


Continua “Pensieri al Centro”, il dibattito sul nuovo progetto di centro liberal-democratico aperto dall’articolo di Alessandro Chelo.
Il nuovo rassemblement liberaldemocratico nasce in un Paese dove il liberalismo ha avuto grandi figure e poche radici politiche. La sfida non è solo trovare una visione, ma trasformarla in disciplina unitaria, senza ricadere nelle solite risse da condominio politico.
Nel Novecento, i partiti che si richiamavano al liberalismo hanno occupato negli schieramenti parlamentari posizioni assai diverse: conservatrici, centriste, moderate, progressiste.
Secondo Benedetto Croce, tuttavia, il vero liberalismo non aveva bisogno di aggettivi per definire la sua dottrina. Il suo nome bastava a se stesso, “perché i liberali non potevano dividersi in conservatori o democratici, moderati o progressisti, essendo, per vocazione e per coerenza intellettuale, accomunati dalla missione comune di stabilire e far rispettare la libertà” (“Taccuini di guerra. 1943-1945”, Adelphi, 2004).
Nonostante la generosa precisazione del grande filosofo, la scarsa fortuna delle idee liberali nel nostro Paese è tuttora sottoposta alla riserva di Guido De Ruggiero, che attribuiva la debolezza del liberalismo italiano al concorso di molteplici cause.
L’etica laica era stata depressa perché l’Italia aveva conosciuto la Controriforma senza la Riforma. La formazione di una cittadinanza nazionale era stata ostacolata dal municipalismo al Nord e dall’asservimento allo straniero nel Sud.
La rivoluzione industriale aveva partorito solo in alcune aree una borghesia autonoma e produttiva, ossia un ceto medio capace di patrocinare l’interesse generale (“Storia del liberalismo europeo”, Laterza, 1925).
Ritardi antichi che servono a spiegare come, non avendo trovato nella società civile un grembo fertile, il liberalismo italiano, pur avendo espresso personalità di altissimo profilo (Luigi Einaudi, Giovanni Malagodi, Valerio Zanone, Aldo Bozzi), non sia riuscito a mettere solide radici nel sistema politico del Paese.
Ci riuscirà il neonato “rassemblement” di forze che si richiamano, pur con toni e gradazioni diverse, alla sua cultura?
La risposta di Alessandro Chelo è un no che non ammette dubbi. Chi scrive ne ha invece molti, ma per motivi opposti a quelli da lui addotti: “Il cosiddetto terzo polo – sostiene – è fallito per la debolezza della sua visione, non per l’ego dei suoi protagonisti. E se il nuovo terzo polo avrà successo, non sarà grazie a un leader con meno ego, ma grazie a una visione più potente che a oggi, peraltro, non mi pare che sia emersa”.
Chi scrive, al contrario, pensa che una visione ci sia, mentre continua a temere (almeno per ora) proprio le inclinazioni personalistiche dei leader a cui spetta il compito di tradurla in un programma che non sia un semplice elenco di cose da fare.
Non esprimono forse una visione di politica internazionale saldamente europeista il Rapporto sulla competitività e gli scritti di Mario Draghi sull’Ue?
Non esprimono forse una visione di Paese i testi, per fare qualche nome, di Giuseppe Benedetto, Carlo Cottarelli, Luigi Marattin e dello stesso Carlo Calenda?
Testi che hanno comunque il coraggio di chiedere un chiaro mandato popolare, ad esempio, per tagliare la spesa assistenziale attraverso cui finanziare i tagli di tasse e abbattere il debito pubblico.
Sostiene Chelo, inoltre, che per affermare le ragioni di un centro liberale occorre generare delle alleanze.
Sarei d’accordo se ci fosse un cambio di regime elettorale: da un bipolarismo di coalizione con premio di maggioranza (v. il “Melonellum”) a un sistema integralmente proporzionale (con elevata soglia di sbarramento).
Che liquidi cioè il dogma secondo cui “la sera del voto bisogna conoscere chi governerà l’Italia”. E che consenta, quindi, la scomposizione di alleanze precostituite e tenute insieme soltanto da un patto di potere.
Poiché questo cambio di regime elettorale oggi non è possibile, tanto più non è necessario definire ex ante potenziali alleati. Chi vivrà, vedrà.
Sostiene Chelo, infine, che il 15 giugno a Milano ha visto la luce un cartello elettorale, e non un partito. È vero. Ma non mi straccio le vesti per questo.
Lo era anche il binomio Azione-Iv nel 2022 (che pure, sia detto per inciso, raccolse il consenso di quasi due milioni e duecentomila cittadini).
Ma, per il momento, non mi pare che si avverta l’urgenza di dare vita a un nuovo partito.
Si avverte piuttosto l’urgenza di un atto di responsabilità nazionale da parte dei leader vecchi e nuovi del Movimento degli europeisti, che chiuda definitivamente una stagione di assurde risse intestine e ne apra una nuova, limpidamente unitaria nei comportamenti e negli obiettivi.
A Milano lo hanno promesso. Se si rivelerà una promessa da marinaio, è giusto che cambino mestiere.
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Mi sento molto più vicino, come spesso mi accade, a Michele Magno, rispetto alla riflessione di Alessandro Chelo. Tuttavia, per mantenere vivo il dibattito, ci sono punti che rendono fragile il terzo polo. Su tutti la politica estera con la spaccatura seria sul Medio Oriente tra la posizione di Marattin e quelle di Calenda e Picierno.
A dire che la sintesi, per una lista liberale e unitaria, è un processo difficile e non scontato e se falliranno anche a questo giro sarà decisamente opportuno che cambino mestiere.
La cosa importante è che ci sia principalmente compattezza e larga condivisione dei temi politici su quello che riguarda l’Italia e l’Europa.
Sul Medio Oriente la condanna di Hamas come organizzazione terroristica da smantellare e il diritto di Israele a rispondere e difendersi credo sia unanime.
Rimane sempre quella questione controversa della presunta risposta sproporzionata di Israele e i presunti crimini commessi a Gaza, portata avanti dagli uscenti dal PD probabilmente influenzati ancora da qualcuno di quell’ambiente culturale e politico. Compresa un’antipatia politica verso Netanyahu e la sua maggioranza. Dopotutto anni di partecipazione e di decisioni prese indirizzate da una certa propaganda in quell’ambiente non si cancellano facilmente.
Alla fine deve essere chiaro che contano i fatti e non le presunte prove non verificate e dichiarazioni di Hamas e organizzazioni straniere con un certo contatto non propriamente indipendenti da essa.
Mi associo alla fiducia e speranza,sebbene per eta’ io ricordi con un piccolo timore quel “ora ci si ritira per le consultazioni” dei TG post elettorali di un tempo. A parte Einaudi , che non posso ricordare,ricordo bene tutti i grandi liberali citai e molti altri, il mio primo voto lo diedi proprio a Malagodi. Grazie !