy (ovvero i cosiddetti “separatisti”) ed i loro utili idioti, misero in scena la cosiddetta “primavera russa”: una serie di manifestazioni che volevano scimmiottare le “primavere arabe” e le “rivoluzioni colorate”, vere ossessioni e veri incubi ricorrenti del Cremlino. Alcuni dei manifestanti che si spacciavano per ucraini provenivano in realtà dalla Russia, e raggiungevano l’Ucraina in autobus.
Erano frequenti le immagini degli pneumatici dati alle fiamme, e non era un caso, anzi: era una precisa scelta scenografica. Gli pneumatici in fiamme erano diventati i simboli della protesta di Maidan, ed il Cremlino stava riproducendo una caricatura di quegli eventi, in modo da svuotarli di significato. Esattamente come la “democrazia sovrana” di Surkov, con le sue elezioni farlocche, le sue finte opposizioni ed i suoi referendum farsa, aveva l’effetto di svuotare di significato il concetto di democrazia, facendone una caricatura.
Fra le varie città coinvolte da queste pagliacciate vi era naturalmente anche Odessa, uno degli obiettivi su cui i russi avrebbero voluto mettere le mani per il progetto “Novorossija”.
Odessa non era una città separatista (nessuna città ucraina lo era, in realtà). C’erano naturalmente i filorussi: d’altronde essere esposti quotidianamente alla tv russa qualche effetto lo produce. Ma erano una larga minoranza, e l’identità ucraina della città non era certo stata intaccata.
Nonostante ciò, il Cremlino aveva bisogno di far credere che Odessa fosse una città separatista, in modo da giustificare un intervento militare sul modello Crimea.
La messinscena finisce in tragedia il 2 maggio 2014, quando un corteo pro-Maidan viene assaltato da un corteo di “separatisti”, fra i quali, sorpresa, vi erano anche cittadini russi. L’assalto viene fomentato da fake news circolanti sui Telegram filorussi, che descrivono la marcia pro-Maidan come neonazista, incitando le persone ad intervenire contro i manifestanti.
Le due fazioni si scontrano. Un “separatista”, Vitaly Budko, apre il fuoco contro i pro-Maidan, uccidendone uno. Poco dopo ne viene ucciso un altro. L’escalation che ne consegue è feroce: gli scontri si fanno sempre più violenti ed iniziano ad esserci vittime, quattro, anche fra gli pseudoseparatisti. Questi, in minoranza e circondati, si barricano nella Casa dei Sindacati, portando con sé delle molotov. Iniziano a lanciarle verso gli attivisti pro-Maidan, che rispondono. Scoppia un incendio. Nel rogo muoiono 42 persone.
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La messinscena era andata per certi versi meglio delle aspettative. C’era stato persino un incredibile coup de théâtre, il rogo, che nemmeno gli sceneggiatori del Cremlino avevano preventivato. Mi chiedo se Surkov fosse eccitato per la novità o soddisfatto per la riuscita.
Quarantadue morti filorussi, peraltro bruciati vivi, sono un’ancora narrativa formidabile. Devono diventare dei martiri. Semplici cittadini, innocenti, inermi, uccisi dai nazisti ucraini, cosa che renderà giustificato, anzi moralmente obbligatorio, un intervento militare russo.
Mentre la scenografia è ancora in fiamme può iniziare il secondo atto.
In rete iniziano a spuntare interviste con pseudotestimoni oculari: dicono che all’interno dell’edificio ci sono i neonazisti di Pravy Sektor con le maschere antigas che giustiziano le persone inermi. Tra queste anche una donna incinta: c’è la foto.
Ovviamente non era vero nulla. Le autopsie dimostrarono che le persone erano morte per asfissia. La donna incinta non era mai esistita: era un’ultracinquantenne il cui grembiule era in una posizione che faceva sembrare il suo ventre gonfio.
In compenso iniziano a girare i filmati, quelli veri. E si nota che l’incendio alla Casa dei Sindacati sembra non essere causato dalle molotov dei pro-Maidan: sembra piuttosto scoppiare dall’interno. Effettivamente le indagini forensi dimostrarono, in seguito, che non ci fu un unico incendio: favoriti dalle forti correnti d’aria, si innescarono cinque focolai, tra cui quattro sicuramente dall’interno dell’edificio, compreso quello che innescò il primo incendio. In sostanza i filorussi, barricati, nel preparare le molotov da lanciare contro i pro-Maidan, avevano accidentalmente fatto scoppiare degli incendi.

Ci furono poi i primi arresti, che coinvolsero diversi cittadini russi. Un esempio è quello di Evgeny Mefedov, russo di Yoskar-Ola. Il Cremlino lo riportò in Russia nell’ambito di uno scambio di prigionieri. Fece lo stesso con un “separatista” ucraino, tale Sergey Dolzhenkov. Evidentemente per la Russia erano dei personaggi di una certa rilevanza.
Iniziarono a girare anche le immagini di Budko. Il suo equipaggiamento non sembrava proprio quello di un semplice manifestante. Venne fuori che aveva comprato il kalashnikov pochi giorni prima, il che faceva pensare ad un’azione premeditata.

Budko spara da dietro le linee della polizia, dopodiché fugge in un’ambulanza assieme al comandante della polizia Dmitry Fuchedzhy. Indagini successive dimostrarono che Fuchedzhy aveva favorito gli scontri tra le due fazioni, e che gli pseudoseparatisti lo chiamavano “zio Dima”. Il tribunale di Odessa lo condannò qualche tempo dopo a 15 anni di carcere. In contumacia, però: nel frattempo Fuchedzhy, come Budko, era fuggito in Russia, come da copione.
La realtà però rischiava di rovinare tutto.
Per un teatrante la realtà è sempre minacciosa. L’attore che recita il copione è opera d’arte, l’attore che lo dimentica è realtà. La realtà è il fallimento che bussa alla porta dell’artista, e bisogna fare di tutto per non farla entrare.
Quella colossale messinscena, che vuole dipingere le regioni del sud-est ucraino come separatiste, non può avere successo se al contempo non viene condotta una lotta alla realtà altrettanto colossale. Quanto accade in Ucraina non rimarrà in Ucraina, Surkov lo sa bene. La messinscena deve essere globale. La narrazione russa deve diffondersi in ogni angolo del pianeta, in ogni lingua, arrivare ad ogni ceto sociale, trascendere qualunque schieramento politico.
Il mondo nuovo è quello dei social network. Ed è il mondo in cui finalmente, una volta per tutte, la realtà potrà scomparire.

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