

Jeffrey Epstein non è un’invenzione giornalistica. È stato un crocevia reale di potere, denaro, relazioni opache e condotte penalmente rilevanti. I documenti emersi – gli ormai noti “Epstein files” – sono materia legittima di indagine: raccontano la permeabilità tra élite finanziarie, accademiche, politiche e mondane; mostrano quanto fragile possa essere la linea tra prestigio sociale e complicità morale; aprono interrogativi sulla natura delle reti di influenza contemporanee.
Il problema inizia quando l’analisi cede il passo al teorema. Quando l’elenco dei nomi diventa una mappa ideologica preconfezionata. Quando il fatto non è più oggetto di verifica ma strumento di conferma. Gli Epstein files smettono di essere un’inchiesta e diventano un’arma propagandistica.
È qui che si misura la qualità di un giornalismo.
Una parte del dibattito – soprattutto negli ecosistemi più ideologizzati – ha provato a incastrare la vicenda dentro narrazioni già pronte: il solito “complotto”, l’onnipresente cabala etnica, la suggestione di un disegno coordinato che guarda caso coincide sempre con le ossessioni di chi lo formula. È un riflesso antico: prendere un fatto reale e piegarlo fino a farlo aderire al proprio schema mentale.
Ma una cosa è indagare i rapporti, un’altra è trasformarli in identità collettive.
La presenza di soggetti ebrei o israeliani in una rete di relazioni non autorizza automaticamente la costruzione di un frame etnico-politico. Sarebbe come dedurre da ogni scandalo finanziario un “complotto protestante” o da ogni vicenda di corruzione un disegno cattolico.
È un salto logico che non regge né sul piano fattuale né su quello metodologico. Regge solo sul piano dell’allusione o del pettegolezzo.
Il punto non è difendere qualcuno. Il punto è difendere un principio elementare: la responsabilità è individuale, non tribale. La prova è puntuale, non suggestiva.
Gli Epstein files raccontano la spregiudicatezza di certe élite, la circolarità chiusa delle conventicole di potere, la facilità con cui il prestigio sociale può diventare scudo reputazionale. Sono una lente sull’antropologia del potere contemporaneo. Ed è lì che andrebbero tenuti: nella concretezza dei fatti, delle relazioni, delle responsabilità accertabili.
Quando invece diventano un pretesto per rilanciare mitologie identitarie, smettono di essere giornalismo e tornano a essere propaganda.
E c’è un paradosso ulteriore. Chi usa i files per “dimostrare” una tesi preesistente finisce per fare il contrario del lavoro investigativo: non segue le evidenze, le seleziona. Non amplia il quadro, lo restringe. Non cerca la verità, cerca conferme.
Il meccanismo è sempre lo stesso: l’evento non viene interrogato nella sua complessità, ma usato come prova accessoria di un atto d’accusa già redatto. Non si parte dai documenti per arrivare a una conclusione; si parte dalla conclusione per selezionare i documenti utili. È un’inversione logica che tradisce il mestiere.
Nel caso di Israele, questa torsione assume una forma particolarmente riconoscibile: la trasformazione di relazioni individuali in presunte responsabilità collettive, la sovrapposizione tra identità religiosa, appartenenza nazionale e dinamiche di potere globale. Torna puntuale il solito cortocircuito antisemita.
È una dinamica ben nota in psicologia cognitiva: il bias di conferma. Ma nel giornalismo non è una debolezza innocua; è un’imperdonabile colpa professionale.
C’è poi un’altra tentazione, meno ideologica ma non meno discutibile: quella del gossip scandalistico. La fascinazione voyeuristica per i dettagli, le liste di nomi esibite come trofei, le allusioni lasciate sospese perché suggerire è più efficace che dimostrare.
In questo registro, i documenti non vengono analizzati ma consumati; non servono a chiarire responsabilità, ma a generare sospetto diffuso. È il giornalismo dell’insinuazione quello che ammicca e lascia intendere. E, nel farlo, alimenta un clima in cui la reputazione diventa materiale usa e getta, sacrificabile sull’altare dell’attenzione e del traffico.
Si può – e si deve – raccontare Epstein. Si può analizzare il sistema che lo ha reso possibile. Si possono indagare complicità, omissioni, opportunismi. Ma non si può usare una vicenda complessa per alimentare archetipi che hanno già prodotto abbastanza danni.
Il discrimine è semplice: se un’inchiesta illumina responsabilità circostanziate, è informazione. Se costruisce categorie collettive indistinte, diventa propaganda.
C’è una differenza sostanziale tra indagare un sistema e costruire un nemico. La prima operazione richiede metodo, prudenza, rigore. La seconda richiede solo un pubblico già predisposto a credere. E quando qualcuno sceglie la seconda strada, compie un atto deliberato: decide che la propria identità ideologica viene sempre prima della complessità dei fatti.
In un contesto già polarizzato, il giornalismo ha una scelta: essere amplificatore di pregiudizi o argine metodologico. I documenti possono essere materia prima per entrambe le strade. La differenza non la fanno i file. La fa chi li analizza e poi ne scrive.

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C’è da dire però che l’amministrazione Biden prima e poi anche questa di Trump sono state riluttanti e non completamente trasparenti nel rilasciare tutti i documenti senza filtri e omissioni.
Si capisce ora in parte perché il presidente attuale aveva un rapporto quasi di amicizia in un certo periodo con Epstein e mira soprattutto a proteggere sé stesso e la sua cerchia.